Antebellum

Antebellum **

Film d’esordio della coppia Gerard Bush e Christopher Renz, l’horror abolizionista Antebellum si inserisce nella scia dei lavori della Blumhouse, condividendone l’attenzione al racconto di genere, ibridato con una forte critica sociale. Questa volta però produce la Lionsgate che ha dovuto rinviare più volte l’uscita, originariamente prevista per aprile 2020.

Il film si apre con le immagini di una piantagione di cotone del profondo sud, con la grande casa colonica bianca, circondata dai campi e dalle baracche dove vivono gli schiavi, con i soldati del generale Lee e la bandiera dei confederati che sventola sul pennone.

Siamo verosimilmente a metà Ottocento, ed incontriamo la protagonista, Eden, mentre viene trasportata con le manette ai polsi sul dorso di un cavallo, dopo un tentativo di fuga.

Il rude capitano Jasper decide di dare l’esempio e dopo preso una delle fuggitive con la fune, la trascina davanti a tutti prima di bruciarla nel forno crematorio che sorge in mezzo alla piantagione.

Eden è assegnata al padrone Mr. Denton, che la marchia a fuoco, per riaffermare la sua proprietà.

Il giorno dopo arrivano altri schiavi, che vengono ribattezzati con nuovi nomi dalla Sig.ra Elizabeth e dalla piccola figlia, che guida la piantagione con pugno di ferro non meno crudele di quello del capitano Jasper.

Il campionario di efferatezze, violenze e soprusi non sembra scoraggiare Eden, che progetta una nuova fuga con un altro schiavo. Solo che la realtà è assai più complessa e sfuggente e il film riserva ancora molte sorprese…

Non riveleremo di più, anche se nel trailer i due registi hanno rovinato la sorpresa ai loro spettatori, in modo piuttosto stupido, perchè uno dei pochi elementi di forza del loro film sta nel ribaltamento che arriva dopo circa 40 minuti e che svela come Eden sia arrivata alla piantagione e cosa significhi davvero la sua fuga.

Antebellum, come detto, è una sorta di b-movie di genere, che fa della vendetta degli oppressi il suo meccanismo narrativo. Se la prima parte sembra guardare a Django Unchained o a 12 anni schiavo, nella messa in scena della crudeltà assai poco idilliaca del sud schiavista, la svolta narrativa sposta il punto di vista riportandolo ad una contemporaneità assai più sinistra.

Le parole di Faulkner che aprono il film sul passato che non muore mai, anzi non passa neppure, fanno da leitmotiv all’incubo della protagonista, che si trova improvvisamente catapultata in un mondo lontano, ma che non sembra sempre presente.

Quando finalmente, anche gli spettatori comprenderanno il contesto complessivo all’interno del quale si trova la piantagione, l’orrore diventa ancor più insostenibile, perchè si allarga ai nostalgici di un tempo lontano.

La comparsa di una statua del generale Lee proprio nel finale, sembra far dialogare Antebellum con il movimento #blacklivesmatter e sostenere fino in fondo la loro battaglia, per la rimozione dei simboli della Guerra Civile.

Il film di Gerard Bush e Christopher Renz finisce però per essere l’ennesimo lavoro con cui Hollywood rievoca l’epoca della schiavitù, con un certo compiacimento sia nella messa in scena della violenza sadica dei bianchi, sia nella vendetta altrettanto sanguinosa degli schiavi liberati.

E come ha scritto Kareem Abdul-Jabbar recentemente, la rievocazione per finalità puramente di genere, di una pagina così dolorosa della storia americana, suona un po’ stonata e pretestuosa.

Quello che rimane è certamente il ruolo di Janelle Monàe, una star della scena musicale americana, che si sta ritagliando ruoli sempre più interessanti anche al cinema e in televisione, con Moonlight, Il diritto di contare, Harriet, Homecoming 2, peraltro lontanissimi dalla sua immagine di musicista.

Qui appare credibile in entrambi i momenti del film e non è difficile entrare in sintonia con il suo personaggio, anche prima del ribaltamento di prospettiva.

Il film tuttavia è piuttosto sciatto nella scrittura del secondo atto, fin troppo evidente nel suo tentativo di inserirsi nel dibattito razziale e sociale che ha spaccato gli Stati Uniti soprattutto negli anni della presidenza Trump.

Non basta voler stare dalla parte giusta, a cinema è necessario mostrare più che dimostrare, come sosteneva sempre Federico Fellini.

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