The Equalizer vs. La preda perfetta

Equalizer

The Equalizer **

Due film americani di inizio stagione riaggiornano l’estetica del thriller di genere, il primo con accenti più da giustiziere solitario, il secondo con la malinconia noir che viene direttamente da uno dei romanzi di Laurence Block.

The Equalizer, tradotto nell’impreciso titolo italiano come Il vendicatore, è un ex agente dei servizi, che vive in una maturità solitaria ed abitudinaria.

Robert McCall si è ritirato e lavora come operaio in un grande magazzino dedicato al fai-da-te. Ha una casa tranquilla ed arredata con gusto minimalista, molti libri da leggere e un caffè nel quale rifugiarsi, per ingannare l’insonnia.

Qui conosce una giovanissima prostituta russa e ci si affeziona: quando la mafia russa farà sentire la sua mano pesante sulla ragazza dal temperamento ribelle, Robert deciderà di ricorrere alle maniere forti per fermarli.

Denzel Washington, diretto ancora una volta da Antoine Fuqua, aggiunge un nuovo tassello alla galleria di personaggi irrequieti, letali, ma questa volta preferisce l’understatement alla recitazione sopra le righe.

Il risultato non è particolarmente memorabile, dopo un inizio promettente, seppure pienamente ossequioso al clichè di genere, il protagonista rimane da solo a combattere i suoi demoni, one man show solitario e iperviolento, nel quale alle pistole si preferiscono armi non convenzionali.

Vigilante notturno dal cuore d’oro, il protagonista viene da una serie tv, non particolarmente memorabile se non per la sigla iniziale composta da Stewart Copeland. Trasporato il set da New York a Boston, perdute le atmosfere anni ’80 originali, ma non lo spirito perfettamente reaganiano di allora, quello che resta è un thriller piuttosto prevedibile, ben girato da Fuqua, che non replica però nè le atmosfere caldissime e feroci di Training Day, nè il racconto circolare di Brooklyn’s Finest.

E allora The Equalizer sembra proprio un reperto del passato, fieramente inattuale, come il suo protagonista, screduto morto, ma in realtà capace di riesplodere ancora una volta, classico nella messa in scena e reazionario nell’assunto.

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La preda perfetta **1/2

La preda perfetta invece è l’adattamento di Scott Frank di uno dei romanzi che Laurece Block ha dedicato all’ex poliziotto Matt Scudder.

Siamo nella New York del millennium bug ed un serial killer fa letteralmente a pezzi le sue vittime.

Quando un grosso spacciatore assolda Scudder per ritrovare la moglie scomparsa, il private eye pur riluttante, si mette sulle tracce di una verità più complessa che quella che appare.

Il film diretto dallo sceneggiatore Scott Frank (Out of sight) sfrutta magnificamente le doti del suo protagonista.

Liam Neeson trova finalmente un thriller non puramente alimentare e presta con convinzione tutta la sua fisicità a Scudder, con tutta la disillusione tipica di un Philip Marlowe fuori tempo massimo.

Siamo vicini alle incarnazioni degli anni ’70 dell’eroe chandleriano, in cui tutto si fa confuso, bene e male mostrano lo stesso distintivo falso.

Nessuno è veramente innocente, non certo Scudder, irascibile e bevitore pentito. Sono più le parole che colpiscono, non il menar di mani. Poche le scene d’azione vera. La più lunga comincia in un cimitero e finisce, come spesso succede, da Pulp Fiction a Zodiac, nello scantinato, lì dove il terrore più indicibile prende forma.

Frank non inventa nulla, ma conosce i suoi maestri: il suo è cinema neoclassico se vogliamo, che usa gli strumenti di un tempo alla perfezione, senza trascendere il genere, ma senza neppure offenderlo o sminuirlo.

Il suo è intrattenimento puro, ma consapevole e ben costruito, senza spinte autoriali, ma senza derive inappropriate.

Non siamo dalle parti di Michael Mann o Clint Eastwood, ma nel solido mestiere.

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