The Last Narc: la storia di Kiki Camarena e la sua lotta ai narcos messicani

The last Narc **1/2

The Last Narc (Amazon Video, 2020) è la storia di Enrique “Kiki” Camarena, di come è stato rapito, torturato ed ucciso dai narcotrafficanti messicani, con la protezione e la collaborazione di politici messicani e di membri della CIA e della stessa DEA. Proprio per la DEA, la Drug Enforcement Agency, Camarena stava lavorando quando, il 7 Febbraio del 1985, venne rapito per sparire nel nulla, nonostante i proclami del Presidente Reagan e l’impegno di centinaia di agenti e di forze speciali: per agevolare le indagini si arrivò perfino a chiudere il confine di Stato tra Messico e Stati Uniti. Tutto inutile: il cadavere di Kiki fu ritrovato dopo 28 giorni, lontano da Guadalajara, dove era stato rapito e ridotto al silenzio dai signori della droga.

Kiki aveva mostrato al mondo la principale base di produzione di marjuana del Paese, Rancho Bufalo, che generava al Cartello circa 150 milioni di dollari l’anno. Nel 1984, Camarena scattò infatti delle foto aeree che portarono alla denuncia e quindi alla distruzione del campo, causando una grave perdita, in particolare al Boss Rafael Caro Quintero. Le immagini di repertorio, in cui assistiamo al rogo di vere e proprie collinette di marjuana, sono impressionanti. “Il cartello della droga pensava di poter fare qualsiasi cosa e non presero alla leggera il fatto che a causa di Camarena avessero perso più di un miliardo di dollari in marjuana, oltre al sequestro di Rancho Bufalo” dichiara Manny Madrano, procuratore nel caso Camarena. Non è stato però solo il danno economico, per quanto rilevante, a destare la preoccupazione dei Narcos, quanto piuttosto il fatto che questo agente della DEA non fosse facilmente corruttibile, come gli altri ‘gringos’; inoltre non era ben chiaro quello che Kiki avesse effettivamente scoperto sui rapporti tra il Cartello, la CIA e la resistenza in Nicaragua: un intreccio ambiguo e dai risvolti inquietanti che preoccupava soprattutto l’intelligence americana.

La narrazione ci permette di ripercorrere gli avvenimenti precedenti al rapimento, per poi seguire passo a passo le indagini condotte da Hector Berellez, come Kiki un ispano-americano che ha dedicato la propria vita alla lotta ai Narcos. Il racconto di Berellez consente di identificare con chiarezza le responsabilità e gli interessi dei boss del Cartello, i villains più semplici da identificare , ma, con il progredire delle indagini, come spesso succede anche nei film, compaiono altri villains, ben più spregevoli, perché nascosti tra le fila dei good guys: agenti speciali americani, ben vestiti, amici di persone influenti. La menzogna, il tradimento, la negazione di gran parte dei valori su cui si costruisce la civiltà occidentale sono ben più duri da digerire per lo spettatore del fatto che i mandanti dell’omicidio di Kiki siano ancora oggi sostanzialmente impuniti.

Ricca di interviste ai protagonisti, abilmente montate con immagini di repertorio e brevi ricostruzioni fiction, la narrazione ha come epicentro Hector Berellez, l’ex agente DEA che ci accompagna lungo i quattro episodi in cui è articolata la serie. Un personaggio magnetico, capace di conquistare lo spettatore con la sua semplicità, i suoi sguardi diretti in macchina e la sua dignità: una personalità spiccata che però non finisce mai per prevaricare il racconto della vicenda di Kiki. Anche là dove Hector condivide con l’intervistatore situazioni drammatiche a livello personale, lo fa in modo asciutto e senza retorica, aggiungendo ai fatti solo un po’ di enfasi drammatica, in linea con le scelte drammaturgiche dell’autore, Tiller Russel. Berellez prese in carico l’indagine, chiamata in codice Operazione Leyenda, dopo quattro anni di stasi, causata soprattutto dalla mancanza di testimoni oculari.

Hector iniziò ad usare la sua ampia rete di informatori, dando una svolta rilevante al corso delle indagini e portando allo scoperto un ampio spettro di responsabilità. Le sue parole ed i suoi comportamenti testimoniano una profonda dignità che Hector condivide con la moglie di Kiki, Geneva, il cui amore per il marito è tutt’altro che esibito, ma traspare da piccole frasi, espresse senza enfasi, quasi sussurrate. Parlando di un invito a pranzo di Kiki: “non dicevo mai di no. Qualsiasi fosse l’orario, anche se avevo già preparato il pranzo, non dicevo mai di no”. Su questa base di grande credibilità e compostezza si inseriscono gli interventi degli agenti corrotti della Polizia di Stato di Jalisco che hanno partecipato in modo più o meno diretto al rapimento di Kiki: i loro racconti sono spesso sopra le righe e l’estremizzazione con cui si presentano non viene depotenziata dalla sceneggiatura che, anzi, tende ad accentuarla con brevi inserti fiction, spingendo così il profilo di questi pentiti al limite della caricatura. Discorso che peraltro si potrebbe estendere anche alla madre di Hector, Consuelo. Una sensazione che in parte si deve al carattere estroverso ed al desiderio di protagonismo dei tre uomini, peraltro molto diversi tra di loro: il mistico, visionario e passionale Jorge Godoy, il silenzioso e spietato René Lopez, il calcolatore e pragmatico Ramòn Lira.

