Venezia 2020. Sun Children

Sun Children **1/2

Dedicato a tutti i bambini costretti al lavoro minorile, per sostenere le proprie famiglie, Sun Children è il primo film dell’iraniano Majid Majidi che arriva al concorso veneziano, nonostante la sua lunga carriera, cominciata negli anni ’90.

Al centro del racconto c’è Ali, un ragazzino di dodici anni, che si arrabatta rubando pneumatici per un anziano boss locale.

Nel suo piccolo gruppo ci sono altre ragazzi, due iraniani e due afghani. Quando il capo gli chiede di iscriversi alla Scuola del sole, perchè sotto l’edificio è nascosto un tesoro, i quattro fanno di tutto per poter frequentare le lezioni di quella scuola che raccoglie i ragazzi di strada, che nessuno supporta e che è a rischio di sfratto per mancanza di fondi.

Uno dei professori prende Ali e gli altri sotto la sua ala, prodigandosi perchè possano avere le loro opportunità, inconsapevole che i ragazzi sono lì per scavare un tunnel sotterraneo e raggiungere il fantomatico tesoro promesso.

Le cose andranno molto diversamente, non solo perchè una volta trovato, l’oro si rivelerà molto diverso da quello immaginato dai ragazzi, ma perchè, nel frattempo, ciascuno di loro dovrà fare i conti con le difficoltà della propria vita, tra arresti per accattonaggio, promesse di provini calcistici, ritorni in patria e madri che non possono uscire dall’ospedale psichiatrico.

Per tutti, la Scuola del sole è un’opportunità che non capiterà più. E’ quello in fondo, sembra dirci Majidi: il vero tesoro, che nessuno ha saputo comprendere e valorizzare.

Privati del diritto all’istruzione, questi bambini di strada sono abbandonati a sè stessi e ad un destino di sfruttamento e miseria.

Il film alterna un sincero spirito avventuroso, quando racconta le piccole vite sospese dei suoi protagonisti sempre di corsa e sempre in fuga, alla denuncia sociale di un sistema educativo, che non fa abbastanza per dare un’opportunità vera ai ragazzi perduti.

Sia pure all’interno di una drammaturgia che sfrutta toni spesso melodrammatici, Majidi riesce ad evitare cadute di tono e simbolismi troppo invadenti, costruendo un film sincero, emozionante, tutto all’altezza dei suoi piccoli protagonisti.

E’cinema antico il suo, civile, dignitoso, dalla parte giusta, tuttavia piuttosto inerte e risaputo, come spesso accade nei film che arrivano dal medioriente: vi ricordate Cafarnao della Labaki?

Si sorride amaro, nonostante tutto, ma la vitalità dei suoi attori restituisce al film una dimensione autentica, sia pure in una storia che sfrutta suggestioni narrative di genere, che lo avvicinano ad un certo cinema post-realista degli anni ’50 e ’60, piuttosto che al cinema iraniano dei bambini, che da Kiarostami e Mahmabaf, fino a Panahi ha raccontato con tutt’altro rigore storie d’infanzia. 

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