Blindspotting: un paradenti grande come una città

Blindspotting ***

Blindspotting, bizzarra creatura, è una delle scoperte più interessanti di questo 2021 nel campo della serialità. Premessa necessaria: al termine di un lavoro di scrittura durato dieci anni, nel 2018 Rafael Casal (Bad Education, The Good Lord Bird) e Daveed Diggs (Wonder, Hamilton, Snowpiercer), presentano l’omonimo film, girato dal regista esordiente Carlos López Estrada, alla rassegna del Sundance. La critica plaude all’opera e l’ex Presidente degli Stati Uniti Barack Obama inserisce la pellicola tra le migliori viste nell’arco di quell’anno. Blindspotting, interpretato con determinazione dagli stessi Casal e Diggs, racconta la gentrificazione selvaggia, il razzismo strisciante e l’isteria hipster della città di Oakland, con vivacità, intelligenza e originalità espressiva spesso fuori dal comune.

Nel film accade un fattaccio. Collin, impiegato in una ditta di traslochi, mentre è fermo ad un semaforo assiste ad una scena orrenda. Un poliziotto bianco uccide a bruciapelo un ragazzo nero disarmato. È tarda notte e Collin. unico testimone, peraltro di colore (un dettaglio non irrilevante in tutta l’epopea di Blindspotting), sta per concludere con esito positivo il suo periodo di libertà vigilata. Denunciare o dimenticare? Blindspotting è la storia di un’amicizia. Miles, il migliore amico di Collin, nonché collega, è un uomo scontroso, leale e con una palese propensione alle risse. Ed è bianco. Durante una festa Miles, appena cacciato di casa dalla moglie Ashley per una distrazione che poteva costare molto cara, picchia brutalmente un tizio, colpevole di “eccessiva” spiritosaggine. Collin, che pur riconosce a Miles il merito di essergli stato sempre vicino nei mesi passati in carcere, prende le distanze da lui. Il rapporto tra i due sembra incrinarsi. Finché le vicende personali si riannodano in un finale ad alta tensione. Per puro caso, Collin e Miles capitano nella villetta del poliziotto assassino, indaffarato in un trasloco precipitoso…

Blindspotting, a dispetto dei temi sociali seri e rilevanti, è un film (e poi una serie) affine al genere comedy, sottogenere buddy. I termini potrebbero però essere ribaltati. Nonostante gli accenti da commedia, gli aspetti drammatici non mancano. Anzi, a tratti, la riflessione amara, magari amaramente ironica o sarcastica, è prevalente. La fluidità, non solo tra i citati generi, ma anche tra i registri espressivi, regna sovrana. La serie, prodotta dalla Snoot Entertainment di Keith e Jess Wu Calder (Anomalisa, Little Monsters, One Night In Miami), può essere considerata a tutti gli effetti sia un sequel che uno spin-off. Un sequel, perché il primo episodio è collocato temporalmente sei mesi dopo l’ultima scena del film. Uno spin-off, in quanto il personaggio di Collin scompare e la compagna di Miles, Ashley, in origine un carattere secondario, diventa il perno della storia, insieme alla stramba famiglia del marito.

Gli autori hanno tagliato e ricucito. Via, insieme a Collin, l’ex fidanzata Val e il variegato proletariato multietnico impiegato nei traslochi. Via l’enfasi sull’elemento maschile con il suo corollario di aggressività e violenza. Il nuovo corso seriale di Blindspotting sposta l’asse narrativo sulle donne, a cominciare da Ashley, interpretata da Jasmine Cephas Jones, protagonista del musical Hamilton, che le è valso un Grammy Award nel 2016 per la migliore performance vocale. Nella serie fanno il loro ingresso la madre Rainey e, la sorellastra di Miles, Trish, interpretate rispettivamente dalla super guest star Helen Hunt e da Jaylen Barron (Shameless). Entra in gioco anche Janelle, un’amica di Ashley ritornata a Oakland dopo una misteriosa permanenza all’estero, che ha il volto di un’altra reduce di Hamilton, Candace Nicholas-Lippman. Il rapper Benjamin “Earl” Turner è invece… Earl, un giovane inquilino di Nancy, la mamma di Janelle.

