The Undoing: un successo senza identità

The Undoing **

Grace (Nicole Kidman) è una donna colta e di un’eleganza non convenzionale. Proviene da una famiglia dell’alta borghesia newyorkese, lavora con successo come psicoterapeuta è sposata con il Dr. Jonathan Fraser (Hugh Grant), un oncologo pediatrico; la coppia ha un figlio, Henry (Noah Jupe) che frequenta una delle scuole più esclusive della città. Una vita in apparenza soddisfacente che va in mille pezzi quando Grace scopre che il marito ha avuto una relazione extraconiugale con una donna, Elena Alves (Matilda De Angelis) che è stata barbaramente uccisa. Il Dr. Fraser è il principale sospettato e Grace deve decidere da che parte stare, combattuta tra il desiderio di credere all’innocenza del marito, supportarlo nel processo e considerare la possibilità di ricostruire una famiglia insieme, magari più per il bene del figlio che per reale desiderio personale e la concretezza delle accuse che si fanno di giorno in giorno più stringenti. Nel frattempo Grace scopre che le verità non dette riguardano anche altre persone che ama ed in cui ha riposto la propria fiducia come il padre Franklin (Donald Sutherland), il figlio Henry o l’amica Sylvia (Lily Rabe).

The Undoing, tratto dal libro ‘You should have know’[1] di Jean Hanff Korelitz, si presenta come un thriller dai forti aspetti psicologici avvolto in un melodramma familiare, sul modello di Big Little Lies (link),  precedente collaborazione tra Nicole Kidman e David E. Kelley. In questo caso però il taglio melodrammatico non incide ed esaurisce presto le proprie potenzialità; risulta invece più efficace l’introspezione della sofferenza di Grace che sfrutta al meglio i tempi concessi dalla serialità: è forse l’unico aspetto che giustifica l’adozione di questo formato, perché per il resto un film sarebbe stato più adeguato. Lo spettatore condivide passo a passo i dubbi ed i ripensamenti di Grace, le sue incertezze, le tante domande che la donna si pone rispetto alla possibilità di ricostruire il rapporto con Jonathan: per buona parte degli episodi infatti l’innocenza del marito non viene messa in discussione da Grace. Le camminate della donna, senza meta, per le strade di New York sembrano dare corpo a questa sensazione di mancanza di una direzione sicura. Grace è combattuta tra orgoglio ferito e preoccupazione per il figlio Henry che adora il padre e vorrebbe rivedere i genitori insieme. Quello che frana addosso a Grace non è solo un matrimonio: è piuttosto un mondo, dato che l’idea stessa di lealtà viene messa in discussione. Travolta dagli eventi, Grace riacquisisce passo a passo il principio di realtà, riesce con la ragione a dominare la propria affettività ed a superare i bias cognitivi che l’hanno portata a vedere nel marito solo un compassionevole oncologo, un curatore. E’ grazie ad una nuova e sofferta consapevolezza che Grace programma un colpo ad effetto che, pur nell’arguzia dimostrata, finisce per ribadire la fragilità della lealtà.

Nel finale, troppo tirato, non si riesce a trovare né la pura e semplice adrenalina di un momento action e nemmeno l’intensità emotiva di un confronto drammatico tra padre e figlio. Meglio sarebbe stato terminare con la deposizione di Grace al processo, non solo per non compromettere l’intensità che fino a quel momento si era mantenuta su livelli accettabili, ma anche per salvaguardare la recitazione dei protagonisti che finisce per diventare troppo espressiva e scadere a tratti nella macchietta. Ne sono un esempio i tic di Jonathan/Hugh Grant che si incrementano in modo esponenziale. Soffermarsi solo sulla conclusione della vicenda, come ha fatto molta critica, ci sembra però riduttivo dato che in realtà il problema vero è come si arriva al finale, attraverso cioè un’eccessiva dilatazione dei tempi e dei contenuti. Una buona serie non è un film lungo e di questa confusione la principale responsabile è la produzione che ha finito per annacquare le competenze di tanti ottimi professionisti in un’opera senza un’identità definita.

