Fino all’ultimo indizio – The Little Things

Fino all’ultimo indizio – The Little Things **

Il nuovo film di John Lee Hancock – sceneggiatore per Eastwood negli anni ’90 (Un mondo perfetto, Mezzanotte nel giardino del bene e del male), quindi regista in proprio, con un percorso non molto lineare e dagli esiti spesso altalenanti (The Blind Side, Saving Mr. Banks, The Founder, The Highwaymen) – è un poliziesco spiazzante che gioca con l’ossessione e la colpa.

Siamo nella Los Angeles del 1990 e i protagonisti sono due investigatori: il maturo vice sceriffo della Contea di Kern, Joe “Deke” Deacon, e il giovane e rampante Jimmy Baxter, che lavora alla omicidi di Los Angeles.

Quando Deke ritorna nel distretto dove ha lavorato per una vita prima di abbandonare tutto misteriosamente, rifugiandosi in provincia, i suoi colleghi e Jimmy sono al lavoro sul caso di un possibile killer seriale, che uccide donne sole, in modo brutale.

Dopo il ritrovamento di due cadaveri, una terza donna, Ronda Rathbun, sparisce nel nulla dopo aver fatto jogging.

Il giovane detective cerca di sfruttare il fiuto di Deke, una leggenda del dipartimento, che ha chiuso tuttavia la sua carriera losangelina con un infarto, il divorzio e l’allontanamento forzato, dopo aver lasciato irrisolto il caso di tre prostitute uccise ritualmente, in una notte di cinque anni prima, durante un blackout elettrico.

Le indagini di Deke lo conducono sulle tracce di un tecnico, Albert Sparma, che potrebbe aver conosciuto le vittime e che sembra provare uno strano piacere nell’attirare le attenzioni della polizia.

Ma è davvero lui il colpevole? E i casi che ossessionano Jimmy e Deke sono davvero collegati?

Il film, che Hancock aveva scritto per Steven Spielberg nei primi anni ’90 e che il regista di Minority Report aveva accantonato, ritenendolo troppo oscuro, è passato per diverse mani, prima di tornare in quelle dello stesso scrittore, che ha deciso di fare da sè.

Coinvolto Denzel Washington e poi i due premi Oscar Jared Leto e Rami Malek, il resto è scivolato più semplicemente.

Se la prima parte è piuttosto tradizionale e risaputa, con la formazione della strana coppia di poliziotti alla ricerca della verità su un caso di violenza brutale e ripetuta, è la seconda che prende una deirva inattesa ed amara.

Se ricostruiamo il contesto in cui il film è stato originariamente scritto, vi possiamo leggere molte affinità con Il silenzio degli innocenti e Se7en,  ovvero i due polizieschi seminali di quel periodo, nel rapporto tra i personaggi, nelle sue dinamiche ossessive e rituali, nel coté psicologico dell’indagine, nel ruolo ancora debole e provvisorio della scienza forense, sempre promettente, ma inconclusiva.

E anche nel finale nerissimo, che li accomuna e che si fa gioco di ogni possibile idea di giustizia, lasciando la sua tela incompiuta, irrisolta, anzi gravemente lacerata.

La verità resta irraggiungibile, le ipotesi degli uomini si infrangono sulla violenza che li circonda, le dinamiche investigative invece che chiarire rendono tutto più confuso.

Il caso si fa beffe della volontà e il nero della colpa scolora in un grigio indistinto, in cui i ruoli si sovrappongono fino ad annullarsi.

Eppure gli errori del passato disfano qualsiasi sicurezza presente e, come in un romanzo di Durrenmatt, quello che resta è solo la testarda ossessione di essere ad un passo dalla verità, senza riuscire mai a raggiungerla. Un’ossessione che spalanca un passo alla volta l’abisso della follia.

Alla fine al più saggio Deke, che ci è già passato, che si è già perduto, non resta che l’inganno: sar sufficiente a salvare Jimmy?

Non lo sapremo mai.

Il film di Hancock è girato con la consueta invisibile classicità, molto distante dalle invenzioni e dagli eccessi postmoderni degli anni ’90. Si fa forte dei cliché polizieschi, di una progressione drammatica che si fa via via evanescente, concentrandosi infine sui suoi interpreti, che tuttavia mi pare che lo tradiscano in modo veramente spettacolare.

Se Washington è laconico e invecchiato, in un ruolo che sembra aver interpretato mille volte in passato, Malek, con le sue smorfie esagerate e una fisicità sempre imbarazzata, sembra uscito da una filodrammatica di terz’ordine. Il contrasto tra le due interpretazioni non potrebbe essere più stridente e il fatto che i due condividano quasi tutto il loro tempo sullo schermo in coppia non fa che aumentare la dissonanza.

Quanto a Leto è talmente abbonato ai ruoli maledetti e sopra le righe che appena entra in scena si capisce subito quale sarà la sua parte nel dramma.

I tre sembrano recitare su toni e con modi completamente differenti, ciascuno seguendo una strada che non interseca mai quella degli altri.

E’ curioso che in un film, che avremmo detto perfettamente hollywoodiano nella sua professionalità esemplare, la direzione degli attori sia invece così maldestra.

Hancock non riesce a rovinare fino in fondo quel paio di buone idee del suo copione, ma certo lascia immaginare cosa avrebbe potuto essere questo film, se fosse stato davvero girato venticinque anni fa, dalle mani di un altro regista e con un cast decisamente meglio assortito.

Il film di Hancock è il primo dei diciassette che la Warner ha deciso di far debuttare negli Stati Uniti in contemporanea tra la sala e il suo canale streaming HBO Max.

Irrisolto.

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