Lo zoo umano di Blindspotting è popolato da figure che, di volta in volta, possono essere simpatiche, esilaranti, insopportabili, tenere, patetiche e malinconiche. Earl, costretto ai domiciliari per un banale reato di droga, non stacca mai dalla presa elettrica il braccialetto elettronico fissato alla gamba, a costo di utilizzare una scomodissima prolunga. Ciò gli consente di non scaricare la batteria e di godere di una provvisoria libertà di movimento, tanto da poter scendere all’angolo della strada ed ordinare gli amati burritos. Trish, ballerina in locali di dubbia reputazione, sogna di fondare una singolare e, almeno sulla carta, redditizia start up: produzione di sexy stories da far circolare, a pagamento s’intende, su canali “dedicati”. Peccato che, non potendo godere di una location adatta (il funzionario della banca, un “fratello” nero aitante e muscoloso, le nega il prestito…), debba accontentarsi di girare video sexy nel salone di casa in compagnia del suo affiatato e svestitissimo team di ragazze. Janelle, ansiosa di riprendere il feeling perduto con Oakland, organizza trip lisergici per favorire l’apertura mentale a sé e alle sue amiche. Rainey, orgogliosa del suo passato di contestatrice hippie, si prodiga per tenere assieme i pezzi di una famiglia che rischia di disgregarsi.

Si, disgregazione, perché la serie si apre con l’arresto di Miles per possesso di anfetamine, proprio quando il nido familiare ha raggiunto una certa solidità finanziaria e un discreto benessere. Per Ashley, impiegata al check-in del prestigioso Alcatraz Hotel (esatto, Alcatraz!), la vita deve continuare. Bisognosa di un aiuto concreto, Ashley si trasferisce da Rainey e Trish con il piccolo Sean. In Blindspotting il rapporto madre-figlio è centrale. Sean, delicato e sensibile, non sa che il padre è in carcere. Per quanto Ashley potrà astenersi dal rivelargli la triste verità? In uno dei momenti top, almeno per la carica di ironia, della serie, la pragmatica Rainey, nel cercare una soluzione soft, va in libreria sperando esistano testi specializzati sull’argomento “genitore in galera”. E ne trova molti, dai titoli davvero improbabili.

In Blindspotting la mescolanza di stili può confondere lo spettatore abituato a una serialità codificata in canoni standard. A partire dai geniali previously on, affidati alla voce di Miles, la serie, viceversa, si diverte a spiazzare, a non fornire facili punti di orientamento. È Ashley, da subito, a rompere la “quarta parete” rivolgendosi direttamente a noi con il poetry slam, di cui avevamo avuto illuminanti esempi già nel film, si veda il “monologo” sparato da Collin in faccia all’agente Molina, una performance poetica su razzismo e giustizia che sublima e guarisce la rabbia del protagonista. Sarebbe ipocrita epurare il linguaggio della strada dall’impianto narrativo: Blindspotting è pensata e scritta in grammatica hip hop. Gli autori, per enfatizzare alcuni passaggi chiave, si servono del musical. Altrove, adottano la danza contemporanea e le evoluzioni della street dance. Trattasi non di semplici inserti, di soliloqui stilistici o di giustapposizioni effimere, bensì di vere e proprie trascrizioni dello script classico in forme espressive via via adatte allo scopo.

Il piano sequenza che chiude il quarto episodio è bellissimo, al pari di altre scene virate, appunto, al musical o alla danza: il primo giorno di lavoro di Earl al porto, l’irruzione punitiva di Ashley nella stanza d’albergo dove dorme il ricco avvocato debosciato che le ha proposto un “triangolo” con la detestabile consorte, il discorso della stessa Ashley a Sean, grazie al quale il velo di pudore sulla sorte del padre è finalmente squarciato. Blindspotting cita anche i b-movie e, nel ritrarre il quartiere di West Oakland, pericoloso, incasinato, popolare, colorato, richiama la lezione del giovane Spike Lee. Blindspotting non disdegna espedienti da sit-com, in particolare quando Ashley “vede” attorno a sé il marito e interagisce con lui, pur essendo, quest’ultimo, blindato tra le quattro mura di un carcere. Tocchi di realismo magico si integrano, con naturalezza, nel racconto del vivere quotidiano dei protagonisti. I toni si alternano senza soluzione di continuità, l’ironia caustica lascia il posto alla riflessione interiore, l’invettiva solitaria (contro il sistema) cede il testimone al dialogo o alla confessione intima nel volgere di una manciata di battute. Impossibile, infine, non rilevare l’influenza estetica di una serie-cardine come Euphoria.

