I molti santi del New Jersey – I Soprano: le origini

I molti santi del New Jersey **

Era inevitabile che prima o poi David Chase tornasse sui personaggi dei Soprano, una delle serie chiave dell’età dell’oro della tv via cavo, protrattasi per sei stagioni tra il 1999 e il 2007.

Tuttavia senza più il suo totem, James Gandolfini, morto a Roma per un attacco di cuore nel giugno del 2013, la strada obbligata era quella del prequel, con l’intenzione di raccontare la Newark degli anni ’60 e ’70, quella dove i traffici criminali della sua famiglia spingeranno Tony a intraprendere la stessa strada, tra rimorsi, rimpianti, tradimenti, violenza e psicanalisi.

Antieroe per antonomasia, capace di rappresentare perfettamente le fragilità dell’uomo contemporaneo, stretto tra la necessità di mostrarsi feroce e determinato e il desiderio di evadere da una vita che si è fatta una prigione, retta da quel subdolo imperativo americano che spinge ciascuno a non accontentarsi mai, a volere sempre di più, Tony Soprano è stato uno dei grandi personaggi del nuovo secolo, capace di ridefinire completamente l’immagine del gangster, che il cinema americano aveva costruito in oltre settant’anni di romanzi criminali.

Ci saremmo quindi attesi da questo prequel cinematografico – affidato da Chase alle mani di Alan Taylor, uno dei registi più ricorrenti della serie – non solo uno sguardo sulla piccola comunità di Newark, divisa tra Frank Sinatra e il rock e attraversata dalle tensioni razziali, ma anche il tentativo di raccontare l’animo diviso di Tony e gli eventi chiave che l’avrebbero poi spinto a seguire la strada del padre e dello zio Junior.

Invece The Many Saints of Newark, un curioso gioco di parole che si perde del tutto nella traduzione italiana, lascia Tony quasi sempre sullo sfondo, testimone di un’altra storia, nei panni di un bravo ragazzo, capace di qualche marachella a scuola, di qualche bravata da strada, ma impegnato con la squadra di football, consapevole dei problemi della madre, delle sconfitte del padre, lontanissimo da quel milieu criminale, frequentato dagli adulti che gli ruotano attorno.

Il film è raccontato da Christopher Moltisanti, quello che sarebbe diventato il braccio destro di Tony, il suo figlioccio. E il protagonista di questa storia è suo padre Dickie Moltisanti, brillante ed elegantissimo mafioso del New Jersey, che sembra sempre in controllo della situazione ed in cui Tony sembra trovare un punto di riferimento paterno, fin dall’inizio.

Dickie non ha figli, la moglie non può averne, e ha preso il piccolo Tony sotto la sua ala.

Tuttavia la storia di Dickie è quella di un peccatore che cerca di espiare i suoi crimini. Nel film lo vediamo uccidere a mani nude due volte, in preda all’ira.

Harold, un nero che lavora per lui, prima di essere costretto alla fuga, braccato da un mandato per un omicidio, è solo il primo a tradirlo.

Il film introduce nuovi personaggi, racconta nuove storie, compare persino il Frank Lucas di American Gangster, sembra quasi voler essere il lungo pilota di una nuova serie, piuttosto che un film a se stante.

Chase e Taylor sono poi costretti nell’ultima parte a tagliar corto, lasciando personaggi e trame incompiute.

In The Many Saints of Newark si muore per una risata di troppo o per un diverbio da poco. I traffici sembrano tutti di piccolo cabotaggio. Eppure qualcuno finisce in galera e ci rimane a lungo, confortato solo dai dischi di Miles.

Dickie Moltisanti resta un personaggio enigmatico, diviso tra volontà e desiderio, simile in questo a Tony.

Attorno a lui si muove una corte di personaggi che torneranno nei Soprano: Silvio Dante e Paulie Walnuts, Pussy, Zio Junior e Mamma Lidia.

Tuttavia il film funziona solo in relazione alla serie di cui appare come una nota a margine, un flashback curioso, che tuttavia non aggiunge molto al personaggio di Tony.

Anzi sembra funziona esattamente all’opposto di quanto ci saremmo attesi.
Il Tony di The Many Saints of Newark appare lontanissimo dall’uomo maturo che abbiamo imparato a conoscere.

Basterebbe la scena in cui distrugge le casse acustiche regalategli da Dickie e accettate con riluttanza, buttandole dalla finestra, per capire quanto sia lontano da quel mondo che poi sarà il suo.

E lo stesso destino che attende Dickie in una sera d’inverno sembrerebbe funzionare come un avvertimento, un deterrente per il giovane Tony. Eppure…

Insomma è proprio dal punto di vista psicologico che il film di Chase e Taylor non sembra sufficientemente coerente, anche perchè negli occhi di Michael Gandolfini, che interpreta Tony da giovane, peraltro bravissimo nelle poche scene in cui è coinvolto, non ritroviamo mai quel senso misterioso di minaccia e ferocia animalesca, che pure erano una delle chiavi dell’interpretazione del padre.

Il suo Tony sembra piuttosto un bravo ragazzo, uscito da un film di Linklater, non certo dall’universo codificato da Martin Scorsese negli anni ’70 e ’80.

E così alla fine questo prequel resta un pallido tentativo di ricreare la magia di un tempo.

Solo per appassionati dei Soprano.

 

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