Messico e nuvole di polvere bianca: il ritorno di Narcos

Narcos: Mexico nasce da un’intuizione. Perché non aggiungere un capitolo extracolombiano alla saga del narcotraffico, iniziata nella Medellin di Pablo Escobar e proseguita con le imprese criminose del Cartello di Cali? Gli appassionati della serie ricorderanno gli occhi dell’agente Javier Peña incollati sulle barche in procinto di attraversare il Rio Grande per trasportare droga da una riva all’altra, un finale di stagione che lasciava intravedere un cambio di ambientazione. Nel corso della lavorazione, l’excursus in terra messicana è diventato un vero e proprio spin-off, un’opera autonoma che sposta le lancette del tempo indietro, fino al 1980.

A ben guardare, Narcos, dispiegata fra nazioni diverse collegate da un filo bianco, quello della cocaina, assume ormai il ruolo di gigantesca narrazione epica sulla droga e della droga. Cambiano i personaggi, i volti e i corpi di vittime e carnefici, ma lei, motore immobile delle vicende umane e della sorte di interi Stati, resta centrale, assisa sul trono, protagonista indiscussa di tutto ciò che accade. La polvere bianca muove i fili del mondo. Regina venerata da masse infelici, infame alleata di governi corrotti fino al midollo, costringe i pochi cavalieri del bene a una lotta impari contro un vasto, implacabile regno del male.

L’inizio di Narcos: Mexico introduce già alcuni elementi di riflessione. Enrique “Kiki” Camarena è un poliziotto della DEA sotto copertura, infiltrato nei clan che controllano il traffico di marijuana. La mancanza di coordinamento con altre forze di sicurezza manda all’aria l’operazione. Una voce fuori campo, che ci accompagna dal primo all’ultimo episodio, si premura di illustrarci le debolezze della Drug Enforcement Administration statunitense, la cui sede centrale, dopo la fondazione, era collocata sopra uno strip club… Al contrario, la DFS, Dirección Federal de Seguridad, è descritta fin da subito per quello che è: un incrocio tra KGB e Gestapo. L’Intelligence messicana è impenetrabile e apparentemente intoccabile. Superfluo dire che è implicata nel narcotraffico, anche se “implicazione” non è forse il concetto migliore per inquadrarla.

Ecco un punto focale. Chi è il soggetto che fa avanzare il meccanismo criminale? Durante la serie, assistiamo a una serie di scontri, verbali e non, tra produttori di droga, agenti del DFS, governatori e politici di Città del Messico in merito al primato, che ognuno si autoassegna all’interno dell’infernale ingranaggio. “Tu non saresti nulla senza di me” è la frase che ricorre sulle labbra, e sotto i baffi, di vari personaggi. Visuali diverse della medesima rappresentazione, cantoni del gioco che ruotano attorno ad un unico perno. Chi è più influente, chi è più decisivo, chi ha l’ultima parola?

Se Kiki Camarena è il volto buono, l’agnello destinato al sacrificio, nel variegato panorama dei cattivi emerge la figura di Miguel Ángel Félix Gallardo, detto “lo Smilzo”. Mente del cartello di Sinaloa, ex poliziotto ed ex guardia del corpo del potente governatore locale, ha l’idea vincente di costituire “l’OPEC dell’erba”, ovvero un’alleanza strategica, sotto forma di monopolio, di tutte le piazze di produzione della marijuana in Messico. Con lui, è Rafael Caro Quintero, detto “Rafa”, contadino geloso della sue piantagioni, grezzo, selvaggio nei modi e al contempo geniale nell’innovare le tecniche di coltivazione. La sensimilla, versione della pianta non impollinata, adatta all’impacchettamento e quindi funzionale ad un incremento del commercio, ingolosisce i vertici del DFS. Il terzetto è completato da “Don Neto”, criminale all’antica, poco propenso ai cambiamenti e impegnato in una vigilanza, pressoché inutile, su Rafa e le sue intemperanze.

