Berlinale 2020. El Pròfugo – The Intruder

El Pròfugo – The Intruder **1/2

“Cosa potrebbe andare storto?”
 “Tutto, Inès”

Nel thriller psicologico El Pròfugo, la seconda opera di Natalia Meta in competizione alla 70esima edizione del Festival del Cinema di Berlino, la protagonista inizia ad avere paura prima ancora che tutto inizi ad andare a rotoli.

La prima volta che entra nell’inquadratura, Inès (Erica Rivas) è intenta a doppiare un horror sadomaso giapponese. Presta dialoghi e gemiti all’attrice sullo schermo, si copre il volto per incapsulare un respiro affannoso e lo regala alla pellicola. Nell’inquietante è a suo agio perchè ha con sè la propria voce, lo strumento che le permette di lavorare.

Non appena si allontana dalla sua dimensione, però, la sua autorità inizia a venire meno. La spaventano gli aerei, è terrorizzata dai pipistrelli, non riesce a dormire senza fare incubi. Quando la sua nuova fiamma, Leopoldo, viene ritrovata a faccia in giù nella piscina dell’hotel messicano dove si trovano per la loro prima vacanza, le fobie si moltiplicano.

Mano a mano, segni impercettibili ci segnalano l’esistenza di un intruso, una presenza sgradita e rarefatta nella vita di Inès, che all’inizio è solo pensiero e finisce poi per concretizzarsi nella forma di un suonatore d’organo dagli occhioni azzurri. Con un’eco à la It Follows, il male non prende sembianze mostruose ma diventa un nostro simile e, nel farlo, assume il carattere dell’inevitabilità.

Una messa in scena volutamente disordinata e a tratti quasi trascurata nei dettagli contribuisce a creare lo stesso diffuso senso di stanchezza allucinatoria che ha reso efficace l’Unsane di Soderbergh. Pur nella sua linearità il montaggio sa farsi schizofrenico in punti decisivi, per poi rallentare e tornare a prendersi il tempo di documentare ogni espressione e impercettibile movimento della protagonista.

La nonchalance con cui i fatti si dispiegano crea qua e là delle interferenze, picchi di tensione che si sciolgono in una pozza di ridicolo. Non c’è un prete che scaccia il maligno ma un’attempata attrice che, con pragmatismo da strega, dispensa pillole di saggezza popolare per aiutare la protagonista a risolvere il suo problema. E ancora, l’onnipresente importanza del piano sonoro genera un esorcismo in anticlimax, consumato fra cavi della corrente e microfoni, realizzato tracciando le vibrazioni nel corpo di Inès in una comunissima cabina di doppiaggio. Un’indagine che passa ancora una volta per la gola, in più scene l’unico soggetto illuminato nel mezzo di stanze buie dai contorni sfocati.

La lotta contro le forze oscure non si consuma. L’estraneo viene accolto e diventa un tutt’uno con quello che conosciamo. Il sotto e il sopra convergono, le coordinate di senso vengono meno.

Il crollo degli assoluti viene festeggiato con una sezione canora. Inès è nuovamente raggiante e, trasformatasi in essere androgino, ammicca durante un esilarante numero alla Stromae, mentre le scorrono addosso i titoli di coda.

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