Tehran. Un’agente del Mossad nell’Iran della dissidenza

Tehran ***

Un’agente segreta israeliana, Tamar Rabynian, si aggira per Tehran. Il suo nome in codice è Principessa. Nel dark web Principessa, abilissima hacker, diventa Shakira. Fuori dalla rete Shakira si trasforma in Shila, dipendente della Compagnia Elettrica Nazionale. La vera Shila, nel frattempo, è scappata. Lo scambio di identità permette a Tamar (per ragioni di semplicità adottiamo il suo nome “reale”, da qui in poi) di avere una copertura sufficiente per costruire, passo dopo passo, la sua pericolosissima missione. L’agente del Mossad ha il compito di sabotare la difesa aerea della nazione nemica per permettere ai caccia con la stella di David di bombardare, in piena “tranquillità”, un reattore nucleare. Perché l’Iran sta cercando di dotarsi di armi non convenzionali e Israele non può permettersi di correre un simile rischio. Il piccolo Satana è nel mirino della potenza sciita, al primo posto della lista tra gli obiettivi da distruggere, da annientare.

Tehran, serie in otto episodi interamente girata… ad Atene, è stata trasmessa dal canale nazionale israeliano Kan 11 per essere poi acquisita da Apple Tv+. Moshe Zonder, produttore noto a livello internazionale per Fauda, serie Netflix incardinata sul conflitto israelo-palestinese, con Tehran si tuffa in vicende geopolitiche non meno spinose. Il confronto, inevitabile, è con Hatufim e soprattutto con l’epocale Homeland, derivato dalla creatura di Gideon Raff, anche in virtù della presenza di un paio di attori, Shaun Toub e Navid Neghaban, volti noti ai fan della serie di Gordon&Gansa. Molti elementi, all’apparenza, sembrerebbero indicare similarità e convergenza. Le differenze, tuttavia, sopravanzano i punti in comune. Tamar Rabynian non percorre il sentiero tormentato di Carrie Mathison. Il personaggio centrale, qui, non ha l’ambizione di incarnare le contraddizioni, si potrebbe dire essenziali, della fenomenologia dello spionaggio.

Tehran, nel suo complesso, non ha la pretesa di farsi specchio iperrealistico di quel folle, schizofrenico universo parallelo governato dalla regola aurea della segretezza e popolato da ombre, oscuri eroi e doppiogiochisti né di tentare qualsivoglia riflessione filosofica sull’argomento. Certo, gli ingredienti classici non mancano, però sono funzionali ad altro. La narrazione è lineare, semplice, quasi cartesiana. Idee chiare e distinte sull’oppressione esercitata dagli ayatollah nei confronti delle donne, degli oppositori, dei “miscredenti”. Tehran scandaglia l’immediato presente con puntualità, tempestività, impertinenza. La serie si sofferma sul panorama sociale sfigurato dalla dittatura, sulle convinzioni ideali che separano radicalmente i giovani, sulle manifestazioni di piazza che sfociano in violenza. L’Iran, non poteva essere diversamente, ha censurato la “sionista” Tehran.

Il primo impatto dell’intrepida Tamar con la “routine” della capitale nemica è traumatico. Dal finestrino del taxi l’agente, già nei panni di Shila (che intanto, dopo lo scambio di vestiti nella toilette dell’aeroporto, è in volo verso l’India, in attesa di cominciare una nuova vita lontana dal suo capo molestatore), assiste all’impiccagione mediante gru di un uomo, un direttore di banca. Non vi ricorda la fine di un certo Nicholas Brody? Quella che si annunciava come una passeggiata in poche tappe ben cadenzate, fare breccia nei server della Difesa sfruttando un canale di comunicazione informatico interno alle agenzie governative, bloccare i radar, garantire il via libera agli aerei, uscire dall’Iran mediante la classica “esfiltarazione”, si rivela una corsa a ostacoli. Shila non consegna i codici d’accesso al sistema. Tamar, pressata dall’urgenza dell’attacco imminente, coinvolge SickBoy, una fonte reclutata tra i cybernauti della resistenza iraniana. Poi un fattaccio, ovvero la morte accidentale di un uomo, a dirla tutta assai sgradevole, rischia di far precipitare la situazione. Intanto Faraz Kamali, alto ufficiale delle Guardie della Rivoluzione assegnato al controspionaggio, inizia la sua personale indagine.

