Highwaymen – L’ultima imboscata

Highwaymen – L’ultima imboscata **

Scritto da John Fusco quasi quindici anni fa, per Paul Newman e Robert Redford, Highwaymen, racconta la storia dei due Texas Ranger che riuscirono a fermare i fuorilegge Bonnie & Clyde il 23 maggio 1934, dopo oltre due anni di fughe, rapine, omicidi e vita spericolata.

Il film, diretto da John Lee Hancock (The Blind Side, Saving Mr.Banks e The Founder) è una sorta di controcanto conservatore del rivoluzionario e antieroico Gangster Story, che nel 1967 Arthur Penn aveva dedicato alla storia dei due giovanissimi criminali, facendone un manifesto della New Hollywood, anticonformista, torbido, ambiguo e tragico, come solo i capolavori di quegli anni potevano essere.

Highwaymen sta dall’altra parte della legge, dipingendo il ritratto di Frank Hamer – leggendario Texas Ranger, senza scrupoli e assai meno compassione, la cui unica legge è quella delle armi – e del suo partner, Maney Gault, assai meno sicuro delle buone ragioni del suo capitano.

La governatrice del Texas ‘Ma’ Ferguson, che aveva abolito il corpo dei Ranger statali, considerati violenti e ingovernabili, deve rivolgersi proprio a due di loro, per dare la caccia a Bonnie & Clyde, dopo l’ennesimo colpo della banda Barrow: l’evasione organizzata alla Eastham Prison Farm di alcuni criminali della loro banda.

Hamer e Gault sono ormai anziani e in pensione, ma si rimettono sulle tracce dei due criminali, recuperando i buoni istinti del passato. Tanto giovani quanto spregiudicati, i due banditi stanno lasciando dietro di loro una lunga scia di sangue, soprattutto di agenti e poliziotti, senza perdere tuttavia il favore popolare e la fama da divi hollywoodiani, che per due anni ha accompagnato i loro colpi.

I due erano entrati subito nella cultura popolare dell’epoca: giovani, spregiudicati, vestivano eleganti e rapinavano le banche odiate da tutti, negli anni successivi alla Grande Depressione.

Il film di Hancock non ce li mostra mai, restando sempre a fianco dei due ranger protagonisti, che arrancano sulle loro tracce, arrivando sempre troppo tardi.

Il mito li precede e li protegge, mentre ai due uomini di legge non bastano le intercettazioni, il lavoro sul campo, l’aiuto dell FBI e delle altre forze di polizia.

Pian piano il rapporto tra Hamer e Gault si fa più chiaro, fatto di devozione e rispetto, ma segnato anche da molte differenze e da troppi fantasmi, che agitano le loro notti insonni.

Con un’indovinata scelta di casting, Hancock affida a Costner – che ha interpretato sul grande schermo anche Wyatt Earp e Eliott Ness – il ruolo del poliziotto moralista e vendicativo, tutto d’un pezzo, incapace di perdono e di dubbi, impenetrabile come una sfinge.

Mentre Woody Harrelson è il più tormentato e fragile Gault, il compagno di troppe missioni, che conosce la verità e ne è tanto orgoglioso, quanto pentito.

Hancock ne ha bisogno per dare qualche sfumatura consolatoria al suo film, che altrimenti procederebbe senza incertezze, verso un omicidio di Stato, annunciato ed esplicitamente autorizzato.

Con la presenza di Gault/Harrelson, il regista costruisce invece un film che appare più tormentato moralmente, anche se i rovelli del partner di Hamer servono quasi a giustificarne il decisionismo da vigilante.

Altrettanto discutibile la scena che coinvolge Hamer e il padre di Clyde Barrow, nel quale il genitore sembra quasi chiedere l’esecuzione sommaria del figlio, piuttosto che vederlo pendere dalla forca, alla fine di un giusto processo.

Hancock attraversa non solo le grandi strade assolate del Texas, ma anche quelle della Louisiana, sulla Highway 154 dove fu organizzato l’agguato ai due criminali, e il suo lavoro diventa, per tempi e spazi, molto più un western atipico, che un poliziesco.

E’ evidente che, rispetto al capolavoro di Arthur Penn, il film di Hancock è assai meno memorabile e innovativo, seguendo sentieri classici e una prospettiva radicalmente opposta a quella del film del 1967.

Regista e scrittore chiaramente conservatore, Hancock anche qui veicola un messaggio che unisce la cultura della vendetta del vecchio testamento, una certa inquietante fascinazione per le armi e un’idea di giustizia sommaria da far west, che probabilmente Donald Trump condividerebbe in pieno.

Eppure il suo film è, in un certo modo, coerente e non nasconde il suo punto di vista. Hancock, soprattutto nell’ultima parte, riesce a recuperare poi uno sguardo meno manicheo sui suoi personaggi e mostra tutto lo stupore, quando ci si trova finalmente di fronte agli imprendibili Bonnie e Clyde, mostrandoli per quelli che erano davvero: due ragazzini di appena 25 anni, minuti, colti di sorpresa e traditi, proprio sulla strada di casa.

Altrettanto significative le immagini della folla che si accalca famelica attorno all’auto e ai cadaveri dei due crivellati di colpi, per strapparne un brandello, per guardarli da vicino un’ultima volta, senza alcun rispetto per la sacralità di corpi ormai privi di vita.

Il claim sulla locandina italiana, che ci ricorda che si tratta di ‘una storia vera e inedita’, meriterebbe, da solo, un articolo a parte.

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