Ratched: come nasce uno dei personaggi più malvagi della storia del cinema?

Ratched ***1/2

In questa serie, liberamente ispirata al film (e quindi anche al romanzo) Qualcuno volò sul nido del cuculo, Ryan Murphy e Evan Romansky ci raccontano, in una sorta di prequel, la vita dell’infermiera Ratched, interpretata nel film di Milos Forman da Louise Fletcher e giudicata uno dei personaggi malvagi meglio riusciti della storia del cinema.

Siamo nel 1947 e Mildred Ratched (Sarah Paulson) è disposta a tutto pur di farsi assumere come infermiera presso la clinica di Santa Lucia a Monterey, nel nord della California, diretta dal Dr. Richard Hanover (Jon Jon Briones). Non è tanto la ricerca di un lavoro a spingere Mildred verso la clinica psichiatrica: a breve vi sarà infatti trasferito Edmund Tolleson (Finn Wittrock). Dopo aver barbaramente ucciso quattro sacerdoti infatti, Edmund sarà temporaneamente internato nella clinica per malattie psichiatriche di S. Lucia al fine di stabilire se è in grado di intendere e di volere. Sullo sfondo l’esecuzione capitale, caldeggiata dal governatore dello Stato della California, George Wilburn (Vincent D’Onofrio), per conquistare l’elettorato ed ottenere la rielezione. Nella puritana società americana a cavallo tra gli anni ’40 e ’50 Mildred fa di tutto per presentarsi in modo impeccabile e professionale, distaccata dalle emozioni e dalle persone che la circondano, devota esclusivamente al proprio lavoro, ma è da subito chiaro che ci sia qualcosa di inquietante in lei, un lato scuro che tiene nascosto al mondo e che la lega in qualche modo proprio a Edmund Tolleson. Fin dai primi passi compiuti nella clinica, Ratched dimostra una straordinaria abilità nel manipolare la mente di chi le sta attorno, spingendo le persone a fare quello che vuole: aspetto che non sfugge alla capo infermiera Bucket (Judy Davis), convinta che la donna nasconda qualcosa. Sarà l’assistente del governatore, Gwendolyn Briggs (Cynthia Nixon) ad avvicinarsi con insistenza e caparbietà a Ratched, portandola a vedere il mondo da un’altra prospettiva.

Nella serialità televisiva di questi anni, tra le personalità di maggior rilievo c’è sicuramente Ryan Murphy, produttore, regista e showrunner di serie culto come Glee, American Horror Story e Pose. Capace di spaziare tra generi diversi e contaminazioni non sempre facilmente catalogabili, questa volta ha prodotto uno show dal cuore dark, affidato ad un personaggio ricco di tonalità decise e con poche scale di grigio. Mildred Ratched è una protagonista ricca di intelligenza, capacità strategica e coraggio, con l’aggiunta di quel senso di decostruzione verso la società e la moralità comune che nel paesaggio mediale contemporaneo ci consente di definirla come un anti-eroe. E’ un personaggio vero, che indossa vestiti che vogliono essere eleganti ed austeri, ma che rivela quanto sia affamata di piacere nella preferenza che accorda al panino con la mortadella rispetto a qualsiasi altra forma di cibo e la semplicità delle proprie origini nella sorpresa davanti ad un piatto di ostriche che non sa proprio come mangiare. In lei convivono molte donne e tutte estremamente affascinanti: al di là del suo burrascoso passato e dei traumi che hanno segnato la sua infanzia, lo spettatore viene catturato dal fatto di trovarsi di fronte ad un personaggio vero, ricco di sfumature ed in grado di evolversi con la storia. Il tema delle preferenze sessuali non solo è confezionato con cura e senza forzature, ma riesce a dare una prospettiva ulteriore a Mildred, descrivendo un tratto di fragilità che la avvicina allo spettatore.

E’ il tocco di Murphy. È proprio il suo mondo a dispiegarsi davanti ai nostri occhi in questa serie, grazie alla scrittura efficace di Evan Romansky e alle ottime interpretazioni degli attori che lo hanno accompagnato in questi anni di successi: oltre alla protagonista, Sarah Paulson, pensiamo a Finn Wittorck o Harriet Sansom Harris. Essi hanno ancora una volta dato corpo ai temi cari a Murphy: le discriminazioni di genere e di orientamento sessuale, la difesa dei diritti della comunità LGBT, il disagio psicologico, passando per la critica del potere (e dei potenti) e alla solidarietà tra persone semplici che può cambiare il corso delle vicende.

Questo aspetto è a volte sottovalutato nel descrivere le storie di Murphy, ma c’è sempre – e in Ratched in modo significativo – un forte senso dell’amicizia e per così dire della solidarietà tra i semplici che riesce a superare i limiti e la storture della società. Pensate al rapporto di Edmund con l’infermiera Dolly oppure a quello con Charlotte: sono esempi di resistenza alla società, alla sua facciata autoritaria e perbenistica rappresentata di volta in volta dalla polizia, dai sacerdoti, dal governatore o più in generale dalle istituzioni. Istituzioni la cui violenza è difficile da tollerare come ci mostra l’infermiera Bucket che non riesce a trattenere in corpo il pranzo dopo aver assistito ad una lobotomia compiuta dal Dr. Hanover e presentata come il futuro della scienza neurologica! C’è poco di buono nel sistema e nelle sue figure apicali, lo stesso Dr. Hanover è obnubilato dalle droghe e schiacciato dal peso del proprio ego; il governatore Wilburn manca di qualsiasi senso della responsabilità e della misura, i più ricchi sono schiavi dei vizi. La differenza rispetto a Qualcuno volò sul nido del cuculo è l’esito della battaglia che appare quasi utopica e destinata la fallimento nel film di Forman, mentre, sebbene in modo rocambolesco e per molti aspetti imprevisto, raggiunge qualche risultato nella serie di Murphy.

