Swallow

Swallow **1/2

L’esordio nel lungometraggio del newyorkese Carlo Mirabella-Davis è un disturbante ritratto femminile, dai toni fortemente hichcockiani, in cui l’elemento psicanalitico è utilizzato in termini certamente molto semplificati, ma tuttavia efficaci, rispetto al tentativo di rivelare dinamiche familiari e di genere umilianti e abusive.

Presentato al Tribeca ad aprile e uscito finora solo in Francia e Stati Uniti, il film racconta un disturbo del comportamento alimentare, che si chiama PICA e che consiste nell’inghiottire oggetti non commestibili, oltre a terra, carta, legno.

Mirabella-Davis ha dichiarato di aver tratto ispirazione per il suo film, dai trattamenti subiti dalla nonna in strutture psichiatriche, per disturbi ossessivo-compulsivi.

Swallow si apre in una villa meravigliosa, immersa nel verde sul fiume Hudson, una sorta di glass house, in cui la giovane Hunter vive con il marito Richard Conrad, appena nominato CEO dell’impresa di famiglia.

Mentre lui si occupa dell’azienda, lei rimane a casa, gioca al cellulare, guarda la tv e prepara la cena, in un silenzio ovattato e angosciante.

Quando, da brava moglie, Hunter rimane incinta, la sua condizione psicologica precipita e comincia ad ingoiare una serie di piccoli oggetti: una biglia di vetro, una puntina da disegno, quindi una pila, le pagine di un libro di auto-aiuto, regalatole dalla suocera. Ogni volta poi recupera l’oggetto espulso e lo appoggia sul tavolino della sua camera da letto, nell’indifferenza di tutti.

Quando tuttavia si sottopone ad un’ecografia, per monitorare la gravidanza, i medici notano gli oggetti ancora presenti e la operano d’urgenza.

Ad una prima fase di rifiuto e di scontro con Richard e la sua famiglia, ne segue una di aiuto psicologico e di controllo casalingo costante.

Nelle sedute con la Dott.ssa Alice, il passato rimosso viene pian piano alla luce, ma il tradimento del rapporto tra analista e cliente, spinge Hunter ad un gesto di estremo autolesionismo e poi alla fuga.

Il film è un dramma, che sfrutta l’inconsueto elemento psicologico, per illuminare una condizione più ampia di soggezione, che la protagonista vive all’interno di una famiglia rigidamente patriarcale e ferocemente egocentrica, sessista e materialista.

I Conrad sono parte di quell’1% che può quasi tutto e che quando va da un terapista afferma “We pay, so We want results”. Una famiglia che agli affetti ha sostituito da tempo lo status sociale, le porsche gialle, un mega televisore a parete in una glaciale villa di design, ma che non ci pensa un attimo a risolvere i conflitti privati, con l’ospedalizzazione coatta.

Forse la scena più inquietante del film non è una di quelle legate agli atti di autolesionismo di Hunter, ma quella in cui la donna si accorge che, alla festa di compleanno del marito, tutti gli invitati conoscono la sua condizione. Il suo sguardo si perde così nel vuoto di quello altrui, nella opprimente ipocrisia del silenzio.

Fin dall’inizio la suocera di Hunter, ormai parte di quello stesso sistema, le ricorda la filosofia di quel mondo: “Fake it, until you make it“, ovvero fingi che tutto questo ti dia davvero la felicità, finchè non finirai per crederci.

Ovviamente nel passato di Hunter c’è davvero un trauma rimosso, che continua a pesare nella sua vita e che finisce per tornare a galla prepotentemente, con la nuova maternità.

Ma è forse la parte meno interessante del film, quella più problematica e ordinaria, nonostante alcuni momenti non trascurabili, soprattutto nel confronto in prefinale tra Hunter e il padre, tuttavia è nel rapporto con la famiglia acquisita, che Swallow gioca le sue carte migliori e utilizza uno spazio narrativo peculiare, per raccontare una condizione di soffocante oppressione, che non è patologica, ma invece culturale e che finisce per trovare una valvola di sfogo, nel comportamento aberrante della protagonista.

Mirabella-Davis gira un film che alterna un controllatissimo rigore geometrico, quando si muove all’interno della prigione di vetro dei Conrad, ad una libertà più scomposta, quando la protagonista si muove finalmente nella realtà esterna.

Haley Bennet (The Hole, Kaboom, The Equalizer, La ragazza del treno) dietro la sua voce sussurrata e il viso di porcellana, riesce a nascondere inquietudini e oscurità impensabili.

Il film poggia tutto sulle sue spalle, sulla sua apparente apatia, che si trasforma in autodistruzione: la condizione di eterna bambina, in cui si trova costretta, all’interno della casa di bambole costruita dai Conrad attorno a lei, in cui si può solo sorridere o chiedere scusa, senza mai alzare la voce, finisce per spingerla sull’orlo del precipizio.

Alla fine, libera da quella costruzione fasulla e da quell’isolamento sociale, Haley sarà di nuovo in grado di confrontarsi con il mondo reale, con i suoi sensi di colpa e il suo passato. Riuscirà a sopravvivere a se stessa e alla propria eredità familiare?

Il film giustamente rimane aperto e significativamente si chiude nel bagno femminile di un grande centro commerciale, dove tante donne passano, solo per pochi istanti.

Ciascuna con la propria storia, con la propria identità.

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