Luck. Su chi, su cosa vale la pena scommettere?

Luck ****

Ci sono serie che fanno giri lunghissimi e poi finalmente, quando meno ce lo aspettiamo, arrivano in Italia. È il caso di Luck, approdata su Sky Atlantic nel mese di maggio del 2021 a dieci anni di distanza dal suo esordio negli Stati Uniti sull’emittente HBO. I motivi di interesse di Luck sono molteplici, a partire dai nomi in campo. Lo showrunner è David Milch, lo stesso di NYPD – New York Police Department, una grande figura della serialità degli anni Novanta e di inizio Duemila, al suo ultimo impegno importante prima di cadere preda di due diversi demoni, le scommesse sui cavalli e il morbo di Alzheimer. Il produttore esecutivo è un regista di culto, un autore seminale nel campo del cinema d’azione, nonché uno dei padri nobili del filone neo-noir, ovvero quel geniaccio di Michael Mann, che di Luck ha diretto in prima persona il pilot. L’attore protagonista risponde al nome di Dustin Hoffman, mostro sacro allora non ancora toccato dalle accuse di molestie sessuali. Insieme a lui, nel cast di eccellenza, spicca un certo Nick Nolte. Se provassimo a togliere loro due, Hoffmann e Nolte, resterebbe un parterre di attori comunque di primo livello: John Ortiz, Jill Hennessy, Dennis Farina, Ian Hart, Richard Kind, Kerry Condon… Nonostante queste invidiabili premesse, Luck ha chiuso i battenti dopo una sola stagione.

La fortuna, in un gioco perverso tra realtà e finzione, girò le spalle alla serie. A seguito della morte accidentale di tre cavalli sul set, Milch, Mann e HBO decisero di non proseguire, una decisione dolorosa, presa di comune accordo, per non turbare ulteriormente animi e sensibilità già sul piede di guerra. Le associazioni animaliste accusarono infatti la produzione di aver esercitato una scarsa vigilanza sulle condizioni di salute dei cavalli utilizzati nel corso delle riprese. Si parlò perfino di animali fragili, malati di artrite, selezionati perché “sacrificabili” e costretti ad assumere anabolizzanti per resistere allo stress. “Dal momento che cavalli vecchi, drogati e malati sono stati forzati a correre per realizzare la serie, PETA è felice che HBO abbia infine deciso di procedere con la cancellazione. Ringraziamo i segnalatori anonimi grazie ai quali queste morti non sono passate inosservate”, dichiarò l’organizzazione People for the Ethical Treatment of Animals in un comunicato ufficiale. Occorre aggiungere che Luck restò un lavoro “di nicchia”, almeno secondo gli standard della rete televisiva americana, con circa 600mila spettatori ad episodio. A compimento del ritratto, non si può non sottolineare che Luck fu principalmente lo specchio delle passioni incontrollabili di David Milch, frequentatore di ippodromi e forte scommettitore con propensione ai debiti di gioco. Ne derivò il profilo di una serie anomala e vagamente maledetta.

Perdersi nei gironi di Luck, al netto delle brutte vicende, è comunque una superba esperienza di visione. La qualità della scrittura è confezionata già nel preambolo. Dustin Hoffman alias Chester Bernstein alias Ace (Asso) esce di galera dopo quattro anni, al termine di una condanna, scopriremo, per un crimine di droga non commesso, ma di cui lo stesso Ace si è accollato la responsabilità per salvare il nipote. Mike Smythe, il vero colpevole, e altri cinici compagni di cordata gli voltano le spalle, continuando a vivere nel lusso, tra yacht e ristoranti alla moda. Lo spirito del genere revenge soffia su Luck. Ace, self made man vecchio stampo, attento allo stile e custode della buona grammatica, prepara il suo machiavellico ritorno sulle scene, un amo gettato agli squali o, meglio ancora, considerato l’argomento, un cavallo di Troia.

Non sfugga la peculiare cornice storica. Luck è ambientato nel 2012, nel pieno della crisi economica mondiale seguita al colossale fallimento della Lehman Brothers. “Sono confuso sul mio comportamento da un po’ di tempo” dice di sé il vecchio Ace, consapevole del suo status di sopravvissuto in un’epoca inedita per spietatezza. Ace coinvolge nel piano una giovane mente, un esperto di strumenti derivati, azzimato, privo di ironia, soprattutto onesto (la sua condanna). Ace ha anche un compare. Dennis Farina alias Gus Demetriou, spalla, amico, confidente e tuttofare, condivide con Ace un’ampia suite d’albergo con finestre panoramiche che incorniciano un immenso non-luogo americano puntellato da luci al neon e grattacieli. Al calar della sera, i due si confessano a vicenda, braccati dal sonno, appesantiti dagli anni, stanchi, esausti, indolenziti.

