Tin Star 3: l’espiazione impossibile della famiglia Worth

Tin Star 3 **1/2

Tin Star, dopo due stagioni canadesi, si sposta a Liverpool. L’executive producer Alison Jasckson ha dichiarato che l’intera crew è entrata nella terza stagione sapendo che sarebbe stata la “conclusione della grande storia generale”, lasciando comunque aperta la porta a un’eventuale prosecuzione. Certo, il finale proietta, simbolicamente e non solo, i tre protagonisti nel vuoto, un salto oltre il quale risulterà difficile riprendere, in un prossimo futuro, qualsivoglia narrazione attorno a Jack, Angela e Anna. Anche se, ammettiamolo, i fan lo sanno bene: “mai dire mai”, quando si è alle prese con la famiglia Worth…

Un breve excursus. James Worth, capo della polizia della piccola, freddissima cittadina di Little Big Bear, trasferitosi di propria volontà in Canada dall’Inghilterra con moglie e figlia adolescente, è vittima di un attentato. Un uomo mascherato gli spara attraverso il parabrezza dell’auto. Lui si salva, ma il figlio minore di cinque anni, Peter, muore. Questo tragico incipit costituisce l’innesco di uno scambio di colpi, all’insegna della ferocia. Episodio dopo episodio, James Worth, che in realtà all’anagrafe ha un altro nome, Jack Devlin, rivela il suo vero volto di uomo cinico, spietato, incline alla violenza, con la complicità della ritrovata amica di un tempo, la bottiglia di whisky. Jack è un poliziotto perseguitato da un passato terribile. Agente infiltrato in pericolosissime operazioni antidroga, soprattutto in un’occasione si è spinto oltre il limite, trascinando all’inferno Helen, una donna già gravemente provata dalle disgrazie. Impossibile restare candidi in mezzo al fango: Jack conosce la tossicodipendenza, coca, eroina, speed, e matura un istinto da killer. Jack è un “cattivo tenente” proiettato al di là del bene e del male, avvelenato da dosi di aspro cinismo. In Canada qualcuno ne fiuta le tracce per fargliela pagare.

Fin dall’inizio, la serie ideata da Rowan Joffé, figlio del più celebre Roland, Palma d’oro a Cannes nel 1986 con Mission, ha messo Jack al centro del mirino. La storia nel corso degli anni ha però subito una marcata evoluzione. Stagione dopo stagione gli autori hanno modificato, in particolare, il ruolo e il peso dei personaggi vicini a Jack, rendendo Angela e Anna due coprotagoniste. In principio Tin Star teneva insieme ecologismo, i cattivi di turno erano (anche) gli speculatori della compagnia petrolifera North Stream Oil, e questioni sociali, nella riserva popolata dai nativi delle First Nations proliferavano le solite piaghe della “modernità occidentale”, droga, alcolismo e prostituzione. Figure importanti, il disturbato Whitey (e il suo inquietante fantasma), l’ambiziosa Elizabeth Bradshaw, il truce Frank Kean, l’affidabile poliziotta Constable, con le buone o con le cattive, sono uscite di scena. Un leit motiv di Tin Star è la corruttibilità di tutto. Perfino la pacifica comunità ammonita del Pastore Nickel, seconda stagione, non ha sufficienti anticorpi per sfuggire alla malvagità del presente. Nell’ultimo capitolo della storia vengono a galla gli antefatti basilari della vicenda umana di Jack e Angela, nascosti o poco chiari. In origine fu… la morte del padre biologico di Anna. Letteralmente volato da un tetto.