I temi sviluppati sono molteplici: la contrapposizione tra verità ed apparenza, la critica al perbenismo della società borghese, la spettacolarizzazione mediatica degli eventi giudiziari senza alcun rispetto per i familiari coinvolti, l’autoreferenzialità dell’alta società newyorchese. Spunti sviluppati senza originalità, nel solco di una tradizione consolidata solo un po’ aggiornata (ad esempio nel rapporto continuativo del giovane Henry con i media tramite device mobili). Abbiamo trovato invece più affascinante nei primi episodi il ruolo di Elena, conturbante ed archetipico: in lei sensualità e maternità trovano una sintesi perfetta, innanzitutto a livello fisico. Il suo corpo esposto allo sguardo di Grace nella palestra che frequentano entrambe sintetizza al meglio questa duplicità che però finisce per essere ridotta a mero strumento narrativo. La sua forza, energia creativa che viene dal basso e che sovverte letteralmente il mondo ingessato e malevolo della ricca borghesia, viene edulcorata e confinata in un compito circoscritto.

La regia è stata affidata a Susanne Bier (The night manager) che ha curato le riprese di tutti i sei episodi previsti dalla sceneggiatura di David E. Kelley. Entrambi sono scivolati in una produzione troppo patinata, senza coraggio ed a volte perfino didascalica che ha finito per evaporare in un finale sottotono. La regia è accademica, ricca di primi piani  e di inquadrature eleganti, ma vuote di significato. Nei dialoghi la cosa che più manca è la causticità che troviamo solo spruzzata qua e là in qualche battuta del singolo (Franklin il padre di Grace o l’avvocatessa Fitzgerald) o negli scambi di battute tra le madri dei ricchi alunni della scuola frequentata da Henry. Di livello superiore invece la fotografia di Anthony Dod Mantle (The millionaire) che racconta in modo emozionante le luci e le ombre di una NY che oggi, in piena emergenza sanitaria, dobbiamo purtroppo definire d’altri tempi.

La serie iconizza gli splendidi cappotti di Nicole Kidman, disegnati dalla costumista Signe Sejlund, gli interni degli appartamenti dell’Upper East Side newyorchese, ricchi di design e di eleganza, i rumori della città che pulsa come un animale vivo nelle ripetute sirene dei pompieri, nei clacson, nel frenetico movimento del traffico e dei pedoni, le ville silenziose distese sulla costa atlantica, così belle da creare una forma di dipendenza visiva nello spettatore … non manca niente per rendere la serie un prodotto commerciale di prim’ordine ed infatti gli ascolti registrati da HBO hanno confermato il grande successo internazionale di uno show appetibile (grazie agli attori principali) e facilmente fruibile (i sei episodi sono adatti ad un consumo agile, da fine settimana). Del resto basta citare i nomi di Nicole Kidman e di Hugh Grant per suscitare interesse nel pubblico: in questo caso peraltro la scelta è particolarmente azzeccata perché la Kidman aderisce perfettamente, algida ed elegante, al personaggio di Grace, così come il narcisismo di Jonathan è perfetto per il volto fanciullesco di mezza età di Hugh Grant. Tra i due attori poi si crea una vera alchimia: funzionano come coppia. Di come il finale comprometta la performance di Hugh Grant, abbiamo già detto; una parola la merita invece la notevole interpretazione di Noma Dumezweni nei panni del carismatico avvocato del Dr. Fraser, Haley Fitzgerald.

The Undoing rimarrà nella memoria per la bellezza sprecata più che per quella raccontata.

Titolo originale: The Undoing
Durata media episodio: 60 minuti
Numero degli episodi: 6
Distribuzione streaming: Sky Atlantic e Now TV
Genere: Thriller, Drama, Crime

Consigliato: a quanti amano i thriller con forte impianto psicologico e sono affascinati dalla vita quotidiana dei ricchi newyorchesi che posso permettersi di passare il tempo a contemplare Manhattan da una terrazza con vista su Central Park.

Sconsigliato: a quanti non sopportano le produzioni troppo pettinate e che cercano un thriller originale.

Visioni parallele: 

Un thriller psicologico con ampie concessioni al melodramma tra i più interessanti degli ultimi anni è senz’altro Sharp Objects (link) che racconta il drammatico corpo a corpo di una reporter con i demoni del proprio passato necessario per raccontare un violento ed inspiegabile omicidio avvenuto nella cittadina dove la donna è cresciuta.

Un’immagine: la sigla di apertura, Dream a little Dream of me, cantata da Nicole Kidman riassume già in sé i tratti salienti della serie e lascia intendere il processo di realtà che dovrà affrontare la protagonista abbandonando per sempre una visione del mondo basata sulla fiducia assoluta nelle persone che la circondano, un affidamento per molti aspetti tipico dell’infanzia, per confrontarsi con una realtà più sfaccettata.

[1] Una famiglia felice, Piemme, ultima edizione del 2021.

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