Proxima

Proxima *1/2

Presentato in anteprima al Festival di Toronto e poi entrato nella terna finale della Francia per gli Oscar, Proxima è il terzo film di Alice Winocour (Augustine, Disorder), sceneggiatrice con studi alla prestigiosa Fémis di Parigi, nota soprattutto per il copione di Mustang, premiato ai César del 2015.

Annunciato come un film di fantascienza spaziale, tutto al femminile, si rivela in realtà un insopportabile drammone madre-figlia, che si sforza di ricordarci, quanta sofferenza e senso di colpa deve sopportare una donna, che ha deciso di fare l’astronauta.

La protagonista è Sarah, una giovane pilota francese, coinvolta nella missione più importante del programma spaziale internazionale. Farà parte del primo equipaggio che arriverà su Marte.

Con lei l’americano Mike e il russo Anton.

Sarah è una madre sola e vive a Colonia, con la figlia Stella, una bambina piena di problemi di otto anni.

Il padre è un ingegnere tedesco, che lavora per la ricerca spaziale.

Quando Sarah viene selezionata per la missione, Stella è costretta ad andare a vivere con il padre, Thomas, affiancata da Wendy, una psicologa che deve aiutare le due donne a gestire l’avvicinamento alla lunga separazione.

Il film è tutto qui. Scandito dal training a cui sono sottoposti i tre astronauti, alle visite familiari consentite, quindi allo spostamento vicino Mosca, alla base da dove partiranno, precedeuta da una quarantena.

Il film della Winocour è di una noia infinita e nonostante Eva Green ce la metta tutta per farci comprendere i rovelli infiniti della sua Sarah, francamente ci rimangono completamente estranei.

La fuga finale, che rischia di mettere a rischio l’intera missione, è quanto di più patetico, ricattatorio e posticcio si sia visto su uno schermo da molto tempo.

E in tempi di distanziamento sociale e quarantena vera, vedere qualcuno che la evade con leggerezza e incoscienza, rompe definitivamente il patto spettatoriale, decisivo in un film costruito tutto attorno all’empatia che dovrebbe suscitare l’unico vero personaggio a cui tutto il film finisce per ruotare.

Non c’è uno solo degli altri personaggi che sia scritto con una qualche plausibilità: il capo missione Mike, interpretato da Matt Dillon, oscilla tra lo psicopatico maschilista, a quello che vorrebbe provarci con la collega, dal più duro nei training a quello che non esita a dare una bonaria pacca sulla spalla alla collega in difficoltà. Non parliamo poi della psicologa, che dovrebbe supervisionare il rapporto tra Stella e Sarah, che pare non accorgersi di nulla.

Quanto poi alle foto delle vere astronaute con i loro figli, che punteggiano i titoli di coda, sono un vero e proprio colpo sotto la cintola, degna conclusione di un film talmente pedestre e incapace da dover essere ricattatorio, per suscitare una qualche reazione.

Inedito ancora in Italia, ma uscito in streaming negli Stati Uniti, è un altro di quei film che antepongono una tesi precostituita ad ogni coerente sviluppo narrativo. E finiscono per essere travolti dalle loro buone intenzioni e dalla loro supponenza.

Quanto infine all’exploitation del corpo femminile: c’era davvero bisogno, in questa storia di astronauti, di far vedere per tre volte la Green nuda di spalle e in doccia, in un solo film?

Disastroso.

 

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