Love Wedding Repeat

Love Wedding Repeat *

Sceneggiatore di entrambe le versioni – quella inglese e quella americana – di Death at Funeral, da noi Funeral Party (2007) e Il funerale è servito (2010), Dean Craig debutta alla regia, con una nuova commedia corale, spostando il suo set a Roma, in una grande villa dove sta per celebrarsi il matrimonio tra una ragazza inglese, Hayley, e un italiano, Roberto.

Non sono loro tuttavia i veri protagonisti di questa storia, ma il fratello della sposa e testimone di nozze, Jack, e una delle migliori amiche di Hayley, Dina, giornalista di guerra americana.

Nel prologo li vediamo nella capitale, alla fine di un weekend inaspettatamente romantico, sul punto di scambiarsi il primo bacio, interrotti clamorosamente da un vecchio amico di Jack, che rovina sul più bello l’idillio che stava per nascere.

Quando i due si ritrovano anni dopo, per le nozze di Hayley, Jack è deciso a non lasciarsi scappare l’occasione.

Solo che il rinfresco dopo la cerimonia è turbato da una serie di eventi che stravolgeranno i piani di Jack. Al suo tavolo, oltre a Dina, ci saranno l’altro testimone, Bryan, un attore, sa che c’è un famoso regista italiano tra gli invitati e vorrebbe proporsi, l’ex fidanzata di Jack, Amanda, assieme al suo nuovo compagno, assillato dall’insicurezza, oltre a Marc ancora innamorato di Hayley, che arriva non invitato e strafatto di cocaina, a portare nuovo scompiglio e infine Sidney, un noiosissimo assicuratore amico di famiglia.

I bambini che, giocando, scambiano la disposizione dei posti, segneranno il destino del pomeriggio.

Ma non temete, a metà il film si riavvolge su se stesso e ricomincia da capo, come annuncia il titolo.

La ronde sentimentale prende strade diverse e il caso gioca un ruolo fondamentale, per vanificare gli sforzi degli uomini.

La morale è risaputa e tutto sommato innocua, il problema tuttavia sta nella sceneggiatura di Craig che raschia il barile, per mettere assieme quaranta minuti di gag, abusatissime e che raramente strappano un sorriso.

Il film si muove in modo inutilmente convulso, con i ritmi della pochade, ma è semplicemente disarticolato, slabbrato, pasticciato.

L’idea poi di ricominciare da capo a metà è attesa, ma non riesce mai ad essere davvero convincente, anzi dà la sensazione di essere un mero stratagemma per trasformare in un lungometraggio, le poche idee che avrebbero dato corpo a mezz’ora di film appena.

La sceneggiatura abborracciata che vorrebbe fare il verso a quelle di Richard Curtis, non trova mai la misura giusta, mai la leggerezza adeguata.

Non l’aiutano un gruppo di interpreti infelice, tra “spicca” il legnosissimo Sam Clafin, veramente improponibile nei toni brillanti, impacciato, rigido, che fa rimpiangere l’understatement di Hugh Grant.

Persino Oliva Munn e Freida Pinto, nei panni di Dina e Amanda, le due ragazze di Jack, finiscono per risultare insignificanti, nonostante la Pinto abbia almeno dalla sua un personaggio perfido e degli occhiali da sole che l’aiutano non poco.

Una commedia romantica in cui ci importa poco o nulla dei suoi personaggi, ha già mancato il bersaglio grosso. Se ci aggiungiamo la pedanteria di una storia che vediamo svolgersi due volte, la misura è colma.

Fortunatamente il film evita in buona parte i soliti cliché da commedia sul nostro Paese e almeno di quello gli dobbiamo essere grato.

Ma per il resto c’è davvero poco in questo debutto, che possa essere ricordato.

Solo per i fan della Munn.

Per gli altri è del tutto inutile.

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