Dick Johnson Is Dead

Dick Johnson Is Dead ***

“Per quanto stia cercando in tutti i modi di ucciderti, non sto cercando di liberarmi di te”

No, Dick Johnson, stimato psichiatra di Seattle, non è morto. Non ancora almeno.

E’ solo malato di demenza senile e sta cominciando a dimenticare le cose, a girare con l’auto in un cantiere o con le gomme sgonfie, a svegliarsi nel cuore della notte per prendere un treno, a fissare doppi appuntamenti ai suoi clienti.

Quando la figlia Kirsten, direttrice della fotografia di Fahrenheit 9/11 e Citizenfour, se ne accorge decide di coinvolgerlo in una grande avventura, da vivere assieme.

Dick si trasferisce a New York e assieme a Kirsten mette in scena tutte le sue possibili e probabili morti. Cadendo per le scale di casa o in mezzo alla strada, o colpito da un operaio o da un pesante condizionatore.

Stuntmen, truccatori, colleghi di Kirsten li aiutano a mettere in scena sempre nuove infauste dipartite, fino alla messa in scena del proprio funerale, nella chiesa avventista frequentata per tutta la vita.

Il film della Johnson, alla sua seconda regia dopo l’autobiografico Cameraperson, è al contempo un racconto intimo, familiare e uno spettacolare sortilegio cinematografico.

Anche perchè, sia pure devoto frequentatore della sua chiesa avventista, che proibisce alcol, balli e cinema, Dick porta i figli a cinema a vedere Frankenstein Jr.: “Avrò il mio Paradiso qui sulla terra, con tutti voi”.

E così partendo da una sorta di collage di home movies, la regista gioca con il cinema, la sua forza immaginifica e mitopoietica, ne svela i piccoli trucchi, il dietro le quinte, mette tutto in scena, per esorcizzare un finale che arriverà per tutti, ma che nessuno può prevedere.

Pur raccontando il lento spegnersi di una coscienza, lo fa con il tono lieve e beffardo di chi ha deciso di giocare con la vita fino all’ultimo istante.

E in fondo, questo allegro e colorato omaggio familiare sembra colmare il vuoto che è rimasto quando la stessa sorte è toccata alla madre, morte nel 2007 di Alzheimer, di cui restano pochissime immagini che il film pudicamente ci mostra.

Questa volta le cose devono andare in modo diverso, sembra aver pensato la Johnson. Ma la riflessione tanto personale, diventa immediatamente universale, nel racconto surreale e affettuoso sulla paura e il mistero della fine. Tanto per chi vi si avvicina, che per coloro che restano.

Ma il lavoro della Johnson è anche un magnifico inganno cinematografico, che trova la sua vertigine nel funerale celebrato in vita, con gli amici e i pazienti che lo ricordano e il pastore che non riesce a darsi pace e piange e si commuove, inconsolabile.  Realtà e rappresentazione diventano così indistinguibili, suscitano le medesime emozioni catartiche.

La figlia l’aiuta a liberare il suo studio medico, a cambiare il messaggio sulla segreteria telefonica, discute con lui sulla necessità di vendere al sua automobile, che non potrà più guidare a New York. Lui le chiede perchè ha scelto il cinema documentario: “perchè la vita reale è spesso più affascinante di quelle che puoi ricreare”.

La spiritualità ha indubbiamente un ruolo importante nella vita di Dick e la stessa idea di resurrezione viene qui costantemente messa in scena nella teoria tragicomica delle sue morti immaginarie, in modo intelligente e provocatorio.

La Johnson si spinge persino ad immaginare un Paradiso in cui si sta a tavola con Freud e Buster Keaton, Frida Kahlo e Bruce Lee, in cui si può cantare e ballare la propria canzone.

E’ la forza del cinema, la morte al lavoro, come l’aveva immaginata Cocteau, quella che consente di rendere eterni i volti degli attori, siano essi attori o persone comuni.

Fosse solo per questo, Dick Johnson Is Dead avrebbe già raggiunto il suo scopo. Ma c’è molto di più.

Special Jury Award for Innovation al Sundance, l’anno scorso. Tra i produttori, la benemerita Megan Ellison.

Da non perdere.

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