Il ponte delle spie

Ponte delle spie

Il ponte delle spie **1/2

Il più classico dei narratori della New Hollywood alle prese con la dialettica senza sfumature della Guerra Fredda: Steven Spielberg ha deciso di raccontare questa volta alcuni anni nella vita dell’avvocato newyorkese James Donovan, dalla difesa della spia russa Rudolf Abel nel 1957, alle trattative per lo scambio tra lo stesso Abel e il pilota americano Francis Gary Powers, catturato in territorio sovietico nel 1962.

Da molti anni Spielberg ha deciso di seguire un percorso, affine in qualche modo all’ultimo Rossellini televisivo, volto all’uso didattico del mezzo cinematografico, ricostruendo alcuni momenti chiave della storia americana del ventesimo secolo, nel tentativo di rendere giustizia non solo e non tanto ai protagonisti già celebrati, ma soprattutto al talento e alle qualità di uomini ordinari chiamati a svolgere compiti straordinari.

Molto spesso è stato Tom Hanks ad incarnare questo potente archetipo narrativo, che peraltro attraversa tutta la carriera del regista fin dai tempi di Duel.

Scrivendo su Stanze di Cinema, in occasione degli ultimi film, Tintin, War Horse e Lincoln, abbiamo lungamente argomentato la sua progressiva marginalità nel panorama americano dell’ultimo decennio, mano a mano che lo spirito democratico e inclusivo che innerva la sua visione del mondo, si faceva sempre più evidente e preponderante, rispetto alle esigenze spettacolari del suo cinema.

Dopo il trionfo de La guerra dei mondi, Spielberg si è via via sottratto al meccanismo perverso del blockbuster hollywoodiano del nuovo secolo, fatto di supereroi, distruzioni e primato della serialità.

Si è ritagliato invece il ruolo di produttore per due franchise ancora molto redditizi come Jurassic Park e Transformers ed ha preferito indirizzare le sue attenzioni di regista verso progetti originali a budget relativamente contenuto.

Il grande e inatteso successo di Lincoln e i risultati lusinghieri anche di quest’ultimo Il ponte delle spie, sembrano confermare la bontà di questo percorso, che si arricchirà presto con Il gigante gentile, scritto di nuovo da Melissa Mathison (E.T.) a partire da un racconto di Roald Dahl e con Ready Player One, tratto dal romanzo di Ernest Cline.

Il ponte delle spie non aggiunge molto però alla carriera leggendaria del Re Mida di Hollywood, inserendosi nel solco dei suoi film ‘minori’, che si limitano alla messa in scena di una storia edificante e significativa, nei modi del cinema classico americano.

Tom Hanks come un novello Spencer Tracy o Jimmy Stewart, attraversa il film con la consapevolezza dell’uomo giusto, che ha dalla sua, il conforto della Costituzione e dei principi liberali su cui si fonda l’umanesimo americano.

Avvocato nell’esercito, durante la Seconda Guerra Mondiale e poi procuratore al Processo di Norimberga, James Donovan è un civilista che si occupa di assicurazioni, quando viene catturata sul territorio americano la spia sovietica, Rudolf Abel.

Qualcuno deve difendere Abel nel processo per spionaggio e tradimento e la scelta dell’Ordine degli Avvocati di New York ricade proprio su Donovan, che pur non essendo un penalista, si era distinto durante la guerra.

Donovan accetta lo scomodo incarico, spalleggiato dal suo studio legale, ma non si limita ad una difesa formale.

Dopo l’inevitabile condanna, l’avvocato convince il giudice a non pronunciare una sentenza capitale per Abel, ma a tenerlo in vita: secondo il lungimirante Donovan la Guerra Fredda avrebbe potuto richiedere ostaggi da scambiare, in caso di incidenti analoghi in territorio russo.

Cinque anni dopo infatti un aereo spia americano viene abbattuto in Unione Sovietica ed il pilota Francis Gary Powers finisce nelle mani del KGB.

Donovan viene quindi incaricato dalla CIA di trattare come mediatore, uno scambio alla pari. Nel frattempo però nella Berlino pronta ad erigere il muro, un giovane studente di Yale è catturato dalla polizia nella zona Est.

Il compito di Donovan diventa improvvisamente molto più complesso…

Assistito come sempre da Janus Kaminski come direttore della fotografia e da Michael Kahn come montatore, ma non da John Williams alla colonna sonora, sostituito questa volta da Thomas Newman, Spielberg confeziona un racconto magistrale per tempi, per stile, per forza retorica.

La luce come sempre bianchissima illumina i protagonisti molto spesso in controluce o in sovresposizione, rischiarando così, anche visivamente, le ombre della loro storia.

La sceneggiatura dei fratelli Coen e di Matt Charman accompagna il serafico Donovan e l’ancor più impassibile Abel, attraverso eventi e incontri straordinari, senza mai perdere l’equilibrio e la forza nelle loro convinzioni.

Inutile cercare qui le ambiguità e il doppio gioco dei romanzi di le Carrè, Spielberg non vuole rievocare il passato, ma parlare al presente. Ed allora il ‘pericolo rosso’ è un soprassalto paranoico che mina i diritti costituzionali, le spie non sono che onesti e dignitosi travet e i rapporti tra le due potenze sono improntati al più solido buonsenso.

Le crudeltà del comunismo rimangono nell’ombra, mentre i veri cattivi sono ancora una volta i tedeschi, che cercano di giocare un ruolo, tra i due blocchi, senza averne alcun diritto.

I riferimenti agli scenari di oggi sono evidenti e voluti: rinunciare al proprio buon diritto e alle garanzie democratiche non è mai una buona scelta.

Lo sguardo di Spielberg sul mondo diviso della Berlino degli anni ’60 è tutto racchiuso nelle sue elegantissime scelte registiche.

La dissolvenza incrociata che affianca il volto del russo Abel all’americano Powers è più incisiva di ogni parola e si rispecchia nel plongè che mostra il ponte dello scambio, attraversato dai prigionieri.

Così come il tentativo di fuga dei giovani berlinesi attraverso il muro della vergogna si rispecchia in quelli dei giovani teppisti attraverso le recinzioni dei giardini Brooklyn.

Ad un passo dai settant’anni, di cui oltre quarantacinque impegnati a raccontare il mondo e la vita, Spielberg non ha bisogno di nient’altro: due semplici inquadrature che si sovrappongono o si richiamano. L’essenza del suo cinema è tutta in quelle immagini.

Non perdetelo.Bridge of Spies 2

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