È una corsa a ostacoli verso il potere, i soldi, la gloria, una strada lastricata da uccisioni efferate, alleanze trasversali e lotta dura tra fazioni. Il sangue comincia a scorrere, quando, in seguito alla distruzione degli appezzamenti di Sinaloa attuata dall’esercito, Félix e compagni sono costretti a marciare su Guadalajara per trovare nuovi spazi. Qui, si affaccia una dialettica inedita. Per i clan della città, che conta un milione e mezzo di abitanti, i sinaolensi sono una manica di straccioni, trogloditi di campagna segnati da proverbiale arretratezza. Félix Gallardo non si fa intimorire e capisce che l’unico modo per scalare la piramide è puntare direttamente al vertice, ovvero al potere politico, alle agenzie governative, ai ministri. Da questo momento in poi, il Padrino si getta in una corsa azzardata, a rotta di collo, che ne plasma anche il carattere. I primi episodi di Narcos: Mexico non contemplano la cocaina, ma solo la marijuana, asset produttivo rilevante ma insufficiente per compiere il grande balzo in avanti, alla luce delle ambizioni di Félix Gallardo. L’alleanza con i colombiani modifica linguaggio e orizzonti della “famiglia” messicana.

L’eccezionale Wagner Moura, che pure compare nella serie in un memorabile cameo, grazie alla sua recitazione, perfetta, restituiva il crudo carisma di Pablo Escobar, costruito su un’altissima autostima e lucidato da ironia funerea. Diego Luna, l’attore che impersona il capo dei capi messicano, disegna, al contrario, una personalità in divenire, alla ricerca di conferme, a tratti insicura. Félix Gallardo è insofferente verso i colpi di testa di Rafa, desidera non fare rumore, tenta di non indispettire gli americani. Quando sullo scenario irrompe la coca e la posta si alza, lo Smilzo sembra sorpreso dalla forza della corrente, un’energia scatenata dai suoi appetiti e inaspettatamente difficile da governare, mentre, attorno a lui, gli apprendisti stregoni del DFS fiutano il colossale affare e tentano di impossessarsene dettando le proprie condizioni. L’ex poliziotto, però, si è irrobustito.

In ogni salto di qualità il prezzo da pagare è l’immolazione del passato. In questo caso, il perdente, schiacciato dall’evoluzione dei consumi e dei modi di produzione, è Rafa, soggetto instabile, ingordo, brutale. Passi il rapimento della bella figlia di un ministro del PRI (Partito Rivoluzionario Istituzionale) in carica, passi il suo attaccamento nostalgico alla marijuana, emblema di un’epoca che fu, e la conseguente ostilità alla cocaina colombiana, passi perfino l’assassinio a sangue freddo di due ignari avventori al ristorante “Aragosta Loca”, rei di essere americani nel posto sbagliato al momento sbagliato, ma quando il suo ferino istinto di rivalsa, amplificato dall’abuso di sostanze, lo incatena ai voleri degli agenti del DFS, a caccia di Kiki Camarena, per Félix Gallardo la soglia di tolleranza è superata. Nessuno è fratello in eterno. Nell’universo dei Narcos dove pure “sono tutti parenti”, ognuno è una potenziale pedina di scambio, o una zavorra da sganciare quando serve.

Kiki Camarena non è un eroe. Non vuole esserlo. È semplicemente un onesto poliziotto, sposato, padre di due figli, che crede di poter fare il suo lavoro. La sua aspirazione è vedere l’elefante intero e non solo parti di esso come accade, viceversa, ai ciechi (se non conoscete la storiella, dal valore metaforico, la troverete in apertura del quinto episodio). Il problema della guerra alla droga, per Kiki Camarena, è una questione di altezze. Finché le operazioni si svolgono per strada, al pianoterra della realtà, non avviene nulla di significativo. “Comandano loro”, gli dice un suo collega dopo aver ricevuto l’inspiegabile contrordine di non arrestare Rafa, asserragliato in una villa. “Li combattiamo e perdiamo. Quindi prendiamo quello che ci danno e speriamo di diminuire la merda che è là fuori”. Félix Gallardo comanda tutti dal quinto piano dell’Hotel Americas, la direzione affari del cartello. Una questione di altezze. Se il viscido Salvador Nava del DFS gli si para davanti nei corridoi dell’albergo intimandogli di pagare di più, lo Smilzo sa che nessuno, nemmeno un uomo del governo, gli potrà impedire di prendere quell’ascensore, e di salire al livello che gli compete.