L’epicentro di Luck è l’ippodromo di Santa Anita, una struttura realmente esistente, situata ad Arcadia, nella Los Angeles County, California. Qui, proprietari di cavalli, allenatori, agenti, fantini, veterinari, scommettitori si sottomettono alla regolare follia delle corse. Milch&Mann, da veri maestri, con il tatto tipico di chi conosce la materia e sa plasmarla fin nei dettagli, dipingono un universo tentacolare, suadente, onnivoro, attraversato da effimeri sogni di gloria. L’ippodromo è un grembo accogliente e asfissiante, una meta irrinunciabile e pericolosa, un microcosmo popolato da una brulicante platea di soggetti con un foglietto in mano. Speculatori di bassa lega, guardie corrotte, disoccupati accecati dal miraggio del denaro facile e perdenti della vasta provincia americana si incrociano, si misurano, si scambiano le parti. Le corse sono ovunque, in pista, sugli schermi, nella testa di tutti. Un “pick six” fortunato (sei puntate per sei corse) può ribaltare il corso di una vita intera, una soffiata corretta può rendere indimenticabile un pomeriggio. È ciò che accade a quattro amici.

Marcus, disabile in carrozzina attaccato alla bombola dell’ossigeno, Lonnie, aspirante truffatore con sbilenche ambizioni da playboy, Jerry, patologico giocatore di poker e il quarto del gruppo, l’ingenuo e intraprendente Renzo, afflitto da complesso di Edipo, vincono due milioni e seicentomila dollari. Per festeggiare l’inaspettato evento, quale miglior regalo, se non comprarsi il cavallo che li ha resi ricchi, Mon Gateau? Peccato che Jerry butti via vagonate di soldi al tavolo verde in una sfida all’ultimo sangue con un ristoratore di Chinatown. Peccato che l’allenatore del cavallo, Turo Escalante, imponga loro tariffe da rapina (d’altronde, è il migliore coach sulla piazza) e li guardi dall’alto in basso, come un esperto del settore può guardare una combriccola di sbrindellati parvenu. Il mondo dei cavalli cela segreti. Mitch&Mann ne fanno una gigantesca, dolente metafora del capitalismo del XXI secolo. Il linguaggio di Luck può disorientare. I dialoghi ammiccano, le parole accennano. Spesso, occorre affinare l’intuizione. L’ippodromo è una realtà a sé, un motore immobile attorno a cui ruotano case da gioco e motel. Quasi nessuno dei protagonisti sembra avere una casa stabile. Tutto passa di mano, le scommesse, i bigliettini, i cavalli stessi. La fragilità dei cavalli è il simbolo di questa condizione di impermanenza.

Il rapporto tra uomini e cavalli si manifesta in Luck nella sua ricca fenomenologia. Le due opposte polarità dell’amore incondizionato e del bieco profitto si intrecciano indissolubilmente. Nick Nolte alias Walter Smith è un’anima pura. Smith, ormai anziano, possiede un cavallo figlio d’arte, Gettin’up Morning, il compenso per i servizi svolti in un ranch andato perduto, un luogo smarrito, polverizzato come quel tempo lontano in cui l’onore contava più del denaro. Al padre di Gettin’up Morning, il prodigioso Delphi, furono spezzate le gambe in un rito perverso, bestialmente umano, una messinscena sull’altare delle polizze assicurative. Smith rammenta l’orrore di quel rumore secco, osceno, di quando a un cavallo si rompono i tendini, appositamente, con un martello. Il rivale di Gettin’up Morning è Pint of Plain, il cavallo di Gus, il socio di Ace. Montare un puledro di razza, dal valore di centinaia di migliaia di dollari, è il sogno di ogni fantino.