Al centro delle linee narrative troviamo sempre lei, Tamar, di cui scopriamo il passato, caratterizzato dalla tragedia familiare dell’esilio autoimposto. Ebbene sì: i Rabynian, ebrei, un tempo vivevano a Ishafan, la città sulla quale Dio “poggia il suo secondo occhio”. La ragazza padroneggia perfettamente il persiano, salvo un leggero accento che lei giustifica accampando i suoi trascorsi in Qatar…

L’attrice ventottenne Niv Sultan ha dichiarato di essersi innamorata da subito del suo personaggio, per il fatto che Tamar non si traduce nell’ennesimo cliché di un’agente che salva il mondo bensì resta una “persona reale”, “una giovane donna vulnerabile”. Vulnerabilità è il termine giusto per designare in un colpo solo le vittime e i carnefici del gioco sporco di Tehran. L’attivista “anarchico” SickBoy, alias Milad, tipico nerd, è circuito dall’affascinante spia e fatalmente se ne invaghisce, dolorosamente ricambiato. La stabilità mentale del duro Faraz è appesa all’esito dell’operazione della moglie. La zia di Tamar, ebrea in incognito a Tehran, è sposata a un funzionario del ministero della Giustizia, musulmano, quando nella sua vita piomba la nipote in cerca di un riparo.

Questo senso di fragilità permanente, la possibilità di essere schiacciati dal tallone del potere, dagli eventi incontrollabili o dalla fatalità della Storia, permea la serie. Le mosse sotterranee di entrambe le parti sono ammantate da un amorale cinismo. I parenti prossimi sono i bersagli da gettare nel tritacarne del ricatto, pedine sacrificabili in una guerra senza regole. L’Iran è ritratto come un regime militarizzato, teocratico e fascistizzato che non ha mezze misure, o reprime nel sangue chi “manca di rispetto” o premia la fedeltà alla causa rivoluzionaria. La rappresentazione di Israele, d’altro canto, non è meno polemica. Israele è lo Stato cui tutto è concesso, comprese le uccisioni mirate in territorio straniero.

Realtà e finzione si passano il testimone. Il 27 novembre scorso lo scienziato Mohsen Fakhrizadeh, una delle teste che lavoravano al progetto nucleare iraniano, è stato assassinato in circostanze misteriose. Un’azione da imputare all’Intelligence israeliana? Lo lascerebbe intendere il premier Benjamin Netanyahu (“è stata una settimana di successi”). Gideon Levy, giornalista notoriamente critico verso il Likud e l’ideologia dominante in Israele, ha scritto su Haaretz che qualsiasi domanda su operazioni chirurgiche del genere è giudicata oramai sovversiva per il fatto stesso di essere posta. Non sono tempi buoni per la democrazia…

In Tehran gli universitari ribelli, al grido di “la libertà di pensiero è un nostro diritto fondamentale”, affrontano le scatenate coetanee filo-hezbollah che rispondono con lo slogan, conservatore e rivoluzionario insieme (perché in Iran, ricordiamolo, ha vinto la rivoluzione islamica), “Io amo il mio hijab”. Per i primi si spalanca, nonostante la laurea in prestigiose università, l’abisso della disoccupazione, per le seconde si prospetta l’integrazione nel sistema al prezzo di risultare invisibili. La serie insiste, anche visivamente, basti ricordare i frequenti cambi d’abito della protagonista, sul concetto ambiguo del “vestire”, dell’indossare una divisa. “È una qualità tipica degli agenti quella di non sembrare agenti”, ammette Faraz. Ogni affermazione identitaria, in sintesi, è camuffamento. Affine a tale ragionamento è la destabilizzazione del sé, provata nelle droghe. Il lungo viaggio di Tamar incrocia l’esperienza dell’ecstasy.

Tamar, manipolatrice per necessità, segue Milad, di cui deve carpire la fiducia, ed è trascinata nel gorgo della vita “depravata” dei giovani contrari al regime. Milad e gli altri occupano una comune. In questa zona autogestita possono bere alcolici, ostentare la propria preferenza sessuale, e le donne frequentare uomini senza essere incarcerate dietro l’accusa di prostituzione, “matrimoni temporanei per adottare il gergo del moralismo poliziesco.

Nella bolla libertaria gli “anarchici” assumono sostanze proibite sotto gli “infernali” beat della techno. Intanto, nelle strade, i jihadisti si inchiodano sulla lingua il richiamo a un Dio esclusivo e guerriero, allahu akbar.

