Crime: storia e storie del genere più amato dal pubblico televisivo

I consigli di lettura di Dark Mirrors

Per gli amanti del crime in tutte le sue sfumature consigliamo Crime (tit. originale The TV crime drama) un bel libro di Sue Turnbull edito da Minimum Fax nella collana Supertele tivù. E’ in realtà l’intera collana a meritare la nostra attenzione e cercheremo di recensire anche altri volumi di quella che ad oggi ci sembra una delle migliori occasioni per riflettere in modo complessivo sull’universo Serie TV, analizzando non solo gli aspetti estetici ed i contenuti di tendenza, ma anche elementi produttivi e distributivi.

Questo volume si sofferma, con un taglio di tipo storico-sociologico, sul crime drama televisivo, soprattutto di origine americana e britannica, ricorrendo ad un approccio genealogico che permette al lettore di ritrovare alcune delle serie più amate dagli anni ‘50 ad oggi. Prima di arrivare alla televisione, il volume ripercorre la nascita del genere crime partendo dai bollettini periodici che, già nel diciassettesimo secolo, raccontavano a scopo educativo le vicende dei carcerati per mettere in guardia i più giovani, attraverso i racconti e le loro macabre illustrazioni, dai rischi di una vita criminale. L’interesse per gli omicidi sensazionali si accrebbe con il diciannovesimo secolo, sia attraverso le rubriche di cronaca nera sui quotidiani che tramite i “broadside”, singoli fogli venduti a parte. Nel 1841 una pietra miliare del genere, I delitti della Rue Morgue di Poe inseriva di diritto il romanzo criminale tra la letteratura in grado di intrattenere la middle class: la via tracciata da Poe sarà poi ampliata da Hammett e da Chandler, in grado di fondare un vero e proprio sottogenere, definito Hard Boiled. Nella prima metà del ‘900 il crime radiofonico entra nelle case degli americani, con trasmissioni come G-Men e Gang Busters. Pare che lo stesso capo dell’FBI, J. Edgar Hoover, fosse attento all’impatto di queste trasmissioni sull’opinione pubblica: il programma G-Men nella sua mente poteva rappresentare un ottimo veicolo di propaganda per il Federal Bureau e le forze dell’ordine. Ed infine il cinema, media per eccellenza della seconda metà del XX° secolo: a riguardo basti dire che anche uno dei primi lungometraggi, The Train Robbery del 1903 è ascrivibile al genere crime!

La serie TV Dragnet1 esordì sulle frequenze radiofoniche nel 1949 per poi spostarsi sul piccolo schermo nel 1951. La commistione di media o meglio la creazione di ecosistemi narrativi non è quindi una novità di questi ultimi anni, se si pensa alla presenza di Dragnet su diversi media in parallelo (oltre alla radio e alla TV la serie già nel 1952 aveva originato una striscia a fumetti pubblicata sui quotidiani) . Negli ultimi anni piuttosto si è acquisito consapevolezza della specificità di queste strutture narrative transmediali, della loro complessità e della capacità di ingaggiare e attivare il pubblico, ad esempio tramite le diverse produzioni fandom; ma nella sua sostanza il fenomeno è un portato della cultura popolare già presente a metà del secolo scorso.

Con Dragnet entriamo quindi nel campo della serialità televisiva a cui la Turnbull si dedica per il resto del volume. L’analisi dettagliata delle singole serie permette all’autrice di approfondire aspetti legati alla forma narrativa, allo stile, all’estetica ed al complesso rapporto tra media e società. Numerosi studi infatti hanno dimostrato come gli sviluppi assunti dal crime drama siano strettamente legati a specifici contesti storici ed a peculiari evoluzioni della criminalità nel Paese di produzione. Un progetto ambizioso che viene sviluppato con lo stile espositivo proprio della letteratura scientifica anglosassone: chiaro e consequenziale. Fa da contrappasso all’interesse mostrato dal pubblico per il crime il disinteresse o meglio la superficialità con cui la critica si è da sempre rapportata a questo genere, tanto per la produzione letteraria come per quella televisiva. Si pensi ad un autore come Raymond Chandler, solo negli anni recenti riconosciuto in tutta la sua grandezza. Le serie crime fanno più fatica di altre ad essere identificate con i parametri che il critico statunitense Robert J. Thompson attribuisce alla ‘TV di qualità’ nel suo celebre studio del 1997 “Television ‘s Second Golden Age: from Hill Street Blues to ER Television and Popular culture2. La TV di qualità si è spesso ridotta ad una sorta di genere trasversale a sé stante che parla una lingua colta, apprezzata pienamente solo da un pubblico intellettuale, consapevole ed elitario.

E’ proprio questa una delle chiavi di lettura che la Turnbull vuole mettere in discussione: non lo fa esplicitamente, ma in modo indiretto emerge a più riprese come i parametri utilizzati da Thompson per identificare la TV di qualità siano da aggiornare. Non chiedete però a lei di farlo perché il suo approccio non è da teorica, ma da storica dei media: del resto è proprio questo che rende il suo libro così leggibile. Quanti invece hanno mantenuto fermi i parametri identificati da Thompson e li hanno applicati al genere crime, hanno finito per orientarsi esclusivamente verso alcuni specifici prodotti. Il paragone, che a qualcuno potrebbe addirittura sembrare irrispettoso, tra The Wire3 e CSI4 è la dimostrazione di questo sbilanciamento della critica a favore di serie in cui il realismo, il taglio documentaristico ed una colonna sonora lontana dalla musica pop siano più marcate a discapito di opere con un’estetica diversa, più stilizzata ed espressionistica, come CSI, ma anche come il sottovalutato Miami Vice5. Suona provocatoria, al termine di una lunga analisi in cui emergono i numerosi punti di contatto tra le due serie, l’affermazione con cui si chiude il capitolo “Il police procedural americano di qualità”: “sembra quasi – scrive la Turnbull – che le serie più apprezzate dal pubblico non possano essere di qualità”.

