Cannes 2018. Capharnaum

Capharnaum **

INT. COURTROOM
ZAIN, a 12-year-old boy, faces THE JUDGE.
THE JUDGE: Why are you suing your own parents?
ZAIN: For giving me life.

Un bambino di dodici anni, Zain, viene accompagnato di fronte alla corte di un tribunale, in manette. Sta scontando una condanna a cinque anni di reclusione. Ma questa volta è lui l’attore. Ha deciso provocatoriamente di citare in giudizio i suoi genitori, per averlo messo al mondo, costringendolo ad una vita di sofferenze disumane.

E’ un doppio pugno allo stomaco quello che la regista libanese Nabine Labaki sferra al volto dello spettatore occidentale.

Il primo è quello già sufficientemente scioccante di vedere un bambino, non ancora adolescente, privato della libertà personale. Il secondo, ancora più duro, ci accompagna, attraverso lunghi flashback, nell’odissea che ha condotto Zain in quell’aula di tribunale.

Primo figlio di una famiglia tanto numerosa quanto povera, Zain vive sulla strada, lavorando come tuttofare per un piccolo negozio, vendendo piccole cose per la strada, senza poter andare a scuola.

Le cose precipitano quando la sorella Sahar ha le sue prime mestruazioni: ha solo undici anni, ma sarà venduta per quattro galline al capo di Zain.

Il fratello cerca inutilmente di metterla in salvo, poi disperato, fugge lontano, abbandonando la sua famiglia. Lontano da casa però non conosce nessuno. E’ solo un bambino, nessuno sembra dargli ascolto.

L’unica che si prende cura di lui è Rahil, una donna eritrea, rimasta senza documenti e lavoro dopo essere rimasta incinta, che ha trovato un posto in un ristorante, ma le servono nuovi documenti, che un losco trafficante di uomini, Aspro, le può procurare.

Mentre Rahil passa le sue giornate al lavoro e cercando di mettere assieme i 1.500 dollari che Aspro le ha chiesto, Zain resta nella sua baracca con suo figlio, il piccolissimo Yonas.

Solo che una sera Rahil non torna più e Zain è costretto ancora una volta a trovare un modo per sopravvivere, questa volta assieme a Yonas.

Ci sono tante cose nel film della Labaki, forse troppe, con la confusione che il titolo chiarisce, sin dalle premesse di questo lavoro: i diritti dell’infanzia maltrattata, l’immigrazione illegale, i trafficanti di vite, l’aberrazione che il possesso di un documento, sia l’unico mezzo per accedere ai propri diritti di cittadinanza, fino alle responsabilità di chi decide di mettere al mondo un bambino. Tutto quello che può spingere ad un coinvolgimento emotivo dello spettatore.

Nel film vediamo due madri. La ripugnante Souad, che vende le figlie bambine, manda Ziad a lavorare e non ha neppure il latte da dare alla sua prole sempre in crescita. E la dolente Rahil che per amore di Yonas ha perso tutto e non si rassegna ad averlo perduto.

Nello spettro enorme che le separa ce ne sono molte altre.

La Labaki non sempre riesce a controllare il magma narrativo e talvolta cede di fronte al rischio della spettacolarizzaione della sofferenza umana. Ha scelto attori presi dalla strada per dare verità al suo film e ci è riuscita. Ma a che prezzo?

Le riprese si sono prolungate per oltre sei mesi, per cogliere negli slums di Beirut, la verità che il racconto della Labaki ambiva a portare sullo schermo.

La sua macchina da presa, quasi sempre all’altezza di Zain, si muove nervosa e libera negli spazi angusti come nelle strade affollate. Solo un paio di volte lo sguardo si alza in volo a segnare la geografia di questo viaggio picaresco.

Se la scelta di un vero ragazzino siriano, come protagonista, risponde ad una logica in qualche modo neorealista, altre scelte sembrano dettate dall’idea di cinema pauperista, ma popolare e melodrammatico, sempre alla ricerca dell’emozione dello spettatore. Appare molto discutibile e sconcertante la scelta di usare un bambino di appena un anno, per gran parte delle riprese, mettendolo in situazioni decisamente estreme, accanto al protagonista Zain.

Peraltro i genitori del piccolo Treasure Bankole, che nel film interpreta Yonas, sono stati realmente arrestati come sans papiers durante le riprese e deportati, il padre in Nigeria e la madre in Kenya: una tragedia nella tragedia, quasi a dirci che l’orrore e la miseria della realtà sono ancora pià grandi di quanto Capharnaum possa mostrarci.

Eppure di fronte al film della Labaki si resta veramente annichiliti. Non c’è indignazione che possa colmare la rabbia e l’impotenza che si provano vedendo il film. E in fondo gli si perdonano, almeno un po’, quelle cadute melodrammatiche, quelle sottolineature musicali enfatiche e le scene poco sorvegliate.

Anche perchè la Labaki nella pur debole cornice giudiziale pone tuttavia ogni genitore di fronte ad un interrogativo chiarissimo: quando metto al mondo un bambino so quello che sto facendo? Sono in grado di assumermi la responsabilità di un’altra vita? Donare la vita è sempre un atto di amore o nasconde anche egoismo, stupidità, profitto?

CREDITS

Nadine LABAKI – Director
Nadine LABAKI – Script / Dialogue
Jihad HOJEILY – Script / Dialogue
Michelle KESROUANI – Script / Dialogue
Georges KHABBAZ – Script / Dialogue
Khaled MOUZANAR – Script / Dialogue
Christopher AOUN – Director of Photography
Konstantin BOCK – Film Editor
Khaled MOUZANAR – Music
Chadi ROUKOZ – Sound
Hussein BAYDOUN – Set decorator

CASTING

Nadine LABAKI – Nadine
Zain ALRAFEEA – Zain
Yordanos SHIFERA – Rahil
Treasure BANKOLE – Yonas
Fadi YOUSSEF – Selim
Alaa CHOUCHNIYE – Aspro
Cedra IZAM – Sahar
Kawthar AL HADDAD – Souad

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