Project Power

Project Power *1/2

Il periodo è difficile e complicato, i set interrotti riaprono timidamente, le sale restano vuote, i festival si arrabattano con quello che c’è, mentre un’intera industria culturale vede davanti a sè l’ombra di un cambiamento epocale, che la pandemia ha solo accelerato, ma che era già scritto.

Netflix ha continuato più o meno senza problemi, sinora, grazie ad una modalità distributiva, che l’ha messa al riparo dai marosi della tempesta, che ha travolto il cinema, ma che avrà rallentato inevitabilmente anche le sue produzioni.

Quello che abbiamo visto in questi mesi è tuttavia un campionario di film sciagurati, modestissimi, afflitti dai soliti problemi di scrittura, da una produzione verosimilmente affrettata e in cui l’unica cosa che conta davvero è il pitch iniziale, lo spunto intrigante, quello che ti fa selezionare il contenuto all’interno dell’offerta confusa e disordinata della piattaforma, almeno per quei primi due minuti, che nel curioso mondo di Netflix equivalgono ad una ‘visione‘.

Peraltro se Tyler Rake – Extraction tre mesi fa aveva un qualche motivo di interesse e almeno una vaga idea di cinema e The Old Guard uscito il mese scorso era un pasticcio senza speranza, la cui sola presenza di Charlize Theron garantiva un certo appeal, con Project Power siamo scesi ancora più in basso, ad un B-movie, che sarebbe sfigurato persino per riempire un buco di palinsesto nelle notti di una tv privata degli anni ’90.

Come sempre, la ragione del progetto sembra risiedere nell’incipit.

Un contractor militare americano sintetizza in laboratorio una pillola che per 5 minuti dona a chi la assume un potere superomistico, preso a prestito dal regno animale: camaleontismo, controllo della temperatura corporea, resistenza della pelle alle minacce sterne, ricrescita degli arti mutilati, ecc….

L’effetto dura poco, ma non per tutti è piacevole: si può morire di overdose o perchè il potere svelato dalla pillola non è compatibile con l’esistenza umana.

Siccome il Governo non ha approvato la sperimentazione sulla pillola, il contractor, che ha il volto mefistofelico di Rodrigo Santoro, ha deciso di farla direttamente sul campo, spacciando la sostanza a New Orleans e aspettando di “vedere l’effetto che fa”, come avrebbe cantato Jannacci.

Qui un poliziotto, Frank, capisce che c’è qualcosa che non va e con l’aiuto di una spacciatrice di strada, Robin, si mette sulle tracce del Maggiore Art, che alcuni indicano come l’artefice delle pillole, ma che in realtà è solo la prima delle vittime, un ranger su cui il contractor ha condotto i primi esperimenti…

Il film diretto dalla coppia Shulman-Joost è un fumettone ultrapop, che il direttore della fotografia Michael Simmonds ha annegato in colori scuri e lampi di luce fluo, come neppure in un brutto videogioco.

La presenza di Jamie Foxx, Joseph Gordon-Levitt e della talentuosa Dominique Fishback (Show Me a Hero, The Deuce, Il coraggio della verità – The Hate U Give) è indice solo del fatto che Netflix deve averli coperti di dollari per accettare di lavorare ad un film così sciagurato.

La classica struttura tripartita, è l’unico riferimento competente di una sceneggiatura piena di buchi, raffazzonata, incapace di creare un solo personaggio di un qualche spessore. La parte action si divide in un paio di sequenze che risultano più confuse che stimolanti, con uno spacciatore che prende fuoco e viene liquidato in una vasca da bagno, e con una ragazza che viene costretta a diventare di ghiaccio all’interno di una scatola di vetro, mentre all’esterno succede il finimondo.

Jamie Foxx cerca di metterci un po’ di collness, ma è davvero poca cosa. La sottotrama familiare è telefonatissima e tutto sembra accadere senza un vero perchè, in un film che forse vorrebbe essere un omaggio all’estetica camp del Joel Schumacher di Batman Forever, ma che invece assomiglia proprio ad brutto pilota di una serie, che non vorremmo vedere mai.

I due registi forse erano inconsapevoli di quello di quello che stava girando l’altro, perchè il film è un pasticcio privo di ritmo, di coerenza interna, di unità d’intenti e d’azione.

Francamente la nuova stagione Netflix, che pure ha in serbo cose speriamo pregevolissime, come il nuovo film di David Fincher, comincia come peggio non potrebbe. E l’assenza di altre proposte non fa accendere le luci ancora di più sulla modestia di questi action, che non hanno neppure la modestia croccante e artigianale di un B-movie, ma che restano vuoti pneumatici, tronfi e fracassoni.

Da dimenticare.

 

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