I fantini meritano un discorso a parte. È sufficiente un chilo in più per escludere un jockey da una corsa ambita e a ricacciarlo nell’ombra dell’anonimato. In Luck i fantini competono tra loro, in un valzer di rivalità e reciproca ammirazione. E lottano contro se stessi, contro una tara o un limite che temono possa bloccarli sulla soglia dell’affermazione personale. Leon si allena maniacalmente per buttare giù i grammi in eccesso mettendo a repentaglio la sua salute. Ronnie tenta di affrancarsi da dalle dipendenze che ne hanno affossato la brillante carriera. Rosie è una ragazza irlandese impegnata a realizzare il suo sogno in un mondo quasi esclusivamente maschile. Le riprese delle corse sono meravigliose da un punto di vista tecnico-registico e sono in grado di restituirci l’ebrezza della competizione. Il brivido della libertà eccita e illude. La sensazione esaltante di essere lanciati verso il traguardo a velocità folle è controbilanciata dal terrore della caduta. La tragedia è un cavo teso, una minaccia in agguato. Gli autori si soffermano spesso sulle zampe dei cavalli, fasciate, sanguinanti, spaccate, miracolosamente illese. L’episodio dell’eutanasia usata alla puledra da corsa montata da Leon è una straziante conferma del messaggio di Luck: la vita è un lancio di dadi e il caso può revocare l’illusione della grazia in qualunque momento.

Dietro i fantini, ci sono gli agenti. Richard Kind alias Joey Rathburn è un personaggio memorabile, forte di una fisicità ed espressività fuori dal comune. Il balbuziente, timoroso, impacciato Joey, depresso dopo la separazione dalla moglie, è baciato dal cielo nell’attimo in cui la terra trema sotto i suoi piedi (siamo in California, non dimentichiamolo, zona a rischio sismico elevatissimo). Le vere star dell’ippodromo sono gli allenatori. John Ortiz alias Turo Escalante è un immigrato peruviano “che ce l’ha fatta”. Escalante da giovane vendeva carote ai margini dell’impianto, un ricordo impresso in Ace che l’aveva adocchiato e consigliato per un ruolo da “groom”, ovvero di artiere ippico, una figura chiave nella gestione delle scuderie. Nel paniere sociologico di Luck trovano spazio una molteplicità di storie, di destini, di percorsi individuali, di derive esistenziali, di provenienze geografiche, di realtà organizzate, non ultime le lobby.

La colonna sonora è bellissima, da Devendra Banhart ai Sigur Ros, da Gil Scott Heron ai Massive Attack, presenti nell’opening theme con Splitting the Atom del 2010. Il finale non poteva che essere affidato a Money for Nothing dei Dire Straits… Ace resta il protagonista principale di Luck, tanto da battezzare con il suo nome il titolo degli episodi (Ace spinge Escalante a scambiare i fantini, Ace chiude un affare…) In apparenza governato dal solo bisogno di risolvere la sua questione privata, Ace si imbatte in una possibile svolta sentimentale. Joan Allen alias Claire Lachay una donna volenterosa e idealista, lo contatta per coinvolgerlo nel suo progetto, un maneggio dove i detenuti, a contatto con i cavalli salvati dal macello, possano lavorare su se stessi ed “eliminare le relazioni disfunzionali”. In Luck si agita però sempre la solita domanda: su cosa, e su chi, vale la pena scommettere?

Titolo originale: Luck
Numero degli episodi: 9
Durata ad episodio: tra 45 minuti e un’ora l’uno
Distribuzione in Italia: Sky Atlantic
Data di uscita: 25 Maggio – 22 Giugno 2021
Genere: Drama

Consigliata a chi: Ha fatto “naso naso” con un cavallo, in giardino ha una capra portafortuna, nasconde un completo Brioni nell’armadio pronto per ogni occasione.

Sconsigliata a chi: Ha usato il frustino nell’occasione sbagliata, si ricorda di quando ha rotto quel bel posacenere, ha un amico che passa le notti ficcandosi nei guai.

Visioni e letture parallele:

– Uno dei film “indipendenti” più acclamati degli ultimi anni: Diamanti Grezzi (2019) di Josh e Benny Safdie, disponibile su Netflix.

– Un ippodromo nato nella fantasia di un bambino, un sogno a occhi aperti, un epopea di cavalli nel profondo entroterra australiano: Tamarisk Row di Gerald Murnane, Safarà Editore, 2020

Una scena: il team 4Amigos, con le carote in mano, esitante davanti al cavallo appena acquistato.

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