Al di là della valutazione sui parametri di rispondenza del genere noir alla TV di qualità, il testo analizza l’evoluzione del crime anche nelle sue articolazioni principali, con incursioni interessanti nelle opere ibride in cui sono presenti contaminazioni con il melodramma (Hill Street giorno e notte, Moonlighting, Twin Peaks), il dramma sociale (Cracker), il musical (Staccato, Cop Rock), il teen drama (21 Jump Street) e l’horror (X-Files, Twin Peaks, Dexter).

Un discorso a parte è poi riservato alla declinazione nel noir dei meccanismi di genere, analizzata senza retorica, partendo dagli anni ’70 per arrivare fino ai giorni nostri. “Nonostante la percezione diffusa che il crime drama sia un genere intrinsecamente maschile, le donne vi hanno giocato un ruolo fondamentale fin dall’inizio, non soltanto nelle vesti di vittime indifese o femme fatale doppiogiochiste, ma anche in qualità di personaggi sempre più risolutivi nell’ambito delle indagini, nonché come percentuale del pubblico televisivo in costante aumento dagli anni ’50 ad oggi”. Attraverso la storia del noir è possibile ricostruire l’evoluzione del ruolo sociale della donna, come peraltro sviluppato da numerosi feminist media studies. La dicotomia tradizionale tra donna oggetto dello sguardo e protagonista dell’azione attraversa un ampio spettro di serie televisive, da Honey West ad Agenzia Uncle, da La donna bionica a Wonder Woman per arrivare ad una serie snodo cruciale dei discorsi di genere e cioè Charlie’s Angels6. Ripercorrendo un celebre saggio di Anna Gough-Yates7, ci viene ricordato come Charlie’s Angels sintetizzasse in forma visiva quanto dichiarato dalla rivista Cosmopolitan sul fatto che “il potere di una donna single dipende dalla sua sicurezza sessuale e dalla capacità di sfruttare la sessualità come un’arma. Le prime Angels combaciavano perfettamente con l’idea di Cosmopolitan di una donna single appariscente, eterosessuale e indipendente che considerava la dedizione al lavoro come un’alternativa soddisfacente a un matrimonio ed a una relazione monogama”. New York New York8 con la scelta di una coppia di investigatrici femminili, Cagney & Lacey, sembra una vera e propria rivisitazione in chiave di genere di serie come CHiPs o Starsky & Hutch. Negli anni ’80 anche Moonlighting9 prosegue nella strada dell’emancipazione femminile, cambiando radicalmente le tradizionali attribuzioni di generi e mostrando le paure diffuse su come stesse cambiando anche all’interno della coppia (e non solo sul lavoro) la percezione reciproca tra uomo e donna.

Un desiderio ed una mancanza. Tra le diverse tipologie di serie TV ci sarebbe piaciuto trovare qualche riferimento più ampio ed organico a quella dimensione di anti-eroicità a cui si fanno solo dei cenni e che influenza in modo marcato la produzione degli ultimi anni. Nell’economia del volume invece sarebbe stato necessario inserire un indice delle opere e degli attori, così da rendere agevole la consultazione, anche a scopi di ricerca.

Alla fine di questa splendida galoppata attraverso gli anni e le produzioni, l’autrice si accommiata con un breve paragrafo il cui titolo vale più di mille disquisizioni teoriche: “Il piacere della visione”. Non dovremmo mai perderlo di vista ed avere il coraggio di seguirlo con umiltà, anche quando ci porta su strade che la critica preferisce non percorrere per ostracismo, snobismo o ignoranza.

Sue Turnbull, Crime. Storia, miti e personaggi delle serie TV più popolari trad. It. Mauro Maraschi, Minimum Fax 2019.

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1 Dragnet è una serie televisiva statunitense in 276 episodi trasmessi per la prima volta nel corso di 8 stagioni dal 1951 al 1959.

2 La TV di qualità secondo Thompson: è atipica, è prodotta da operatori che hanno un senso estetico sviluppato su altri media come il cinema, utilizza trame multiple e intrecciate, presenta una qualche memoria delle puntate precedenti, è consapevole del proprio statuto, presenta influenze letterarie, aspira al realismo, abbraccia elementi di critica sociale e letteraria.

3 The Wire è andata in onda su HBO per cinque stagioni a partire dal 2002. 60 episodi in tutto per una serie acclamata dalla critica.

4 CSI è andata in onda per 16 stagioni a partire dal 2000, per complessivi 337 episodi. E’ la serie che ha avuto il maggior numero di spettatori nella storia della TV via cavo.

5 Miami Vice ha accompagnato i telespettatori americani (e non solo) per 5 stagioni, dal 1984 al 1990.

6 Charlie’s Angels, prodotta da Aaron Spelling e Leonard Goldberg, è andata in onda dal 1976 al 1981 sul canale statunitense ABC. Ne sono stati trasmessi 118 episodi.

7 Understanding Women’s Magazines, Routledge 2001.

8 New York New York ha totalizzato 7 stagioni di programmazione per complessivi 125 episodi, dal 1981 al 1988, sul canale televisivo americano CBS.

9 Moonlighting, è andata in onda su ABC per 67 episodi complessivi in 5 stagioni a partire dal 1985.

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