Anna sapeva già di non essere la figlia di Jack. Nella terza stagione spunta Michael Ryan, suo zio. Michael è un losco imprenditore a capo di una cricca di soggetti instabili e deviati. E, come prassi criminale vuole, insospettabili. La rete, oltre a Michael, comprende poliziotti di frontiera, agenti doganali, proprietari di pub, un prete supertatuato e, tanto per gradire, il capo della polizia di Liverpool, Catherine McKenzie, ufficiale che coordinava Jack ai tempi delle missioni eseguite sotto copertura. Volti che corrispondono a nomi su una lista, conservata da Jack nella tasca dei pantaloni. Nomi da depennare, vedi alla voce uccidere. Tutti vogliono saldare i conti con la famiglia Worth. Perché Jack sa troppo. Perché Jack è troppo. “Sei un alcolizzato, un tossico, una vergogna, un imbarazzo per il Corpo. Un sordido segreto del nostro preistorico passato, una reliquia di tutto ciò che era inaccettabile”, dice McKenzie al suo ex sottoposto durante un confronto, alla presenza dell’attonita detective Sara Lunt. Jack incarna l’oscenità del Sistema, da cui lo stesso ha tentato inutilmente di fuggire. Il suo ritorno a Liverpool è la consapevole esposizione a un redde rationem, inevitabile, in cui nessuno farà prigionieri.

Senza nulla togliere alla bravura di Genevieve O’Reilly e di Abigail Lawrie, le due attrici rispettivamente madre e figlia, cosa sarebbe stato Tin Star se Tim Roth non avesse interpretato la figura del protagonista assoluto? La star inglese, già dal primo episodio della prima stagione, si impegna nel puntellare con la sua performance istrionica una sceneggiatura sgangherata, allucinata, a tratti talmente priva di credibilità da pensare che gli autori non abbiano mai immaginato che dovesse averne. Ed è così: Tin Star non si prende quasi mai sul serio e, paradossalmente ma non troppo, è proprio questa debolezza programmatica e strutturale a renderla un prodotto seriale inconfondibile. In Tin Star il big bang del narcotraffico ha originato mostri umani da entrambi i lati della barricata, un’equivalenza tra guardie e ladri, l’eutanasia dei valori. In un mondo dominato da poteri invisibili e da soggetti scatenati, capaci di ogni crudeltà pur di ottenere il risultato (in una prospettiva squisitamente nichilista, qualunque esso sia), non resta che difendersi, anticipare le mosse, contrattaccare. Chi insegue chi? Domanda inutile. Il fine ultimo è la sopravvivenza e l’azione vince su ciò che resta della ragione. Jack, al termine di due stagioni che definire tormentate è un eufemismo, persuade Angela e soprattutto Anna dell’inevitabilità di questa condizione toccata loro in sorte.

I cambi di registro e di tono in Tin Star sono a volte repentini, stranianti, inconsulti. È una leggerezza surreale e patetica, cui si associa una selezione di brani musicali di qualità, ad istruire una soundtrack che nella sua solennità autoriale suona spesso fuori luogo, dissonante. Tin Star prende in giro i codici della serialità “colta”, smontandone, non importa con quanta consapevolezza, presunzioni, ambizioni, intellettualismi. Stella di latta, quella che un chief of police esibisce puntata sul petto, è un ossimoro alla luce del sole: la sacralità della difesa dell’ordine condensata in un oggetto composto da un materiale deperibile, di scarso valore. Da High Noon a Dirty Harry la tradizione reclama il lancio del distintivo per terra o per mare. Tin Star la ravviva, al termine della seconda stagione, preferendo un gelido fiume.

Piccola rassegna di incongruenze. All’inizio della terza stagione il trio Worth, nella hall del decadente Britannia Adelphi Hotel, ha appena visionato la lista con gli obiettivi. Persone da ammazzare, senza pietà. Jack, stravaccato su un divano, con la solita aria di scherno stampata in viso, a metà strada tra il rassegnato e il trasognato, chiede: “volete un panino?” Mentre una vasta cospirazione di aguzzini e malati di mente si è messa in moto per ucciderli, Jack e Angela, con la complicità divertita di Anna, organizzano una festa di addio al celibato (i due non erano legalmente sposati), giusto per non dare nell’occhio, mettendo a soqquadro mezza Liverpool. Vanno al bingo, vincono e in premio ricevono un vassoio di bistecche che Jack, poteva essere altrimenti?, lancia in mezzo alla strada… Poi, si fiondano in un locale alla moda. La coppia di “sposini” balla, si sballa e beve un cocktail con un polpo dentro. Intanto Anna fa la conoscenza di un barista che, simpatico scherzo del destino, vedi quanto è piccola Liverpool!, è il figlio della McKenzie. Il matrimonio? Interrotto sul più bello. Al momento della consacrazione, a Jack scappa un colpo di pistola che spappola la testa dell’officiante il rito. Non è un banale incidente. Se siete stati attenti, con l’ausilio di un pizzico di perspicacia ci sarete già arrivati: trattasi del prete segnato sulla black list. E come commentare il calice di vino offerto da Jack alla detective Lunt, in una casa sommersa dal sangue di vittime innocenti?

