Narcos: Mexico 2. La caduta dell’Impero di Miguel Ángel Félix Gallardo

Narcos: Mexico 2 ****

No, Narcos Mexico non è una serie sulla droga. Narcos Mexico è una serie sul potere. Forme, dinamiche e maschere del potere. La seconda stagione conferma e rafforza questa convinzione.

Nell’ultimo episodio di Narcos Mexico 2, Miguel Ángel Félix Gallardo, il grande capo del narcotraffico, viene catturato in casa sua da poliziotti messicani mentre sta facendo colazione come un tranquillo padre di famiglia. Walt Breislin, l’agente americano della DEA che gli ha dato la caccia a seguito del brutale omicidio del collega Kiki Camarena (qui la nostra recensione della prima stagione), va a trovarlo in galera, nella speranza di ottenere da lui nomi e informazioni relative alle “piazze”, le aree suddivise su base territoriale governate dai potenti clan familiari.

Félix, lo anticipiamo senza timore di guastare la visione in quanto trattasi di Storia del Novecento, è stato “venduto” al nemico dai suoi ex alleati di Sinaloa, Tijuana e Juarez, spazientiti e ansiosi di uccidere freudianamente il padre. I rapporti interni alla “federazione” si sono in verità logorati da quando Félix ha deciso di condurre una battaglia dura e solitaria contro Pacho Herrera, boss del Cartello di Calì, per sostituirsi ai colombiani nella gestione diretta della cocaina, persuaso che questa tattica rappresenti la soluzione ottimale per tutti.

A rischio di sembrare provocatori, visto che pur sempre di gesta di criminali efferati stiamo scrivendo, si potrebbe dire che la scarsa democrazia ha rovinato e distrutto una solida alleanza.

Il potere, quindi. Vi ricordate il dialogo tra i Meli e gli Ateniesi, celeberrimo episodio della Guerra del Peloponneso, anno 416 a.C.? Riprendiamo le parole di Tucidide estrapolate dalle sue Storie: “Noi crediamo infatti che per legge di natura chi è più forte comandi: che questo lo faccia la divinità lo crediamo per convinzione, che lo facciano gli uomini, lo crediamo perché è evidente. E ci serviamo di questa legge senza averla istituita noi per primi, ma perché l’abbiamo ricevuta già esistente e la lasceremo valida per tutta l’eternità, certi che voi e altri vi sareste comportati nello stesso modo se vi foste trovati padroni della nostra stessa potenza”. Sono gli Ateniesi a parlare.

Chi è più forte comanda e chi è dotato di potenza politica e militare semplicemente la esercita. Félix al termine del colloquio in carcere risponde così a Breislin: “So che le piazze diventeranno dei cartelli. Lavoreranno separatamente. All’inizio non sarà poi male. Magari collaboreranno anche. Ma col tempo ognuna vorrà le rotte migliori, il prodotto migliore, l’accesso ai pezzi grossi del governo. E allora sì che se ne vedranno delle belle. Tijuana diventerà più forte. Ma appena consolidato il potere, vedrai, scoppierà una guerra. Con chi? Sinaloa. Sinaloa ha i soldati, ma non ha un confine. E Tijuana ha il confine. Se quegli idioti collaborassero sarebbero inarrestabili, ma non ci arrivano proprio. È un problema personale. E mentre le due piazze si scontrano, il Golfo starà a guardare. Diventerà più forte, mentre gli altri si indeboliscono. Ma è Juárez la chiave di tutto. Una volta stretto l’accordo commerciale, Juárez sarà forte abbastanza da battere chiunque”.

Non è forse un capolavoro di realismo? La chiusura è una sentenza micidiale. “La verità fa male? Beh, siete fottuti. Questa follia è cominciata e nessuno potrà fermarla. Senza di me, nessuno ci riuscirà. La DEA doveva darmi un distintivo”. È davvero difficile dare torto a Félix. L’attonito Breislin, passato in fretta da uno stato di ragionevole aspettativa ad una sorta di fredda rassegnazione, non proferisce parola e ripone la cornetta dell’interfono. La testa rotolante del boss, apprendiamo inoltre, è la conditio sine qua non per giungere alla sigla di un trattato commerciale tra nazioni sovrane, Stati Uniti, Messico e Canada. Quando si dice: interessi convergenti…

L’ex poliziotto di Guadalajara, in breve tempo innalzatosi dal paludato commercio dello marijuana al bianco turbomercato della cocaina, è un individuo abietto, chi potrebbe negarlo? Tanto per citare una delle peggiori nefandezze cui assistiamo in questa stagione, Félix ordina lo sterminio della famiglia del disubbidiente Héctor Luis Palma, signore della droga di Sinaloa. La scena dell’eliminazione di Lupita gela il sangue. Già, ma chi ha creato il mostro? Félix, rivolto all’ex moglie che lo sta nuovamente cacciando di casa, sconvolta da cotanto orrore, si meraviglia dell’altrui meraviglia.