Il leviatano è visibile nella sua immensità solo dall’alto. È ciò che ottiene Kiki Camarena quando le ricognizioni aeree, in prima battuta “misteriosamente” falsificate, danno il risultato sperato. Le piantagioni di marijuana paiono di spropositata grandezza e ancor più vasti sono gli spazi geografici coperti dal traffico di cocaina: un ponte tra Colombia e Messico garantito da piccoli velivoli, un corridoio spalancato verso gli Stati Uniti, mercati immensi, movimenti di merci che esemplificano il concetto di globalizzazione meglio di qualunque teoria dei sistemi. L’impero della droga si trasforma. Rafa vede svanire le sue piante psicoattive, pari ad un controvalore sul mercato di due miliardi e mezzo di dollari, nel fuoco. È un segno incontrovertibile. L’elemento terra perde importanza a favore del cielo. I narcos messicani ridisegnano i confini su tutti gli scenari. I militari, braccio esecutivo del crimine organizzato, fanno pendere, anche con pirotecniche azioni, la bilancia del potere verso chi ha maggiore forza, alias denaro, per detenerlo. Denaro, denaro, denaro. Narcos: Mexico celebra l’apoteosi della mercificazione. Non vi è quasi nulla che non sia in vendita.

Povero Messico, nazione in decomposizione, cadavere galleggiante su un oceano di mazzette. I procuratori non firmano i mandati di arresto, gli ufficiali di polizia evitano con scrupolo di collaborare con gli stranieri, i funzionari erigono un muro a protezione dei corrotti. “El Azul”, uno dei capi del DFS, salta la barricata e si arruola nel narcotraffico. E non è forse il cattivo gusto la principale cartina di tornasole del disastro etico? Ville sontuose acquistate in contanti e adibite a piste per gare di moto, mausolei terrificanti con tanto di musica mariachi in filodiffusione, il look di Scarface preso a modello di eleganza… Le donne, spettatrici di un dolore derivato al cento per cento dall’arroganza maschile, non riescono a mitigare il clima di violenza.

Una macchina micidiale stritola Kiki Camarena, rapito e ucciso nel febbraio del 1985. Insomma, per chi non lo sapesse, Narcos: Mexico è una storia vera. E appartiene alla Storia con la S maiuscola la sensibilità dimostrata dagli statunitensi nello sradicare i “sinistri” in tutto il Centro America, finanziando gruppi armati controrivoluzionari (Contras)… proprio con i proventi della droga! Nell’ultimo episodio, l’immagine di un medico legale, in un obitorio, sintetizza lo sfascio politico-sociale. Sta leggendo la Metamorfosi di Kafka. Più chiaro di così… Allo spettatore resta solo da sviscerare l’enigma della voce narrante, nella versione originale prestata dall’attore americano Scott McNairy, che compare in carne e ossa esclusivamente nella scena finale. Anche se Netflix non ha confermato nulla, gli indizi convergono verso una prova. Attendiamoci almeno un’altra stagione. Narcos è un format spettacolare e il nostro bollino è assicurato: la serie è tra quelle consigliate.

CONSIGLIATA A CHI: è un detective con un occhio particolare per le scarpe altrui, non cede se una ragazza non gli concede di ballare, ha qualche nastro degli anni Ottanta nascosto nel cassetto.

SCONSIGLIATA A CHI: perde le staffe di fronte alla minima ingiustizia, è colpito da orticaria non appena sente la parola “burocrazia”, detesta collane d’oro, occhialoni, baffi e camice sgargianti.

PERCORSI DI LETTURE, VISIONI E ASCOLTI PARALLELI:

  • Un libro sul Messico contemporaneo, tra narcotraffico e culto della morte: Yuri Herrera, La trasmigrazione dei corpi, Feltrinelli, 2014;

  • Un film sul tema della frontiera: Sicario di Denis Villeneuve (2015);
  • E… prestate attenzione alle musiche di Gustavo Santaolalla, uno dei maggiori compositori di colonne sonore oggi in circolazione.

TITOLO ORIGINALE: Narcos: Mexico
NUMERO DI EPISODI: 10
DURATA DEGLI EPISODI: tra i 55 e i 70 minuti
DISTRIBUZIONE
: NETFLIX
DATA DI USCITA: 16 Novembre 2018

“Quando guardo qualcosa, non vedo mai come è, ma come potrebbe essere. Quando vedo qualcosa, vedo come va a finire”. (Félix a Kiki)

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