Dobbiamo affidarci alle relazioni/sinergie per dare umanità ad un sistema che si mostra costantemente teso all’oppressione di tutti e dei più deboli in particolare.

Sembrerà strano, ma Ratched è soprattutto una storia di formazione. Mildred acquisisce consapevolezza del proprio orientamento sessuale ed il coraggio di accettarlo, così come Gwendolyn acquisisce il coraggio di abbandonare il matrimonio di facciata ed iniziare una nuova vita. Coraggio che assume anche la capo infermiera Betsy (Judy Davis) prendendo le distanze dai metodi del Dr. Hanover e dall’illusione che lui la ami. Sono tre donne che trovano la propria strada allontanandosi dagli uomini a cui hanno dedicato tanto impegno ed energie. Di fatto, ancora una volta, il vero motore della vicenda sono proprio le donne e gli uomini appaiono deboli, fragili, prigionieri del proprio ego e quindi della società in cui occupano posizioni di potere.

L’unica donna che non riesce ad uscire dalla dipendenza verso un uomo è la ricca Lenore Osgood, un’ottima Sharon Stone, che finisce per soccombere proprio alla cattiveria e alla follia del figlio. La dipendenza è per sua natura limitante, verso chiunque sia esercitata.

I protagonisti della vicenda hanno tutti qualcosa da nascondere, qualche segreto più o meno inconfessabile sotto la parvenza di perfezione che vogliono mostrare agli altri. Difficile non trovare l’eco di Lynch, ma ancora più difficile non ravvisare una chiara metafora della società americana del tempo. Con una sfumatura specifica di Murphy che accentua il tema dell’insanità, della violenza psicologica e del disagio come conseguenza del comportamento disumanizzante delle istituzioni e degli uomini (inteso in senso di genere) che le guidano.

La realizzazione tecnica ci è sembrata degna delle opere migliori di Murphy: dati per assodati tutta una serie di elementi qualitativi che non mancano mai nelle sue produzioni, soprattutto a livello estetico (fotografia e scenografie su tutto) la differenza la fa soprattutto il ritmo: se la narrazione si dilata e perde colpi la macchina si inceppa facilmente, e tutto risulta ingolfato. Nelle otto puntate di Ratched questo non accade mai e lo spettatore si lascia trasportare in un mondo avvolgente, ricco di rimandi cinematografici e citazioni; tra le molte, che vanno da Hitchcock a Wilder, da Lynch a Brian de Palma, ci piace ricordare anche Sharon Stone, che cita se stessa in una delle scene più celebri di Basic Instinct.

Qualche punto di debolezza è riscontrabile nel finale, ma il tema meriterebbe un’analisi più ampia perché l’irresolutezza della conclusione è un tratto comune della serialità contemporanea e per molti aspetti è lo scotto da pagare nel muoversi in strutture narrative non lineari pensate senza un orizzonte finale teleologico in cui tutte le domande e le tensioni trovino una risposta. In questo caso però, al di là del fatto che il finale di stagione sia pensato soprattutto in virtù di una continuazione della vicenda, la nostra considerazione poggia su alcune transizioni emotive troppo semplificate che difficilmente si adattano al tono fortemente psicologico dei primi episodi che, anche se viene progressivamente diluito in un mix di melò, thriller e black comedy, permane comunque al fondo della storia.

La serie è stata confermata per la seconda stagione e non vediamo l’ora di immergerci nuovamente in questo mondo raffinato ed intelligente (e certamente anche un po’ furbo) in cui l’intolleranza ed il razzismo non hanno mai l’ultima parola.

A differenza di quanto avviene nel mondo che ci circonda.

Titolo originale: Ratched
Durata media episodio: 50 minuti
Numero degli episodi: 8
Distribuzione streaming: Netflix
Genere: Crime, Thriller, Drama

Consigliato: a quanti pensano che se metti insieme Hitchcock, Wilder, Lynch e De Palma e ci aggiungi un tocco di soap opera sei un genio.

Sconsigliato: a quanti pensano che se metti insieme Hitchcock, Wilder, Lynch e De Palma e ci aggiungi un tocco di soap opera sei solo uno scaltro manipolatore dell’immaginario collettivo.

Visioni parallele:

Qualcuno volò sul nido del cuculo di Ken Kesey pubblicato nel 1962 e tradotto in Italia da BUR. Dal libro è stato tratto il film di Milos Forman a cui rimanda il personaggio di Mildred Ratched. La storia è il racconto, a tratti onirico ed allucinato, a tratti grottesco e poetico della ribellione di Mc Murphy e dei pazienti di un ospedale psichiatrico di Salem, in Oregon contro il sistema che li ha resi schiavi e che tenta costantemente di disumanizzarli.

La donna che visse due volte di Alfred Hitchcok. Uno dei capolavori del grande regista a cui la serie rimanda in modo esplicito per l’ambientazione, il tono da noir psicologico dei primi episodi, la colonna sonora ed una protagonista che nasconde qualcosa di oscuro sotto un’apparenza perfetta.

Un’immagine: la scena in cui il Dr. Hanover balla un charleston scatenato in mezzo ai pazienti ed ai suoi collaboratori è imperdibile.

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