La conflittualità esplicita e a tratti virulenta tra Ashley e Trish segnala due modi d’essere, due differenti approcci alla vita di Oakland, una città interessata da una profonda trasformazione sociale e antropologica. La fidanzata di Miles sperimenta una grave crisi d’identità personale. Perché le è capitata una disgrazia simile? Da chi o da cosa dipende tanta sfortuna? È possibile sfuggire alle proprie radici? Si può falsificare un’appartenenza così come si falsifica ad hoc una dizione, l’accento british che lei stessa è costretta a sfoggiare sul luogo di lavoro per compiacere i facoltosi clienti? La duplicità di atteggiamenti imposti dalle circostanze, l’indecisione tra essere (il prima) e il dover essere (il dopo), la tormentata ammissione di non poter modificare gli avvenimenti e la connessa necessità di dare una spiegazione, magari edulcorata, a Sean, sono aspetti di Ashley non tollerati da Trish, autentica miccia del caos, donna energica, sboccata e immatura.

Sebbene, almeno rispetto al film, l’hipsteria sia un vizio meno marcato, le ferite della città sono esposte, visibili. Oakland, la “terra delle querce” che non ha più querce, disboscata nelle sue aree centrali fino all’ultimo albero, espropriata del suo nucleo di abitanti storici a vantaggio di ceti sociali emergenti, invasa da riccastri esigenti e arroganti, divisa economicamente e culturalmente tra bianchi e neri nonostante il trascorrere del tempo e i cambi di amministrazione, resta comunque un elemento vivo di Blindspotting, una presenza costante, palpabile, vera.

Secondo Earl bisogna risalire a Meteor Man, una commedia del 1993 che consegna per la prima volta ad un attore afroamericano il ruolo di supereroe, per capire sia il successo di Black Panther, film pluripremiato all’edizione degli Oscar del 2019, sia l’elezione epocale di Barack Obama. Lo stesso Earl, però, ha il terrore di tornare a casa oltre l’orario consentito, pena, in caso di sgarro, l’essere rispedito in carcere. Nel film Collin è scosso dalla seguente domanda: a chi sparerebbe un poliziotto in una colluttazione “multietnica”, a un bianco o a un nero? Blindspotting esalta il modello di famiglia americana del XXI secolo, un inestricabile meltin’pot di etnie e provenienze. Chi può dire con certezza di non avere almeno un po’ di sangue black o ispanico nelle vene? Sulla base di questa evidenza, la serie si sofferma su una contraddizione dolorosa: un conto è ragionare, da buoni progressisti, sul significato di essere neri (una banale gradazione del colore della pelle? una consapevolezza frutto dell’educazione? un legame con una certa comunità segnata da povertà e disagio?), un conto è vivere da neri, non riuscendo mai a scrollarsi di dosso una percezione, un pregiudizio.

Il finale, pirotecnico e surreale, riserva un amaro epilogo ad Earl, aspirante chef tradito da un cellulare che suona a vuoto. Per un ragazzo nero di West Oakland il futuro è un punto cieco (blindspotting). Benché si faccia attenzione, qualcosa sfugge sempre allo sguardo.

Titolo originale: Blindspotting
Numero degli episodi: 8
Durata ad episodio: 30 minuti l’uno
Distribuzione: Starzplay
Data di distribuzione in Italia: 13 Giugno – 8 Agosto 2021
Genere: Comedy, Drama

Consigliato a chi: pensa che i bermuda siano i jeans del mare, colleziona matrioske e biscotti della fortuna, chiama le sberle “sculacciate in faccia”.

Sconsigliato a chi: confonde episcopaliano con pesceteriano, nasconde il telefono nei luoghi più impensati, durante un colloquio guarda sempre l’orologio.

Letture e visioni parallele:

– Il New York Magazine lo ha definito “uno dei migliori libri del secolo”: Jesmyn Ward, Sotto la falce. Un memoir, NN Editore, 2021.

– Che differenza c’è tra essere neri ed essere considerati come tali? Lo possiamo scoprire seguendo la lezione L’identità tra razzismo ed emancipazione, nel ciclo Filosofia – Per chi ama pensare, a cura di Raphaël Enthoven. Disponibile sul canale ARTE.

Un elemento da ricordare: ovviamente il paradenti…

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