A volte sembra di trovarsi in compagnia di showmen più che di testimoni credibili e questo non giova alla coerenza complessiva del documentario. In ogni caso non traspare mai dalle parole dei tre collaboratori, dal loro racconto e dal loro atteggiamento alcun sincero pentimento per quello che hanno fatto. Sembrano provare rabbia verso i Narcos più che dolore per le tante vittime innocenti che hanno incontrato. La posizione di Godoy, Lopez e Lira è passata, senza alcun momento di riflessione o di autocritica, da un lato all’altro della barricata: la scelta di collaborare con l’indagine di Berellez sembra dettata soprattutto, se non esclusivamente, dalla necessità di “salvare la pelle”.

C’è una declinazione molto diffusa del male e della corruzione nel comportamento di questi agenti/informatori: la passività, il lassismo, l’accettazione. Grazie ai loro racconti possiamo toccare con mano la volgarità e l’ignoranza dei boss del Cartello ed intravvedere in controluce una figura ancora più volgare e spietata, cioè il futuro boss Joaquin Guzman Loera. Fa specie la totale assenza di empatia e di umanità che emerge da tutti i racconti in cui compare ‘El Chapo’ Guzman insieme ai suoi uomini, Los Dormidos, una vera e propria squadra della morte specializzata nel far sparire i cadaveri dei nemici del Cartello. Come quelli di Kiki e Zavala, l’autista dell’aereo che aveva permesso all’agente della DEA di scattare le foto di Rancho Bufalo.

Per quanto la narrazione sia centrata su Camarena, non lascia in ombra i personaggi minori che sono finiti vittima dei Narcos: non solo Zavala, sepolto vivo insieme a Kiki, ma anche i sette cittadini americani uccisi senza pietà e senza ragione dai Narcos. Scambiati per agenti della DEA, furono torturati prima di “sparire” grazie all’intervento del Chapo e dei suoi uomini. Proprio l’immobilismo del governo americano e la connivenza di quello messicano su questi casi finì per confermare nei Narcos la convinzione di essere al di sopra della legge e di poter quindi impunemente uccidere anche un agente federale.

Nel complesso la ricostruzione storica è fedele e dettagliata, frutto di un lungo lavoro d’indagine, svolto da Russel e dalla sua squadra nell’arco di quasi 15 anni. E’ un valore aggiunto importante dato che si tratta di una materia molto trattata ed il rischio di riproporre cose già viste era molto forte. Il tocco della narrazione è misurato e le interviste hanno la grande capacità di far parlare i protagonisti in modo libero, dando spazio alla loro personalità ed ai loro ricordi. Il ricorso a filmati d’archivio, estratti di documenti riservati, registrazioni audio è nel complesso di grande impatto.

La flebile voce di Kiki che supplica i suoi aguzzini resterà nella memoria del pubblico, così come le sue reiterate richieste di pietà, inascoltate e quasi derise. Le quattro puntate non sono però uniformi e presentano alla visione anche momenti meno riusciti: alcune scelte scenografiche e gran parte delle ricostruzioni fiction minano il taglio realistico della narrazione. Di certo la sorpresa finale garantisce al racconto la giusta dose di imprevedibilità. Lo spettatore si sente così coinvolto non solo nella ricostruzione di una vicenda drammatica, ma anche nel tentativo di fare chiarezza, di aggiungere qualche nuovo elemento al quadro d’insieme.

Titolo originale: The Last Narc
Durata media episodio: 46 minuti
Numero degli episodi: 4
Distribuzione streaming: Amazon Video
Genere: Docu, Drama, Crime

Consigliato: a quanti amano i documentari che raccontano una storia in modo preciso e circostanziato, prendendo una posizione chiara in merito agli eventi descritti.

Sconsigliato: a quanti non amano i personaggi sopra le righe e che diffidano dagli informatori/collaboratori di giustizia: può essere difficile non prendere una posizione nei confronti dei poliziotti messicani che raccontano, senza alcun rimorso, quello a cui hanno assistito.

Visioni parallele:

Narcos Mexico: la serie Netflix che racconta l’ascesa del cartello di Guadalajara guidato da Felix Gallardo. A contrastarlo alcuni agenti della DEA, tra cui il nostro Kiki Camarena. Una versione fiction dal ritmo serrato della storia che qui vediamo rappresentata in forma di documentario.

Un’immagine: il finale con la macchina che si avvicina e poi indulge sul Cristo dal capo reclinato, un paragone esplicito e diretto al modo in cui Kiki Camarena ha trovato la morte svolgendo il proprio lavoro, in qualche modo la propria missione.

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