Saving Mr.Banks

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Saving Mr.Banks **

Cinema e letteratura si sono guardati con reciproca diffidenza sin dall’inizio. L’adattamento di un romanzo, di una pièce teatrale, di un racconto breve hanno da sempre posto in crisi il rapporto tra lo stile e la profondità della parola scritta e la sua trasposizione sul grande schermo, necessariamente diversa, spesso superficiale, incapace di restituire la complessità originaria, più spesso ossequiosa della struttura del racconto, altre volte invece capace di rivoluzionarla, sovrapponendo nuovi livelli di lettura rispetto alla fonte.

L’adattamento cinematografico è un tradimento, una riscrittura per immagini, una selezione di suggestioni, talvolta solo uno spunto narrativo da cui partire. Persino gli adattamenti più riusciti hanno creato controversie: basterebbe ricordare il caso di Shining, che Stephen King ha sempre odiato nella versione di Kubrick, o dell’ultimo La vita di Adele che Julie Maroh, l’autrice della graphic novel a cui Kechiche si è ispirato, ha sconfessato, prendendone le distanze.

John Lee Hancock ha scelto di mettere in scena, in Saving Mr.Banks, la storia dell’adattamento di uno dei più grandi successi della storia del cinema, il musical Mary Poppins.

Quando le figlie di Walt Disney chiesero al padre, negli anni ’40, di leggere e comprare i diritti di Mary Poppins, per farne un film, il geniale fondatore della casa di Topolino ingaggiò un lunghissimo braccio di ferro con la sua autrice Pamela Lyndon Travers, che non aveva nessuna intenzione di consentire una versione cinematografica dei suoi romanzi.

Per vent’anni la scrittrice rifiutò le proposte di Disney, sino a quando il calo nelle vendite dei suoi romanzi ed una lunga inattività protrattasi per quasi un decennio, la convinsero a volare sino in California, per valutare la possibilità di un adattamento.

La Travers viveva a Londra, ma era nata in Australia: la sua famiglia aveva girato a lungo, seguendo gli impieghi del padre, manager di banca, incapace di adattarsi alla rigida formalità richiesta dal suo ruolo.

Il film procede su due binari paralleli, raccontando il soggiorno statunitense della Travers – incapace di comprendere le stravaganze hollywoodiane e decisa a preservare la sua creatura da un adattamento sdolcinato e superficiale – e la sua infanzia australiana, da cui prese spunto per creare il personaggio che la rese famosa.

La rigidità della Travers si scontra con i modi affabili della Disney, in cui tutti si chiamano per nome, mangiano dolci in continuazione, attorniati da pupazzi e giochi, in una sorta di infanzia senza fine.

La Travers vuole il controllo su ogni aspetto della sceneggiatura, sulle musiche e sugli attori ed assolutamente non vuole che vi siano animazioni nell’adattamento di Mary Poppins.

Il suo braccio di ferro con Disney mette in seria difficoltà lo studio, incapace di prevedere le reazioni della scrittrice.

La Travers è costretta a fare i conti con se stessa, con il proprio passato, con la storia della sua famiglia e con il dolore dell’abbandono e della morte: cedere alle lusinghe hollywoodiane è un po’ come tradire quella storia e quel dolore.

Ed infatti, nonostante il film si chiuda su una nota più conciliante, la Travers, dopo aver visto l’anteprima del film, rifiuterà qualsiasi futuro adattamento dei suoi romanzi, impedendo a tutti coloro che presero parte alla versione cinematografica di lavorare alla versione teatrale di Mary Poppins.

Il film di Hancock è un gustoso scontro di caratteri e descrive la fabbrica dei sogni con la giusta ironia, mostrando anche le ipocrisie dietro lo schermo. La sceneggiatura di Kelly Marcel, che apre uno squarcio sulla fabbrica dei sogni, viene dalla black list e recupera il gusto per i dialoghi affilati ed i personaggi sgradevoli, cercando di limitare l’eccesso di sdolcinatezza, che pure prende il sopravvento nel finale.

Hancock dirige il film con professionalità classica, affidandosi ad un cast di attori di primissimo livello, da Tom Hanks alla Thompson, da Giamatti a Colin Farrell a Jason Schwartzman.

Il film si giova delle musiche originali dei fratelli Sherman, premiati con l’Oscar, proprio per Mary Poppins.

E’ cinema old style, familiare: quello per cui Hollywood era famosa, molto tempo fa…

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10 pensieri riguardo “Saving Mr.Banks”

  1. Adoro Emma Thompson dai tempi di Casa Howard, film con cui vinse l’Oscar di miglior attrice ormai ventuno anni fa. E’ l’unica attrice ad aver vinto pure un Oscar per la sceneggiatura (Ragione e sentimento da Jane Austen). Curioso che adesso abbia interpretato la scrittrice di Mary Poppins, lei che qualche anno fa ha scritto e recitato nei panni di un’altra tata cinematografica: Tata Matilda. Adesso aspetto di vederla in Saving Mr Banks e magari nominata pure agli Oscar dopo diciotto anni dalla sua ultima nomination al prestigioso premio.

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