Raya e l’ultimo drago

Raya e l’ultimo drago **1/2

Cinquantanovesima animazione, prodotta dalla Disney, in poco più di ottant’anni di storia, Raya e l’ultimo drago si pone nella scia dei loro lavori più recenti, caratterizzati da un ribaltamento dei ruoli tradizionali, con un’attenzione particolare all’autodeterminazione delle sue eroine e una sensibilità diversa, rispetto alle culture non americane.

Frutto del lavoro di otto soggettisti e addirittura quattro registi, Raya è evidentemente un lavoro collettivo, perfetto esempio di quel cinema da studio system, in cui è l’identità della Disney a plasmare l’intera operazione.

Il film è ambientato in un oriente immaginario, nel regno di Kumandra, in cui uomini e draghi hanno sempre vissuto in pace e armonia, fino a cinquecento anni prima, quando sotto la minaccia dei Druun, un flagello che tramutava le sue vittime in statue, i draghi si sono coalizzati per forgiare una gemma magica, capace di sconfiggerli.

Il loro sacrificio però è stato vano, perchè Kumandra si è divisa in cinque regni in lotta tra di loro, per conquistare il potere della gemma.

Raya è la figlia del Capo Benja, sovrano delle Terre del Cuore e custode della gemma. Quando Benja riunisce i cinque regni per mettere fine alle ostilità e rinverdire i fasti di Kumandra, la piccola Namaari, figlia della regina delle Terre della Zanna, inganna Raya e cerca di rubare la gemma, che si rompe in cinque pezzi, liberando di nuovo i Druun.

Ciascun regno finisce per custodirne un pezzo, almeno finchè Raya, sei anni dopo, decide di rimettere assieme la gemma, per rompere il giogo di paura e terrore, che ha trasformato le cinque terre in lande desolate, popolate di statue di pietra.

Ma Raya non è sola in questa sfida impari: può contare su una sorta di armadillo gigante, Tuk Tuk, suo fidato destriero, ma lungo il viaggio la sua squadra si arricchirà di altri improbabili eroi.

Se la storia del regno di Kumandra è raccontata da Raya attraverso un’animazione molto originale a due dimensioni, stilizzata ed evocativa, il resto del film segue quello che è ormai diventato lo standard di riferimento della Disney, mutuato in gran parte dalla Pixar, con un fotorealismo estremo, che si addolcisce solo nelle figure umane e animali, che mantengono chiari segni antropomorfi.

Impressionano soprattutto la resa dell’acqua, i gradini immaginari che i draghi usano per muoversi e il loro vello, mentre da un punto di vista stilistico il film ricicla un immaginario ormai consolidato che va da I predatori dell’Arca perduta fino ai duelli di Matrix, sfruttando dolly, riprese aeree, carelli circolari e mobilità immersiva della macchina da presa.

Il messaggio di fondo multiculturale, che suggerisce nella fiducia tra i popoli diversi l’unica soluzione, per sconfiggere i problemi comuni, è inattaccabile e democratico, lo sguardo femminile è legittimo e ben costruito, gli elementi magici e fiabeschi sono gestiti con una certa efficacia, senza lasciargli la risoluzione degli snodi di scrittura.

Il viaggio dell’eroina Raya nasce da un dolore personale e familiare, ma è assistito da un anelito più grande e universale.

In originale le voci delle due protagoniste sono di Kelly Marie Tran e Awkwafina, mentre a Gemma Chan tocca la nemesi Namaari.

La colonna sonora del veterano James Newton Howard accompagna le immagini senza mai essere invasiva. E di questi tempi, non è poco.

Pregevole la scelta paesaggistica, che si muove tra le cinque terre, passando dal deserto assolato al bosco, dalla città sui canali, al mercato sull’acqua, in un trionfo di colori, sfumature, ombre, pioggia.

E’ probabile che Raya entri velocemente nel pantheon delle nuove eroine consapevoli della Disney, lontanissima dalle principesse classiche, senza salvifico principe azzurro, ma padrona e artefice del proprio destino.

Solidissimo intrattenimento familiare.

Su Disney+ ma a pagamento.

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