Un piccolo favore

Un piccolo favore *1/2

Paul Feig, regista di fiducia di Melissa McCathy e poi al comando del nuovo Ghostbusters tutto al femminile, si è fatto le ossa con la tv, come attore e dirigendo episodi per The Office, Arrested Development, Mad men, Weeds, 30 Rock e Nurse Jackie.

Negli ultimi dieci anni il cinema comico ha avuto la prevalenza, ma questo A simple favor è una deviazione significativa nel suo percorso: adattando il romanzo di Darcey Bell, Feig vorrebbe cambiare genere e pur mantenendo la centralità dei personaggi femminili, li spinge verso i territori del giallo classico e della dark comedy.

Le protagoniste di A simple favor sono due donne: Emily Nelson, una pr che lavora per uno stilista newyorkese ed è sposata ad uno scrittore che ha scritto un solo romanzo, prima di dedicarsi all’insegnamento. E Stephanie Smothers, una casalinga che tiene un piccolo vlog su internet dispensando consigli: ha perso marito e fratello in un incidente d’auto e vive sola in Connecticut.

I loro figli sono grandi amici e così per caso le due donne finiscono per frequentarsi pur appartenendo a mondi apparentemente lontanissimi. Un martini dopo l’altro le due stringono un legame, ma una sera dopo aver chiesto a Stephanie un piccolo favore, Emily scompare.

Passano i giorni e nessuno si fa vivo. Il marito che era a Londra non ne sa nulla. Stephanie usa il suo vlog per mettersi in cerca della sua nuova amica, fino a quando lauto di Emily e un cadavere riappaiono in Michigan, sul fondo di un piccolo lago.

Tutto giocato sulla differenza dei caratteri e sul ritmo brillante di un tipico chick flick, il film di Feig parte bene, esponendo subito il mistero della scomparsa e ricostruendo poi a posteriori l’incontro tra le due donne. Giocando con puntualità con i meccanismi di genere, il film sembra procedere spedito tra rivelazioni e omissioni, appagando i sogni dell’ordinaria Stephanie, di vestire per una volta i panni della straordinaria Emily.

Indovinata la scelta delle protagoniste: accanto alla statuaria e affascinante Blake Lively, la nerd che non sta mai zitta e ferma, Anna Kendrick. Una bionda l’altra bruna, una affascinante e l’altra imbranata, una misteriosa e l’altra apparentemente banale, una sicura di sè e l’altra piena di insicurezze, le due consentono al film di accendersi subito.

Solo che la sceneggiatura di Jessica Sharzer non si accontenta di risolvere il giallo, ma si dilunga per una buona mezz’ora inutile, creando almeno quattro-cinque finali di troppo, che appensatiscono il film e lasciano lo spettatore disorientato, come davanti ad una teoria di scatole cinesi.

Il meccanismo di genere si avvita su se stesso, i personaggi sembrano agire non per necessità o seguendo un piano, ma solo per consentire a Feig di mettere in fila una teoria di scene madri, in cui tutti mentono, tutti fanno il doppio gioco, tutti cercano di incastrare gli altri.

Se la scomparsa di Emily sembrava parte di un piano ben congegnato, anche se poi scopriremo che invece la casualità ha giocato un ruolo decisivo, tutto quello che viene dopo è frutto di un’improvvisazione continua: i personaggi perdono qualsiasi credibilità, si muovono senza senso in un pasticcio confuso, che nessuno sembra davvero governare.

Un film modesto, un po’ come tutti quelli di Feig, consolatorio e fiacco, pur volendo apparire spregiudicato e frizzante.

Blake Lively as ‘Emily’ in A SIMPLE FAVOR. Photo Credit: Peter Iovino
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