Cannes 2021. Les Intranquilles – The Restless

Les Intranquilles -The Restless **1/2

Il nono film del belga Joaquim Lafosse è per la prima volta in concorso al Festival di Cannes ed è un’altra radiografia familiare e di coppia bruciante ed elettrica, come nei suoi film maggiori, À perdre la raison e Dopo l’amore.

Anche questa volta tutto il suo film si muove all’interno delle mura di casa, una grande villa in campagna, dove vivono e lavorano Leila e Damien.

Prima di rinchiudersi negli spazi familiari, il film ce li mostra al mare, con il figlio Amine. Ad un certo punto il padre decide di fare un giro in barca con lui: arrivati in mare aperto, improvvisamente si butta in acqua e torna indietro nuotando, lasciando che sia il piccolo Amine a riportare indietro la barca, da solo.

Sulla spiaggia la moglie è preoccupata, l’attende ansiosa, mentre cala la sera.

E’ il primo segno della bipolarità di Damien, pittore generoso e ispirato, capace di stare sveglio per giorni, cucinare contemporaneamente da solo una cena intera, salvo poi svenire distrutto sul letto del figlio.

La sua creatività lo spinge a nuove crisi, al rifiuto del litio e dei medicinali, mettendo a rischio i precari equilibri familiari.

Nuove crisi e nuove ricadute lasciano Leila sempre più esausta e preoccupata.

Ma si può stare attenti, ci si può prendere cura di sè, ma da quella malattia non si può guarire.

Il film di Lafosse, dopo la fuga a cavallo di Continuer, è il ritorno ad un contesto già indagato a lungo in passato. La casa-studio in cui lavorano sia Damien sia Leila, restauratrice, diventa uno spazio di conflitti, di infelicità, di esplosioni nervose.

Gli eccessi di Damien lasciano ferite sempre più profonde nella moglie, ma anche in Amine, un bimbo costretto a vivere una maturità impossibile, di fronte agli squilibri paterni.

Lafosse si affida interamente ai suoi attori, li pedina con la camera a spalla, gli sta accanto, utilizza un punto di vista sempre interno al conflitto, non conosce giusta distanza.

Le focali corte li schiacciano negli interni, che assumono la forma indefinita di una prigione sentimentale, da cui non c’è più scampo. Questa volta però non sono le scelte individuali a minare la serenità familiare, bensì una malattia fatta di euforia, iperattivismo, energia inesauribile, rimozione di ogni filtro e ogni senso del pericolo.

Il film è stato girato il Lussemburgo, durante la prima estate di pandemia.

Lafosse ruba ai suoi personaggi un pezzo della loro vita, ne isola un momento, simile probabilmente a molti altri, non costruisce soluzioni per loro, li lascia chiusi  nel loro passato e nel loro presente.

Pian piano il focus si sposta da Damien a Leila, ai suoi sforzi per convincere il marito a prendersi cura di sè, per tenere unita una famiglia lacerata ogni giorno di più, sfibrata dalla tensione e dal dolore.

La figura paterna perde ogni autorità e autorevolezza, diventa la parte più debole del terzetto familiare, quella che richiede costanti attenzioni.

Il film resta un ritratto straziante e claustrofobico, che un finale brusco e giustamente aperto, lascia al suo futuro incerto.

 

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