In Tin Star non è difficile rintracciare echi tarantiniani (la violenza reiterata, al limite della stilizzazione), eastwoodiani (l’immoralità di coloro che rappresentano la Legge) e coeniani (il grottesco incarnato da uomini vuoti). La triade denaro-potere-efferatezza indirizza il mondo verso il baratro dello stato di natura. I danni collaterali sono le estreme conseguenze di una logica di impazzimento collettivo. I venticinque episodi complessivi potrebbero concorrere a un’ideale classifica tra le serie con più ammazzamenti, con buone chance di piazzamento nei primi posti. Gli atteggiamenti irritanti di Jack sono il punto di caduta di una disillusione che oltrepassa il cinismo, il ribellismo, quasi da Joker, di chi non crede di poter redimere orrore e demenza dal mondo. Il ghigno, la smorfia, l’irrisione del prossimo colonizzano le espressioni del volto di Jack. Tin Star cita una certa estetica cinematografica anni Settanta, basti pensare allo showdown al Luna Park, forse uno dei momenti più convincenti in assoluto, tra maschere, cloni e il classico topos del labirinto di specchi. Anche nella terza stagione tornano le figure giullaresche: nella comunità religiosa della season precedente le abbiamo incontrate sotto le vesti di ragazzine con la cuffia in testa e il fucile da paintball in mano, qui i clown opposti alla crudeltà sistemica sono i giovani ospitati in casa da Mary James (una ricettatrice di merce rubata…), perché si affranchino dalla strada attraverso lo sport, e gli accampati sui terreni oggetto della speculazione di Michael Ryan, capeggiati da Kayden Ferguson, amica randagia di Jack.

Christina Hendricks, John Lynch, Ian Hart sono solo alcuni degli attori di alto livello transitati in Tin Star nelle tre stagioni. Non sempre il cast ha convinto in pieno. Il mattatore, Tim Roth, è entrato nella leggenda della serialità televisiva grazie a Lie to Me, mentre in Tin Star ha camminato su una linea di confine. Esagerato, spocchioso, sopra le righe, antipatico senza esercitare fascino sullo spettatore, Jack è un singolare antieroe respingente. E non pretende mai che gli si voglia bene. Genevieve O’Reilly (Mon Mothma in alcuni capitoli della mitologia di Star Wars) e Abigail Lawrie sfoderano le unghie episodio dopo episodio. Angela porta in dote a Tin Star l’aura di dolore della questione irlandese. “Ti credevo una tipa noiosa”, dice a un certo punto la figlia, apprendista in tecniche di difesa, alla madre, guerrigliera letale quanto il marito. Jack, Angela e Anna: tre angeli caduti alla ricerca di un’espiazione impossibile.

Titolo originale: Tin Star – Terza stagione
Numero degli episodi: 6
Durata ad episodio: 50 minuti l’uno circa
Distribuzione: Sky Atlantic
Programmata in Italia: dal 30 dicembre 2020 al 13 gennaio 2021
Genere: Crime Drama, Thriller

Consigliato a chi: desidera a tutti i costi un cane da passeggio, ha nostalgia della musica anni Novanta.

Sconsigliato a chi: ha fatto un brutto incontro in una lavanderia notturna, è stato derubato delle scarpe.

Letture e visioni parallele:

Un padre alcolizzato, una madre bugiarda, una sorella morta tragicamente nel bellissimo romanzo memoir di Sherman Alexie, scrittore nato in una riserva indiana: Non devi dirmi che mi ami, NN Editore, 2019;

Non è semplice fare una scelta tra tutti i poliziotti sociopatici del cinema mondiale. Scegliamo il film cult d’esordio di Takeshi Kitano, l’ormai leggendario Violent Cop del 1989.

Una frase che sintetizza la terza stagione: Non capire è una fortuna

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