Così va il mondo. No poliziotti zelanti tra i piedi, no cani sciolti. La volontà di potenza infrange i codici di condotta e si traduce in una prassi feroce, a tutela del servizio richiesto dal compratore. “I gringos hanno appetiti insaziabili, chi può biasimarci se li riforniamo?” domanda con tono retorico, nel secondo episodio, l’anziano Juan Napumoceno Guerra, capo dell’area del Golfo. Guerra, nel suo ragionamento, non scomoda i Greci, bensì gli antichi Romani, alea iacta est, perciò consiglia a Félix di leggere la storia dell’Impero fino in fondo. Analogia calzante. Tutti sanno cosa accadde all’arrivo dei barbari…

A differenza degli Ateniesi, il potere per i narcotrafficanti messicani non deriva dal controllo strategico del mare e delle isole ma da quello dei cieli e delle rotte centroamericane. Nella seconda stagione emerge con prepotenza la figura di Amado Carrillo Fuentes, per la DEA ‘Lord of the Skies’, pilota puntualmente vestito di nero. L’operazione che consente ai clan federati di importare tonnellate e tonnellate di cocaina dalla Colombia è una spettacolare metafora del capitalismo. Félix è davvero un fedele servitore del sistema basato sulla soddisfazione della domanda. Massimo cinismo, massima efficienza, massima resa. Come per i Romani, la caduta dell’Impero di Miguel Ángel Félix Gallardo è un evento centrifugo che porta alla dissoluzione. La contesa tra Juarez e Sinaloa rappresenta l’inizio della fine. Félix tenta di mediare tra le parti attraverso un difficile gioco di pesi e contrappesi, fatto di concessioni e sacrifici umani. La bilancia, per sua sventura, è fallata, compromessa. La droga pesa troppo e i piatti non possono più stare in equilibrio.

Narcos Mexico 2 lascia spazio ai comprimari. La coralità premia. Nel racconto non si avvertono quasi mai cali di tensione. I personaggi, (ri)costruiti con nettezza, sono calibrati attorno alle loro volgari ossessioni, denaro, prestigio, lusso, voracità inappagata. La serie accarezza il mito sempiterno della frontiera. Alcuni, per fare soldi in autonomia, la varcano all’insaputa del capo. Gli espedienti esibiscono una malefica creatività. El Chapo Guzman di Sinaloa ha l’idea di scavare tunnel sotto i piedi dei gringos. “La Jefa” Enedina Arrelano Fèlix, regina di Tijuana, si affida alle borsette delle lavoratrici pendolari per traghettare dosi in territorio americano. Qualcuno, a cavallo del confine, cerca invece un principio di vita nuova, come il rude Pablo Acosta Villareal. Acosta, impelagato in assurdi duelli rusticani ai limiti del genere western e impegnato in una relazione con una bionda americana di buona famiglia, Mimi Web Miller, muore crivellato di colpi dopo aver stretto un patto con Walt Breislin. Non si esce vivi dagli anni Ottanta messicani.

Il cinismo trova nella politica la sua sublimazione. Fèlix può permettersi di girare tra i corridoi di palazzo e dettare le proprie regole alle alte sfere del governo. “Senza di me non esisti”, dice al Ministro della Difesa, Zuno Arce, imbarazzato dalle intemperanze di un nipote debosciato. La serie insiste nel ritrarre, impietosamente, una classe dirigente corrotta nel midollo, fragile, spietata e ricattabile. Narcos Mexico 2 mostra il fango delle elezioni del 1988, truccate dai clan per blindare la vittoria del candidato del Partito Rivoluzionario Istituzionale e garantirsi in cambio l’impunità totale. La voce narrante, ovvero Walt Breislin, ci regala impagabili analogie tra il presente americano e il passato messicano. Evidente il riferimento alle presidenziali del 2016 vinte a sorpresa dal buon Donald.

