Elegia americana

Elegia americana *

E’ arrivato il momento di togliersi i guanti, con cui abbiamo troppo spesso cercato di raccontare il cinema di Ron Howard, ideale fratello minore dell’universo cinematografico lucasian-spielberghiano, a cavallo tra ’70 ed ’80, adolescente per sempre nell’immaginario collettivo degli Happy Days televisivi, regista in proprio fin dal 1977 con quel Grand Theft Auto, che è poi diventato un brand notissimo, tra i videogames.

Se è vero che Netflix è il posto in cui i buoni registi vanno a girare il loro peggior film, questo Elegia americana è anche il precipitato di un cinema sempre più coerente nella sua scelta innocua, normalizzatrice, capace di smussare ogni angolo narrativo in una visione consolatoria e rassicurante del mondo, ma profondamente, intimamente conservatrice da un punto di vista etico ed estetico.

Non è un caso allora che in Sto pensando di finirla qui, Charlie Kaufman prenda beatamente per i fondelli il finale gonfio e tronfio di A beautiful mind, con la sua retorica stucchevole.

Non c’è antinomia tra il presunto democratico Ron Howard e il romanzo conservatore scritto da J.D. Vance, che racconta la sua infanzia infelice tra Ohio e Kentucky, senza padre, con una madre tossica e una nonna improbabile, fino al suo approdo alla Yale Law School.

I due condividono lo stesso universo ideale, la stessa visione distorta e consolatoria del sogno americano del white trash: è evidente che Howard si sia interessato a portare sullo schermo l’adattamento del drammone edificante di Vance.

Quando Mr. Trump ha prima stravinto le primarie repubblicane e poi è stato eletto a sorpresa quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti, tanti hanno suggerito di leggere proprio Hillbilly Elegy per comprendere l’efficacia del suo messaggio nei cosiddetti red states, in quell’america profonda, rurale, fatta di un’unica enorme provincia impoverita e incattivita.

Ma ad essere sinceri non c’è davvero nulla di veramente interessante nel memoir di Vance, portato sullo schermo da Howard con la solita impalpabile invisibilità. E che arriva, per di più, quando l’incubo pare essere finito e i cappellini rossi M.A.G.A. sono stati riposti nei cassetti degli hillbillies.

J.D. è ormai adulto, a Yale, giovane di belle speranze, ma senza un soldo: per pagare la retta annuale è indispensabile essere accolto al tirocinio estivo di uno dei grandi studi legali della zona.

Proprio alla cena tra studenti e avvocati riceve una telefonata da Middletown, dalla sorella Lindsay: la madre Bev è ospedale, dopo essere andata in overdose di eroina.

Da bravo ragazzo, J.D. molla tutto, mette a rischio il suo futuro, faticosamente conquistato, e si fionda in macchina in Ohio. Qui flash della sua infanzia e adolescenza ci raccontano i rapporti turbolenti con la madre, la sorella e la nonna, vera artefice del suo successo percorso di riscatto.

Il film è tutto costruito deterministicamente sugli eventi di oggi, letti attraverso la lente del passato: come cani pavloviani i personaggi di Vance e Howard fanno esattamente quello che ci aspetterebbe da loro, secondo un pattern che è iscritto nella loro natura.

Assistiamo così ad una serie infinita di zuffe, botte, scene madri, pianti, riconciliazioni, fughe, ritorni, incomprensioni, come davanti ad un campionario assortito di clichè, da cui il film non esce mai.

Howard si compiace di scegliere un cast lombrosianamente perfetto: a costo di imbruttire l’angelica Haley Bennett, involgarire e invecchiare Amy Adams, fino a rinchiuderla dentro un personaggio talmente costruito, da far dimenticare l’origine autobiografica delle fonti.

Quanto a Glenn Close, nei panni della nonna, è l’unica che sembra riuscire a cavare qualcosa da un personaggio secondario, che forse con poche battute, ha la possibilità di sfigurare di meno, ma anche lei attinge a tutto un campionario di facce, smorfie e mossette.

L’idea poi di mettere assieme, in ruoli tutti sopra le righe, le due attrici con più candidature all’Oscar, ma che non l’hanno mai vinto, sembra più una furbata della responsabile del casting o del produttore Brian Grazer, che non una scelta meditata.

Quanto a Freida Pinto trentaseienne nei panni di una studentessa universitaria, fidanzata del venticinquenne Gabriel Basso, che interpreta J.D. adulto, sarebbe opportuno stendere un velo pietoso.

Difficile riuscire a salvare qualcosa di un film, adattato per lo schermo da quella Vanessa Taylor, a cui dobbiamo già quell’ammasso di melassa da Oscar, chiamato La forma dell’acqua.

Non certo la fotografia tutta luce e colori esatti da anni ’80, di un’irriconoscibile Maryse Alberti, partner altrove straordinaria di Todd Haynes, Todd Solondz, dei documentari di Alex Gibney, Martin Scorsese, Leon Gast e dell’Aronofsky di The Wrestler.

E neppure le musiche di Hans Zimmer, uno dei compositori che più ha segnato l’immaginario cinematografico dell’ultimo ventennio, qui volutamente dimesso e diminutivo, ma almeno non molesto.

Cosa resta alla fine di Elegia americana? Forse solo il desiderio di non averlo mai visto.

Un pensiero riguardo “Elegia americana”

  1. Maryse Alberti ha curato anche la fotografia di Get over it, una delle commedie più divertenti che abbia mai visto: se non conosci il film in questione, lo trovi facilmente su ebay.

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