Nomadland

Nomadland **1/2

Sono film di testarde solitudini quelli di Chloé Zhao, regista neppure quarantenne, americana nata a Pechino e subito assoldata dalla Marvel, per dirigere Gli Eterni di Jack Kirby.

Fin dal suo esordio al Sundance e alla Quinzaine con l’inedito Songs My Brothers Taught Me, ambientato tra gli indiani Sioux del South Dakota e poi con il più noto The Rider, ritratto di un giovane cowboy da rodeo, che lotta, dopo un incidente, per poter tornare in sella, i suoi film hanno raccontato personaggi malinconici e solitari, all’interno di comunità chiuse, famiglie spezzate dalla povertà e dal lutto.

Non è diverso Nomadland, che ci racconta come la chiusura di una grande fabbrica di cartongesso a Empire in Nevada, abbia reso quella città, in pochi mesi, nel corso del 2011, una città fantasma, senza più neppure un codice postale e con gli abitanti costretti a spostarsi altrove.

Tutta le cose di Fern, che assieme al marito lavorava alla fabbrica, ora sono racchiuse in un magazzino in affitto o trasportate su un vecchio van, il Vanguard, con cui la donna ha deciso di attraversare gli Stati Uniti, vivendo alla giornata, nei camping attrezzati o improvvisati sotto il grande cielo americano.

Scopriremo lungo la strada che il marito è morto di tumore, che ha fatto mille lavori dopo essere stata licenziata e che ora si arrangia in un grande centro di Amazon, per poche settimane all’anno, che le consentono di poter sopravvivere.

“I’m not a homeless, I’m a houseless”. Seguendo una filosofia nomade, si sposta assieme ad altri emarginati lungo una percorso che scopriremo sempre uguale a se stesso, che la riporterà esattamente ad Amazon un anno dopo, per festeggiare il più triste dei Capodanni.

Ma all’interno della piccola comunità di viaggiatori in camper e furgoni, c’è solidarietà, condivisione, spirito d’avventura, umanità. Sono persone espulse dalla corporate america, che hanno lavorato tutta la vita per ritrovarsi una pensione ridicola, che hanno perso tutto per la malattia o la crisi, che hanno scelto semplicemente di vivere on the road una vita di libertà da ogni bene materiale.

Sulla strada Fern conoscerà Dave, un uomo di mezz’età che le sarà d’aiuto, con cui condividerà impieghi part-time e apriscatole provvidenziali. E che le chiederà di seguirlo alla fine, a casa del figlio, ritrovando una stabilità che Fern non riesce ad accettare.

Il film della Zhao si muove con la stessa libertà di Fern in un paesaggio naturale incredibilmente spoglio, una wilderness, che colpisce e isola ancora di più. Anche perchè non conosciamo bene le tappe: il film attraversa stati e panorami, senza un percorso preciso. Riconosciamo il dinosauro della catena Wall Drug del South Dakota e Quartzsite in Arizona, le distese innevate del Nevada, il deserto e poi l’oceano.

Ma il viaggio di Fern è senza meta o meglio è semplicemente circolare. Alla fine scopriamo anche la sua vecchia casa abbandonata ad Empire, con l’open space sul retro, che si apre su una distesa infinita, con le montagne sullo sfondo.

Eppure Fern non sembra essere da sola: ha un’amica Linda May, conosciuta ad Amazon e che rincontrerà lungo la strada, ha Swankie, che le dà una mano quando le si buca una ruota in mezzo al nulla, ha Dave, naturalmente.

E ha una sorella che le vuole bene e l’aiuta e che comprende i suoi silenzi e le sue malinconie, il suo spirito solitario, che forse trova linfa nella disobbedienza civile e nell’isolamento della natura di Thoreau.

O che richiama i vecchi pionieri, che dalle dodici colonie si spostavano verso l’ovest ignoto, in cerca di fortuna e opportunità, come le ricorda la sorella Dolly: il suo viaggio è parte della tradizione e dello spirito americani.

Ma il viaggio di Fern è chiuso in una sorta di paradosso: lo spazio di apertura, il viaggio, l’orizzonte grande sono illusioni, la sua realtà è tutta contenuta nelle pareti anguste del suo van, in cui nessuno può davvero entrare e in cui le relazioni sono ridotte al minimo necessario. Quando invece l’ingaggio emotivo pretenderebbe da lei uno scarto, un’uscita da questo esilio autoimposto dal mondo, Fern rinuncia. In fondo il suo è solo un altro modo di essere un hikikomori.

Inoltre non c’è mai una dimensione politica in Fern o negli altri compagni di strada, il rifiuto del sistema sociale americano resta sempre una scelta individuale, personale, un lasciarsi andare, che non diventa mai condivisione, proposta, riforma. Un ammutinamento dalla società, che non è mai rivolta.

L’unico accenno polemico Fern lo fa al marito della sorella, un immobiliarista, che continua a vendere le sue case a persone, che si indebitano, per comprare beni che non possono permettersi, nell’illusione di poter vivere, per sempre, al di sopra del proprio tenore di vita.

Ma è solo un attimo, una digressione. La Zhao, che ha subito accettato le lusinghe di quella stessa corporate America, ai cui margini si muovo i suoi protagonisti, preferisce evitare di ragionare su quel modello di sviluppo, limitandosi a cantare, in modo un po’ furbo, l’elogio minimo di chi è rimasto indietro e non sembra avere altro che la strada.

La Zhao, che scrive, dirige e monta in solitaria, continua ad usare attori non professionisti, grandangoli e macchina a mano, per cercare di fare entrare nel suo film più verità possibile. Ma qui tutto è un po’ troppo perfettino e cesellato, la luce è sempre quella impeccabile ed evocativa dell’alba o del tramonto, non c’è mai un momento di vero calore, uno squilibrio affettivo.

La sua Fern è sempre troppo orgogliosa e chiusa in se stessa, per accorgersi davvero degli altri. I ritratti della Zhao continuano ad essere al singolare, con una drammaturgia minima, in cui la libertà formale sembra sempre voler rubare ai suoi personaggi scampoli della loro vita.

Questa volta la accompagnano le musiche e il piano solo di Luigi Einaudi, in particolare Oltremare e le tracce di Seven Days Walking.

Forse è inutile dire quanto sia sensazionale, ancora una volta, Frances McDormand, volto comune, semplice, che nasconde nella profondità dei suoi occhi il dolore silenzioso di una vita intera. Non ha bisogno di trucchi, per raccontare con onestà il viaggio di Fern, la sua testardaggine, la sua incapacità a trovare un nuovo baricentro affettivo ed emotivo, anche quando è lì, vicinissimo, a portata di mano.

Se il passato è ormai solo una serie di scatole in un magazzino, di cui alla fine ci si può anche disfare, il futuro è impossibile da immaginare in una forma diversa da quella striscia di cemento, che si insinua sottile nella terra selvaggia.

Ed anche se non si condivide quel suo continuo rimettersi in cammino, quella sua affettività anestetizzata, quel suo individualismo cocciuto, non si può fare a meno di volerle bene. Almeno un po’.

Leone d’Oro alla Mostra di Venezia. In Italia dovrebbe uscire il 29 aprile 2021 su Disney+.

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