A White White Day – Segreti nella nebbia

A White White Day – Segreti nella nebbia **1/2

“In quei giorni dove tutto è bianco e non c’è più alcuna differenza tra la terra e il cielo, allora i morti possono parlare con noi che siamo ancora in vita”.

Si apre con queste parole attribuite ad un anonimo scrittore, il secondo film dell’islandese Hlynur Pàlmason, presentato alla Semaine di Cannes nel 2019 poi vincitore al Torino Film Festival nel 2020 e finalmente nelle sale italiane a fine ottobre 2021, grazie alla piccola Trent Film.

In quel biancore lattiginoso che invade le strade islandesi in mezzo alla natura incontaminata, un’autovettura finisce improvvisamente fuori strada e lungo una scarpata.

In una casa isolata, nel frattempo passano i giorni e le stagioni, si sistema la staccionata, si cambiano le finestre, si ristrutturano gli interni.

E’ la casa di Ingimundur, poliziotto in pensione, marito della donna che guidava quell’auto precipitata nel vuoto.

Trascorre le sue giornate da vedovo con la nipotina Salka, a pesca e con gli ex colleghi della centrale, mentre uno psicologo si accerta che stia elaborando il lutto.

Tuttavia quando la figlia le consegna una scatola con alcune delle cose della moglie, Ingimundur scopre dei libri prestatigli da un altro uomo.

Il tarlo del dubbio, la gelosia di un’infedeltà irrimediabile, finiscono per spingere il protagonista sino ad un passo dal precipizio che conduce alla vendetta.

Il film di Pàlmason usa con grande perizia lo spazio fisico in cui immerge il suo protagonista, accumula tracce e si tiene sempre alla giusta distanza, lasciando che la temperatura emotiva salga lentamente.

Non usa mai flashback, ma riesce a rendere palpabile l’assenza della moglie, attraverso immagini, oggetti, persone che l’hanno conosciuta e che svelano a Ingimundur quanto effimera sia l’illusione di conoscere davvero e sino in fondo chi ci sta accanto.

Nelle intenzioni del regista il film vuole raccontare due sentimenti diversi, quello verso i figli, i nipoti, i legami di sangue che sono testimoni di un affetto senza compromessi e il rapporto con il proprio partner, del tutto differente, più stratificato, incerto, mutevole.

Pàlmason è aiutato dal carisma silenzioso di Ingvar Eggert Sigurðsson, uno dei più grandi attori islandesi, protagonista di Trapped, ma con ruoli minori anche in film e serie americane (Justice league, Everest, Animali fantastici, Succession) capace di restituire la temperatura vulcanica del suo protagonista, prima rassegnato e remissivo, poi invece inquietante e vendicativo, quindi capace di riprendere il filo del ricordo e far pace con i proprio demoni.

L’impassibilità della natura, lo scorrere del tempo, il rotolare dei massi dalle vette fino alle profondità del mare, fanno da cornice ad un racconto che assume forza simbolica senza la necessità di inutili sottolineature.

L’educazione sentimentale del protagonista è costretta a venire a patti con la provvisorietà e l’imperfezione di ogni relazione, con le piccole bugie, i tradimenti, le ombre di mistero che rimangono, nonostante tutto.

Ma in quel bellissimo doppio finale, che si apre con l’ingresso in un tunnel e si conclude con una visione impossibile, Ingimundur ritrova la sua dimensione di uomo e marito, di padre e amante, lontano da ogni assurda idea di vendetta.

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