Colpisce la rapidità d’esecuzione degli uomini dei cartelli: il loro metodo, infallibile, farebbe invidia a Cambridge Analytica. “Come sopprimere l’elettore senza lasciare tracce”, chiosa il narratore esterno. Tuttavia, la legge della complessità dispensa le sue variabili impazzite. Le privatizzazioni selvagge promosse dai governi di destra consegnano risorse, terre e interi pezzi di nazione a un ristretto club di papaveri, destinati a diventare talmente ricchi da risultare autosufficienti. Al punto da poter negoziare le loro condizioni, alla pari, con i narcos stessi.

In Narcos Mexico 2 la musica e la moda sono elementi importanti e si rivelano veicoli di omologazione culturale. Alle feste di compleanno dei narcotrafficanti risuona la new wave Anni Ottanta e risaltano, sgargianti, larghe camice a fiori. Anche i “machi” con la pistola amano Smalltown Boy dei Bronski Beat e la ballano in pista, magari un attimo prima di saltare al collo di un rivale, colpevole di aver detto una parola di troppo (“Ognuno di questi stronzi mi caccerebbe una pallottola in testa se pensasse di farla franca”, Félix dixit). Accanto al repertorio messicano non stonano i ruggenti motivi calati dall’empireo del rock, The Passenger di Iggy Pop e del pop, In the City degli Eagles, o ancora capolavori un po’ tamarri tipo Take Me Home Tonight di Eddie Money. Le sonorità latine, impreziosite dal tocco del due volte premio Oscar Gustavo Santaolalla e le variazioni cromatiche del Sud si combinano in un impasto estetico efficace.

Rispetto alla prima stagione gli attori godono di maggior respiro nel personificare i demoni del narcotraffico. La componente femminile ha il rilievo che le spetta. Il duo composto da Isabella Bautista (interpretata da Teresa Ruiz) e Enedina (una brava Mayra Hermosillo) tiene testa, per vivacità imprenditoriale, ai nerboruti e baffuti maschi dei clan. Il volto di Diego Luna è ormai un’icona della serialità televisiva, mentre Scoot McNairy è impeccabile nell’interpretare un poliziotto ferito da vicende personali e deciso a inseguire i suoi propositi di giustizia in un contesto schizofrenico. È una fortuna che gli autori abbiano voluto spostare l’asse del racconto sulle dinamiche interne all’Impero, evitando lo scontro manicheo tra bene e male. Alejandro Edda, Andrés Almeida, Gorka Lasaosa, Alfonso Dosal, Gerardo Taracena, Sosie Bacon, Josè Maria Yazpik, Jesús Ochoa e altri compongono una squadra di attori affiatata e sicura dei propri mezzi.

Narcos Mexico non santifica e non fa prediche. Siamo consapevoli di assistere a una storia romanzata, refrattaria a grandi innovazioni stilistiche, collaudata e, per certi versi, di maniera. Tuttavia, non sono forse queste le stigmate del “classico”?

La follia criminale ha un suo linguaggio, una sua assurda coerenza. Pablo Acosta nel terzo episodio ci regala una perla di saggezza: “per mettere ordine a questo mondo ci vuole rispetto”. Acosta elogia il ‘rispetto’ mentre contempla il cadavere di un uomo che in gioventù gli salvò la vita, ammazzato dalle sue truppe al termine di una battaglia campale. Ci serviamo di questa legge senza averla istituita noi per primi. Una forza irresistibile trascende i personaggi spingendoli all’inferno. La lasceremo valida per tutta l’eternità. L’incontro tra Félix e El Chapo nel decimo e conclusivo episodio è un simbolico passaggio di consegne. Verso gli anni Novanta, verso il caos.

TITOLO: Narcos: Mexico – Seconda Stagione
NUMERO DI EPISODI: 10
DURATA DEGLI EPISODI: circa un’ora l’uno
DISTRIBUZIONE: NETFLIX
DATA DI USCITA:
13 Febbraio 2020
GENERE: Crime drama

CONSIGLIATA A CHI: non ha paura di volare, sarebbe curioso di sapere cosa dicono di lui/lei gli amici al telefono, ha una fidanzata che gli copre sempre le spalle;

SCONSIGLIATA A CHI: non sa dove mettere i regali ingombranti, teme di fare brutti incontri alle cene di gala, ha fatto lo scrutatore di seggio e ne serba spiacevoli ricordi.

PERCORSI DI LETTURA:

  • Un sogno a occhi aperti, un viaggio nella cultura tradizionale mesoamericana: Claudio Romo, Bestiario Mexicano, Logos Editore, 2018
  • Il saggio che Félix avrebbe dovuto avere sul comodino: Edward James, I Barbari, Il Mulino, 2016
  • Un romanzo capolavoro sul mondo narcos: Don Winslow, Il potere del cane, Einaudi, 2014

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