Capitani: un ispettore di polizia indaga i misteri del Lussemburgo

Capitani ***

Capitani è una serie lussemburghese prodotta da Samsa Film in collaborazione con RTL e Artemis, con il supporto del Film Fund Luxembourg. Nell’Ottobre 2019 Capitani ha esordito in patria riscuotendo un clamoroso successo, circa 150mila spettatori a puntata, davvero tanti, se pensiamo che la popolazione complessiva del Granducato supera di poco le 600mila unità. Quasi un lussemburghese adulto su tre è rimasto incollato alla tv per seguire le intricate indagini condotte dall’ispettore Luc, che di cognome fa appunto Capitani, nell’immaginaria località di Manscheid. Netflix ha distribuito la serie in tutto il mondo nel Febbraio del 2021.

L’inizio è smaccatamente “twinpeaksiano”. Il corpo della giovane Jenny Engel, quindici anni, è trovato in un bosco nei pressi di Manscheid/Mënscht, paese del nord non troppo distante dal confine con il Belgio. Sul posto accorrono Luc Capitani, ispettore della Capitale casualmente (o forse no) da quelle parti e la polizia locale. Jenny aveva con sé della droga, pasticche blu con il profilo di un unicorno disegnato sopra. La sorella gemella della ragazza, Tanya, risulta scomparsa. I loro genitori sono separati. Mick, il padre biologico, è un dongiovanni locale con velleità di carriera politica, Nadine Kinsch, la madre, è una donna fragile. Il compagno di Nadine, Rob Berens, è un insegnante di liceo. Poco dopo la tragedia, Rob si impicca a una trave.

La narrazione di Capitani gioca su almeno tre linee di frattura simboliche. La prima è di carattere geografico, ovvero Nord/Sud. L’ispettore, dal cognome evidentemente italico, non glissa sulla sua provenienza da latitudini lontane. La proprietaria dell’unico albergo locale è una sua vecchia fiamma, Carla Pereira alias Sofia Santos, figlia di immigrati portoghesi. L’accento posto sul caldo estivo non è un dato irrilevante. Capitani è ambientato in un luglio anomalo, afoso, meridionale. Luc, però, ecco servita la seconda opposizione, è anche il cittadino, il classico étranger piombato in una località sconosciuta. Luc ignora le dinamiche interne di Manscheid, l’intrico di relazioni, i misteri sedimentati, le consuetudini. La comunità è chiusa. L’ispettore, che dalla sua ha la fiaccola della legge e la spada della giustizia, tenterà di far luce in una zona d’ombra straordinariamente spessa. L’oscurità bracca Luc Capitani da vicino. Il suo passato, scopriremo, non è limpido. Il placido agglomerato urbano, terza antitesi, è circondato dalla fitta foresta, teatro, oltre che del ritrovamento di Jenny, di traffici illegali e di altri scambi. La foresta, nella migliore tradizione fiabesca e psicanalitica, rimanda al proibito, all’innominato, al tabù.

Nord contro Sud, centro contro periferia, città contro natura. C’è un altro asse da esaminare: la comunicazione. I dispositivi mobili sono depositari di segreti. A Manscheid, comunità omertosa, non ci si espone su Facebook o Instagram. Si potrebbe dire, anzi, che il piccolo borgo lussembughese è la negazione di qualunque tentazione social. Il texting forma un reticolo, un flusso di informazioni sotterraneo che scorre parallelamente alla parola detta. Prendiamo la volenterosa Elsa Rey. Elsa, esponendosi ai borbottii del burbero collega, dialoga via SMS con il suo fidanzato Steve Weis, soldato accampato nella foresta per svolgere esercitazioni con altri commilitoni.

Che i militari non siano del tutto estranei all’accaduto è provato fin dall’inizio, quando uno di loro, preoccupato dalla piega degli avvenimenti e curioso di assistere alle operazioni dei poliziotti, riesce a fuggire dallo spiazzo erboso sotto la rupe dalla quale la povera ragazza è precipitata (qualcuno l’ha spinta?). Il soldato non si fa riconoscere ma Elsa riesce a recuperare un bottone. E il bottone riconduce a Steve. Elsa aspetta un figlio da quell’uomo in mimetica che, con ogni probabilità, nasconde qualcosa di compromettente. Tanto gli SMS quanto la radio, mezzo popolare nel paese, restituiscono un senso di lontananza, di vuoto, di paura. Più si comunica, più ci si allontana. Usch, lo “scemo del paese” che ha visto tutto, non riesce a parlare. La verità è sigillata nel silenzio.

