Alps

Alps ***

In occasione dell’uscita in sala di Alps, il terzo film diretto da Yorgos Lanthimos, a distanza di nove anni dal suo debutto alla Mostra di Venezia, ripubblichiamo la nostra recensione di allora.  

E’ un film spiazzante e misterioso questo Alps, che Lanthimos ha girato dopo il trionfo internazionale di Dogtooth – Kynodontas, vincitore di Un certain regard a Cannes 2009.

Al termine della proiezione stampa si accende il dibattito. Che cosa avrà voluto dire il regista? E’ il film di un umanista o di un misantropo? Una presa in giro delle tragedie personali o un’accusa allo sfruttamento del dolore? Il dubbio rimane, eppure si resta come ipnotizzati di fronte ad Alps. Un altro gioiello di un concorso di rilievo.

Anche questa volta il regista greco costruisce un microcosmo chiuso di quattro personaggi: una giovane ginnasta ed il suo insegnante, un’ infermiera d’ospedale ed un collega che presta servizio sull’autoambulanza.

I quattro hanno messo in piedi un gruppo chiamato appunto Alps-Alpi, che si occupa di “sostituire” temporaneamente, presso i familiari, i parenti defunti, per qualche ora alla settimana.

I quattro eseguono le istruzioni, si calano nel personaggio che devono impersonare, si vestono come il familiare che è venuto a mancare, cercando di alleviare il dolore di chi non riesce a darsi pace.

Questo almeno nelle intenzioni del gruppo. I quattro, persino nel loro tempo libero, si divertono ad impersonare divi e personaggi famosi, per gioco.

Il film non prende posizione, descrive con il consueto stile raggelato, alcuni momenti del lavoro dei quattro, in particolare quello dell’infermiera che, contravvenendo alle regole ferree del gruppo ed all’insaputa del capo – che si fa chiamare Monte Bianco – accetta di sostituire una giovane tennista, da poco deceduta in un incidente d’auto e fa sesso con il fidanzato di una defunta.

L’infermiera vive ancora con l’anziano padre, ormai vedovo, che accompagna alle serate di ballo.

I rapporti tra i quattro sono tesi, rigidamente gerarchici – soprattutto quelli tra la ginnasta ed il suo allenatore – retti da un protocollo, che bisogna seguire alla lettera con i clienti.

Lanthimos mette in scena un’umanità devastata e compromessa: nessuno si chiede il perchè delle sostituzioni, nessuno obbietta alcunchè. Nella società dello spettacolo, in cui si applaude ai feretri e in cui non c’è niente di più necessario delle lacrime, il dolore diventa pretesto per ogni speculazione.

La squallida messa in scena sembra essere di conforto alle vittime, eppure finisce per mettere in luce la debolezza e la violenza repressa dei quattro, che si aggrappano al loro “lavoro” fino a diventarne completamente dipendenti.

Come se alla fine la terapia sostitutiva servisse più ai sostituti, che non ai parenti.

Non a caso, sarà la cacciata di uno dei quattro dal gruppo a determinare la svolta drammatica del film.

Chiuso in interni spogli, spesso fuori fuoco, il regista mette in scena un paese allo sbando, senza più alcun appiglio, se non nella disperazione.

La metafora di Dogtooth era più evidente, più universale. Qui il gioco si fa più oscuro, senza speranza, ossessivo.

Bravissima Angeliki Papoulia, l’infermiera del gruppo, già in Dogtooth, mentre Arianne Labed, Coppa Volpi l’anno scorso per Attenberg, è la fragile e disillusa ginnasta.

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