Tamar è una donna che cade, si rialza, sbatte contro gli spigoli, fallisce, reagisce. La sua figura di donna infilata, come un fastidioso ago nel pagliaio, nell’immenso paese straniero è un pretesto per addentrarsi nel ventre dell’Iran contemporaneo. Organizzatori di rave illegali, pirati informatici impegnati in un’oscura opera di cyber resistenza, lupi solitari che saltano la barricata e si “vendono al nemico”, impiegati statali ansiosi di aprire una breccia nel muro del regime: nessuna meraviglia che Tehran abbia destato scandalo. Tamar è umana e si sente vicina alla causa di Milad, pur non potendo aderirvi compiutamente. Il collante generazionale è una traccia del racconto. Il senso istintivo di solidarietà è il preludio di un affetto impossibile.

L’adozione della lingua inglese tra i due hacker è un segno di consapevole estraniazione dal contesto e di complicità che strizza l’occhio al cosmopolitismo. Tamar è comunque un’agente sul campo e non pare propensa a disertare dai ranghi. Un voltafaccia repentino e non esattamente imprevedibile la pone di fronte alla volgare brutalità del tradimento. La spy story ha codici semplici da decifrare. La copertura del collaborazionista Masoud è un’agenzia di viaggi, come accadeva in The Americans. La sequenza conclusiva apre a sviluppi futuri potenzialmente deflagranti, in sintonia (è solo un’ipotesi da verificare nella seconda, probabile stagione) con le divagazioni tragico-romantiche di Homeland.

Il meccanismo narrativo di Tehran è quindi rodato, solido, tradizionale. Attori giusti al posto giusto, cliffhanger d’ordinanza a conclusione di ogni episodio, buone dosi di adrenalina, un commento musicale di stampo mediorientale con inserti elettronici per declinare al presente un dramma antico. Tehran è un thriller guidato con mano sicura dal regista Daniel Syrkin, che si elettrizza quando i due poli principali della storia, Tamar e Faraz, si avvicinano.

Faraz, dove l’avevamo lasciato? Esatto, in pena per la moglie operata al cervello. Merita sicuramente di essere ricordata una scena, quando gli algoritmi individuano tra infinite comunicazioni in entrata a Istanbul la melodia del loro primo incontro, improvvisata da lei al telefono, e “agganciano” così la cellula dell’albergo. Anche Faraz, rude e perspicace, agisce di testa sua, allentando via via il guinzaglio, superando confini professionali e geografici. Il suo capo non lo ama. Faraz, uomo di Stato, cane da caccia dal fiuto sopraffino per le prede che si nascondono nell’ombra, nuota in direzione opposta alla corrente.

Nelle nostre guerre di religione”, ha scritto Jacques Derrida, “la violenza ha due età”. Alla contemporaneità tecnologica risponde “una nuova violenza arcaica”. Tra missili intelligenti e camere di tortura, Tehran descrive, senza inutili virtuosismi, la legge universale dell’odio reciproco.

Titolo originale: Tehran
Numero degli episodi: 8
Durata ad episodio: 45 minuti circa l’uno
Distribuzione: Apple Tv+
Programmata in Italia: dal 25 settembre 2020
Genere: Spy, Thriller, Drama

Consigliato a chi: è scettico sui viaggi in aereo eccessivamente economici, si accorge a prima vista di un naso rifatto, ama comunicare con i bigliettini.

Sconsigliato a chi: non sopporta i vicini di casa troppo curiosi, dimentica con frequenza i post-it sulla scrivania, si è messo nei guai per un gesto sbagliato.

Visioni e letture parallele:

Film. Un’immersione nella labirintica quotidianità della capitale iraniana: Taxi Tehran di Jafar Panahi, Orso d’oro al Festival di Berlino del 2015;

Libro. Una giovane donna alla ricerca della propria identità nell’Iran contemporaneo: Fariba Vafi, Come un uccello in volo, Edizioni Ponte33, 2014.

Un omaggio a John Le Carré (1931 – 2020):Non è stato scritto molto – e spero sarà sempre così – sugli agenti che dedicano i migliori anni della loro vita a spiare per noi, che prendono stipendi, bonus e ricche buonuscite, e che senza clamore, senza esporsi o disertare, si ritirano a vita tranquilla nel paese che hanno tradito fedelmente, o in qualche luogo altrettanto ospitale” (La spia corre sul campo, Mondadori. 2019).

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