La donna alla finestra

La donna alla finestra **

Il nuovo film di Joe Wright ha avuto una genesi lunga e travagliata, con le riprese terminate a metà 2018, per Fox2000 e una data d’uscita prevista per il 4 ottobre 2019.

Nel frattempo la Disney acquista la 20th Century, chiude la Fox2000 e chiede a Wright di rimontare il film dopo una serie di screening test disastrosi.

La pandemia finisce per allungare i tempi all’infinito e il film finisce per essere ceduto a Netflix, dove debutta il 14 maggio, in una nuova versioen di compromesso che mostra tutti i limiti dell’approccio di Joe Wright al romanzo di A.J.Finn, pseudonimo del discusso editore Daniel Mallory.

Per il regista di Anna Karenina ed Espiazione, il film è un enorme omaggio hitchcockiano, tra Io ti salverò, La donna che visse due volte e La finestra sul cortile, che trabocca di passione cinefila.

Solo che Wright, tutto preso dalle consuete acrobazie nella messa in scena e dall’ansia citazionista, si dimentica che un buon thriller si compone essenzialmente della cura dei particolari, della coerenza narrativa, dell’efficacia dei caratteristi, della plausibilità dei plot twist e delle motivazioni dei personaggi.

Tutte cose che mancano ne La donna alla finestra e che Amy Adams cerca disperatamente di coprire con un’interpretazione generosa e molto intelligente, che evita qualsiasi deriva melodrammatica e qualsiasi eccesso, sia pure rispetto ad un personaggio che soffre di un trauma devastante e che letteralmente assiste ad una storia in cui allucinazioni e realtà, incubi e suggestioni cinefile si fondo inestricabilmente.

La protagonista è Anna Fox, psicologa infantile, che si è chiusa dentro una grande casa di Manhattan da dieci mesi e non esce più, afflitta da un’agorafobia traumatica, di cui solo alla fine del secondo atto conosceremo le cause.

Ospita nel seminterrato un inquilino cantautore, dal passato turbolento. Ma la sua routine d’isolamento viene sconvolta, quando nel palazzo di fronte si trasferiscono i Russell, provenienti da Boston: marito manager, moglie bionda ed eccentrica, figlio adolescente problematico.

A turno i tre si presenteranno alla sua porta e riusciranno anche ad entrare, qualcuno per lamentarsi del voyerismo di Anna, che passa el sue giornate a spiare il vicinato, qualcun altro per trovare conforto e amicizia.

Le cose precipitano quando una notte, Anna, svegliandosi di soprassalto, assiste all’omicidio di Jane Russell, accoltellata brutalmente in casa.

Tuttavia quando interviene, la polizia non trova nulla di strano…

E’ Anna ad  essersi immaginato tutto? Sono i medicinali che la spingono verso l’allucinazione o c’è qualcosa di vero nei suoi timori?

Wright cerca di sfruttare il grande set della casa newyorkese in cui Annasi è rifugiata, come una sorta di labirinto i cui spazi sembrano confondere anche lo spettatore, oltre che la protagonista.

Le panoramiche a schiaffo, gli orpelli visivi incessanti, i complicati movimenti di macchina sono tuttavia spesso solo funzionali a creare caos, più che inquietudine. Raramente funzionano davvero, come nel flashback che si conclude con l’auto ribaltata nel salotto di casa o nel finale con un carrello verticale che parte dall’ultimo piano e accompagna la Adams verso la porta d’ingresso.

Un maggior rigore geometrico sarebbe stato apprezzabile.

Invece Wright annaspa con foga, costruendo piani sempre più inutili e perde di vista la compattezza del racconto, che inanella una serie di colpi di scena non solo complessivamente prevedibili, ma anche gestiti in modo sciatto, sprecando un grande cast in cui Gary Oldman, Jennifer Jason Leigh e Julianne Moore sono poco più che comparse e non veri personaggi.

Wright spreca anche il notevole setting della grande casa, che fra tende, scale e ingressi assomiglia ad un grande palcoscenico teatrale su cui mettere in scena la tragedia di sè. Contemporaneamente la casa è sia rifugio, sia prigione per Anna, che non esce da mesi e sta pian piano precipitando in uno stato di confusione assoluta, in cui la notte si confonde con il giorno, in cui il piano della realtà si mescola alla suggestione, in cui sonno e veglia hanno perso qualsiasi regolarità e la stessa scansione delle giornate, che punteggia il film, è priva di alcun significato.

Anche l’idea di costruire un racconto con la solita protagonista femminile fragile di nervi, malata, afflitta da un senso di colpa, che è riconducibile ad un tradimento e che sembra immersa in una paranoia allucinatoria, è ormai un cliché così usurato, da renderlo inutilizzabile.

E anche piuttosto misogino, ad essere sinceri.

Il film non trova mai la misura, sembra uno degli ultimissimi film di De Palma, più indaffarato a mostrare i muscoli della propria cinefilia, che a costruire un impianto narrativo solido su cui esercitarsi post-modernamente.

E senza neppure quelle riflessioni sull’invadenza degli schermi, sul voyerismo, sulla verità della rappresentazione rispetto all’incomprensibilità del reale, che De Palma conduce e aggiorna da 50 anni.

Un’occasione sprecata.

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