Cry Macho

Cry Macho **1/2

N.Richard Nash era stato uno sceneggiatore e commediografo piuttosto noto negli anni ’40 e 50′. Aveva insegnato sia a Yale sia a Princeton, aveva lavorato alla televisione degli albori e aveva regalato al cinema l’adattamento di Porgy and Bess di Gershwin.

All’inizio degli anni ’70 aveva scritto un copione, intitolato Macho, che la 20th Century gli aveva rifiutato. Trasformato lo script in un romanzo e ottenute buone recensioni per quello che era diventato Cry Macho, senza cambiare una parola, aveva rivenduto la sceneggiatura originale agli studios perchè la portassero finalmente sullo schermo.

Albert Ruddy, il produttore de Il padrino, Quella sporca ultima meta e Million Dollar Baby ha lavorato per anni per farne un film, offrendolo a Eastwood già nel 1988, quindi a Roy Scheider e a Schwartzenegger che per ben due volte, prima dei suoi due mandati da Governatore è andato vicinissimo ad interpretare il protagonista.

Alla fine il progetto è tornato a Eastwood. Nash è morto nel 2000 e Nick Schenk, che aveva già scritto Gran Torino e Il corriere – The Mule, ha sistemato la sceneggiatura, sia pure senza inserire nessun elemento realmente moderno.

E così Eastwood, in piena pandemia, è tornato sul set con la consueta velocità per quello che appare, ancora una volta, come un ruolo finale, testamentario.

Mike Milo è stato una star dei rodeo, ma dopo un doppio incidente, nella vita e sulla sella, è rimasto da solo a prendersi cura dei cavalli del grande ranch dell’amico texano Howard Polk.

Dopo averlo licenziato, Howard lo richiama e gli affida un compito speciale. Deve andare a Città del Messico a recuperare suo figlio Rafo, che vive con la madre Leta. Secondo Howard Rafo è in una brutta situazione e, dopo averlo abbandonato da piccolo, vuole riaverlo con sè.

Mike, prima titubante, poi costretto ad accettare per il debito morale che ha con Howard, parte così verso sud sulla sua familiare, alla ricerca di Leta e del ragazzo.

Le cose però sono un po’ più complicate di quanto Howard ha rivelato a Mike e il vecchio cowboy si ritrova a fuggire per le strade del Messico con il ribelle Rafo e con il suo gallo da battaglia, Macho.

Sulle loro tracce Aurelio, lo scagnozzo di Leta e forse i federales messicani, da cui tenersi alla larga.

Mike, Rafo e il gallo cominceranno a capirsi lungo la strada, soprattutto quando troveranno asilo nella locanda di Marta, vedeova che si prende cura di un gruppo di ragazzini del paese.

Il film è semplicissimo, essenziale, non ha grandi svolte narrative e poggia su una costruzione drammatica assolutamente prevedibile.

Romanzo di formazione, avventura sulle strade polverose di un sud che diventa luogo dove ritrovare se stessi e far pace con i propri demoni, Cry Macho è un piccolo film di grandi tenerezze, di dolori passati che trovano finalmente requie e di nuove opportunità personali.

Eastwood si ritaglia un ruolo che è quanto mai iconico, un uomo col cappello sempre calato sulla testa, un cowboy che ha fatto la storia e che non ha avuto dal destino la possibilità di tramandare il suo sapere, la sua epopea, il suo mito, se volete.

Trova così in Rafo qualcuno disposto ad ascoltarlo e in Marta una complice con cui condividere gli ultimi bagliori del crepuscolo.

Gringo che letteralmente abbandona i suoi abiti e si immerge in una cultura diversa dalla sua, Mike è l’ultimo grande padre eastwoodiano, dopo il coach Frankie Dunn di Million Dollar Baby, il veterano e operaio della Ford, Walt Kowalski di Gran Torino e il floricultore Earl, troppe volte assente per sua moglie e sua figlia, di Il corriere – The Mule.

Anche questa volta Eastwood cerca di fare i conti con una paternità da riconquistare, lontanissima dai legami di sangue, ma ri-costruita un pezzo alla volta, nella fatica di stare assieme e di comprendersi.

Con grande ironia il regista decostruisce lungo la strada anche lo stereotipo di una certa mascolinità arcaica, attribuendo al gallo da combattimento il nome Macho, ma distanziandosi decisamente dalle sue declinazioni retrive o sessiste.

Eastwood è indubbiamente troppo anziano per il ruolo, il suo fisico sottile, che sembra non uscire più dall’ombra del suo cappello a larghe falde, si è fatto ancor più scarnificato, la sua maschera celeberrima, il suo ghigno, la sua voce profonda si offrono allo schermo quasi come in una sfida estrema alla vita, che il cinema continua a scolpire in un ritratto che sembra non finire mai.

Passano così in secondo piano le musiche notevoli di Mark Mancina, la fotografia in chiaroscuro e molto naturalista di Ben Davis, che arriva a Eastwood dopo cinque film con la Marvel, tra cui Eternals di Chloé Zhao e Tre manifesti a Ebbing, Missouri e il montaggio dell’immancabile Joel Cox, capace di assecondare lo stile secco e senza fronzoli del suo regista.

Quello che conta è l’ennesimo corpo a corpo di Eastwood con la sua icona, l’ennesimo piccolo scarto nella costruzione del suo personaggio, un attimo prima che la macchina da presa si fermi.

Eterno.

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