A Manscheid circola droga a fiumi. Non vi riveliamo il sistema ingegnoso di consegna, vi basti sapere che gli smarties possono ingannare. Il primo target sono le ragazzine. In Capitani il maschile si traduce spesso in un comportamento individuale freddamente egoistico. Il femminile, viceversa, cede alla prepotenza, alla frode, al raggiro. Elsa, Nadine, le gemelle, nessuna di loro è al riparo dalla voracità degli uomini-lupo. Manon Boever, la figlia del panettiere che spaccia droga ad adolescenti un po’ più giovani di lei, a sua volta tossicodipendente, è soggetta alla prepotenza sessuale di Mick. Manon è una figura tragica di Capitani.

La morte di Rob è un colpo di fortuna per Manscheid. Lo capisce al volo il sindaco che incarica la moglie di agire in fretta. Durante le ricerche per rintracciare Tanya, gli occhiali del docente suicida sono recuperati nei pressi della scena del crimine. Da qui all’untuosa diceria (molestie, violenze alle figlie della compagna) è un breve passo. Si tratta, pista semplice da smascherare per l’abile Luc Capitani, del tentativo di addossare la colpa a chi non si può più difendere.

Al presente quadretto di debolezze e miserie umane si aggiungono i depistaggi del solerte preside, i commerci criminosi dei soldati, la fantasia di Mick nell’accoppiare, perdonerete l’eufemismo, domanda e offerta, e la doppiezza, letterale, della gemella ricomparsa. Veniamo a sapere che Jenny, ragazza pulita, studiosa, intelligente invidiava Tanya, sballata, euforica, invischiata nel giro di droga per il semplice fatto che la famiglia, i parenti, le amiche e il circondario la adorava nonostante le sue deviazioni. Peccato sia tornata Jenny e non Tanya, arriva a dire, a denti stretti, l’orrendo padre.

L’incipit, lo svolgimento della trama e la caratterizzazione dei personaggi di Capitani, crime story di maniera, sanno di già visto, eppure lo spettatore avverte una singolare tensione. Definire la serie l’espressione della coscienza infelice del Lussemburgo è troppo? Forse no. Il tema del doppio, e con esso dello scambio, rimanda a un’ambiguità di fondo, esistenziale, genetica. OpenLux, una recente inchiesta giornalistica, ha dimostrato che nel Granducato sono attive 140.165 società (una ogni quattro abitanti!), per lo più prive di uffici, mezzi, personale e per questo definite dal quotidiano Le Monde “sedi fantasma”. Fondi e fondazioni risultano create da “miliardari, multinazionali, sportivi, artisti, politici di alto rango e persino famiglie reali”.

Il governo a guida liberale ha risposto alle critiche, non nuove, affermando che “la legislazione lussemburghese è pienamente conforme a tutte le normative europee e internazionali”. Il Premier Xavier Battel ha ragione. La finanza mondiale è disciplinata da leggi sottoscritte da parlamenti e governi. Eppure, nulla è più oscuro dei suoi meccanismi, per non parlare delle sue finalità recondite, spesso indecifrabili, soprattutto ora che l’intelligenza artificiale decide in un millesimo di secondo transazioni milionarie. Una suggestione: l’adozione del simbolo dell’unicorno, inciso sulle pasticche e utilizzato a mo’ di segnaletica nella foresta, richiama una terminologia, molto in uso nel mondo delle startup tecnologiche. Con “unicorno” si indica infatti un’azienda innovativa non ancora quotata in Borsa che ha velocemente raggiunto una valutazione di mercato di almeno un miliardo di dollari. Un’attesa virtuale che può essere ripagata in moneta reale, oppure no.

