Un amico straordinario. Recensione in anteprima

Un amico straordinario **

Il nuovo film di Marielle Heller dopo il notevole successo di Copia conforme, uscito l’anno scorso, ma interamente ereditato da un progetto di Holofcener, evaporato improvvisamente per divergenze artistiche, nasce invece da un articolo scritto nel 1998 dal giornalista di Esquire Tom Junod,”Can You Say… Hero?” e verosimilmente dal documentario Won’t You Be My Neighbor? che il premio Oscar Morgan Neville ha dedicato a Fred Rogers.

In Italia il suo nome non dice assolutamente nulla, ma negli Stati Uniti è un personaggio notissimo, autore e presentatore della trasmissione per bambini Mister Rogers’ Neighborhood, andata in onda tra il 1968 e il 2001 sulla televisione pubblica americana.

Ministro presbiteriano, originario dei sobborghi di Pittsburgh, dopo una prima esperienza alla NBC e nella televisione canadese, cominciò a lavorare ai suoi show per bambini per la tv locale della Pennsylvania WQED, rimanendovi per tutta la sua vita.

L’accordo con la PBS contribuì a diffondere il suo programma più noto in tutto il Paese.

Il film della Heller ricostruisce l’intervista a Fred Rogers che Esquire commissionò al suo giornalista Tom Junod, per una serie sugli eroi americani.

I due non potevano essere più lontani: irascibile, torturato, polemico Junod, che nel film si chiama Lloyd Vogel, serafico, bonario e paziente Mr.Rogers, una sorta di santo moderno, apparentemente senza angoli bui da illuminare.

Se il film della Heller fosse stato un po’ di più su Rogers ci avrebbe regalato un film migliore. Invece il suo è un film sui tormenti familiari di questo giornalista Lloyd Vogel, che affossano Un amico straordinario in un pantano di cliché e sentimentalismo a buon mercato.

Di fronte all’opportunità di raccontare un uomo che pare uscito da un altro sistema solare come Rogers, che usa costantemente la gentilezza e la comprensione come suo registro pubblico e privato, la Heller e i suoi sceneggiatori Micah Fitzerman-Blue e Noah Harpster, si perdono invece nel noiosissimo confronto tra Lloyd e suo padre, che aveva abbandonato la famiglia quando la madre si era ammalata gravemente ed era poi morta.

Il film si dilunga per un tempo che appare infinito sui tormenti padre-figlio dei Vogel, tanto che viene spesso in mente la famosa battuta che Mario Monicelli rivolse a Nanni Moretti, a proposito dei suoi primissimi lavori: “spostati e fammi vedere il film“.

Soprattutto in un momento in cui la comunicazione, televisiva e non solo, vive di parole infuocate, di toni violenti, di polemiche stupide e strumentali, ascoltare le pause di Hanks-Rogers, i suoi silenzi, il suo modo cortese di entrare in empatia con il suo pubblico, fatto di grandi e di bambini, è una boccata d’aria pura, rigenerante come una passeggiata in alta montagna.

Ovviamente questo Mr. Rogers è un uomo come tutti, con un rapporto complicato con i figli, con la moglie, con la celebrità. Solo che il film è ellittico su quasi tutto. Non riesce neppure a farci comprendere perchè il lavoro di Vogel-Junod, abbia infine meritato la copertina del magazine.

Rimane tutto sullo sfondo di una storia familiare di redenzione, perdono e malattia, tagliati con l’accetta.

L’unico colpo d’ala, che tuttavia colpisce solo all’inizio, è che il film è raccontato come una puntata del programma di Rogers, con i totali ripresi dai suoi modellini, con i suoi pupazzi animati, con la cornice piuttosto celebre del protagonista che rientra casa, si mette uno dei suoi maglioni colorati e le scarpe da ginnastica mentre canta A Beautiful Day in the Neighborhood, la canzone che dà il titolo originale al film.

Peccato che la Heller sprechi una delle migliori  e più raffinate interpretazioni di Tom Hanks e il potenziale di un personaggio così interessante nella sua inattualità, per inseguire altre storie.

Non aiuta il fatto che Matthew Rhys, che interpreta Lloyd Vogel sia un attore incredibilmente legnoso, mono-espressivo, magari adatto come spalla nei duetti con Hanks, ma incapace di sostenere la forza emotiva nel film, quando ricade interamente su di lui.

Alla fine Un amico straordinario rimane così solo un’occasione per ammirare il talento dell’attore di Philadelphia, Sully e Il ponte delle spie, che aggiunge un altro tassello alla sua straordinaria galleria di personaggi memorabili, ma che non ci aiuta ad avvicinarci al mistero dell’uomo Fred Rogers e ci lascia piuttosto il desiderio di riscoprire il documentario di Morgan Neville.

In Italia nel 2020.

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