Manscheid è un microcosmo dove l’ipocrisia domina incontrastata. Tutti sanno che il paese è inondato dalla droga e tutti, tacendo, acconsentono. L’oppio sintetico narcotizza il popolo e l’inferno sono sempre gli altri. Luc Capitani, lo straniero, viene maledetto per aver portato il caos in un regno di “armonia”. Il diffuso consumo di ecstasy è il sintomo di un malessere che origina da una zona di esclusione. Nel cuore del bosco, un antico luogo di meditazione è trasformato in un tempio profano. Mick, l’officiante di questi riti pagani per soli ricchi, si fa eleggere sindaco. L’amministrazione della cosa pubblica, la trasparenza, viene a coincidere con la trasgressione concessa a pochi, il proibito. La chiesa è un guscio vuoto profanato dall’irruzione di Tanya, sporca, lacera, disorientata. Il pastore e i fedeli vengono trascinati nel mondo grande e terribile che si estende oltre la posta spalancata. Trionfa l’ipocrisia, si diceva. La gemella amata dai compaesani è la peggiore tra le due. Vince il soggetto gradito allo sguardo esterno, la metà coccolata dal giudizio collettivo. Il paradosso è spinto all’estremo: l’elemento negativo della coppia, benché non più in vita, non può nemmeno morire.

Luc Capitani non è un personaggio immacolato né un cavaliere pallido senza macchia. Un punto a favore della serie, un cliché ben speso, è la sua scarsa simpatia. Capitani è scostante e perennemente infastidito dal contesto, non familiarizza col prossimo e non fa nulla per entrare nelle grazie degli abitanti del borgo. Diane Bonifas, sua esperta collega con compiti di ispezione interna, lo pedina fin nel profondo nord cercando di comprendere il motivo della sua missione laggiù, così lontano dalla capitale, e il significato della presenza di Carla Pereira. La seconda linea narrativa, focalizzata su Luc, è nel complesso meno incisiva. Vecchie storie di malavita tornano a galla, riaffiora una pistola smarrita, si addensano interrogativi sull’omicidio di un boss e sulla fuga della ragazza. Diane propone a Luc una semplice soluzione per chiudere il cerchio e mettere una pietra tombale sullo scomodo passato (la stessa logica malata di Manscheid!), ma Luc rifiuta.

La spiegazione più semplice è di solito quella giusta”, dice il protagonista nelle battute iniziali. Si, ma a condizione di trovarla, sembra suggerire lo sviluppo della serie. Elsa Rey, la poliziotta locale, esce dal cono d’ombra e, episodio dopo episodio, acquista centralità nell’azione. Il suo partner professionale Joe Mores, manipolabile, insicuro, ha il terrore di essere inutile. La battuta migliore di Capitani sta in un dialogo tra Luc e Joe: togliti quegli occhiali, non sei l’Ispettore Callaghan.

Il cast di Capitani è tutto lussemburghese. Luc Schiltz, Sophie Mousel, Claude De Demo, Kostantin Rommelfangen, Brigitte Urhausen, Jules Werner, Jil Devresse sono nomi poco noti al pubblico italiano. Désirée Nosbusch, che interpreta Diane, ha avuto ruoli in pellicole di Sergio Corbucci e dei Fratelli Taviani, ed è comparsa anche in qualche miniserie nostrana dei primi anni Novanta. Il titolo di ogni episodio (dodici di mezz’ora l’uno, uno standard perfetto per il binge-watching) riprende un verso di Michel Lentz, gloria poetica del Lussemburgo, nonché compositore dell’inno nazionale. Capitani è una serie complessa, per fortuna poco indulgente con lo spettatore. Non un capolavoro, ma nemmeno un prodotto da banco. Le riprese della seconda stagione, pandemia permettendo, stanno per iniziare.

Titolo originale: Capitani
Numero degli episodi: 12
Durata ad episodio: 30 minuti l’uno
Distribuzione: Netflix
Data di uscita: 11 febbraio 2021
Genere: Crime, Mistery, Drama

Consigliato a chi: è fissato con le previsioni del tempo, non rinuncia mai alla sua corsa mattutina, è goloso di muffin.

Sconsigliato a chi: da giovane era soprannominato “secco” e ora “ciccio”, ha sbirciato da una serratura e se n’è pentito.

Visioni e letture parallele:

– Un film/documentario sulla difficoltà di crescere e sulla scommessa di restare fedeli a se stessi: Adolescentes di Sébastien Lifshitz (2019), disponibile sulla piattaforma MUBI.

La purezza di un ragazzo costretta a vestire il cinismo di una divisa: Soldato tartaruga di Melinda Nadj Abonji (Keller Editore, 2021).

Un fotogramma: il tatuaggio sulla spalla di Tanya/Jenny, due profili identici a comporre un cuore.

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