Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno

Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno ***

Cosa sta succedendo al cinema di Steven Spielberg?

Il regista e produttore illuminato, transitato dai blockbuster d’autore, venati di spiriti hitchcockiani, al racconto dello spazio, come luogo di incontro di culture, al cinema dei ragazzi mai cresciuti, sempre alla ricerca di un padre e quindi approdato alle radici della storia moderna, prima e dopo Schindler’s list, sembra in questo lungo 2011 aver ripensato in termini radicali il suo cinema, in questi ultimi mesi.

Innazitutto producendo un film che sembrerebbe l’antitesi più evidente di tutto il suo percorso culturale e poetico: Transformers 3, un furioso gioco di superfici, tra quelle lucide e e cromate delle macchine e quelle burrose ed esagerate di pin up catatoniche, con una riscrittura della Storia in chiave irreale e de-responsabilizzante ed un gusto per la distruzione di massa, che pare molto lontano dallo spirito inclusivo e liberal di Spielberg, ma che ad un occhio più attento non sembra del tutto estraneo a quella vena distruttiva e puramente commerciale, che ha attraversato il cinema del nostro sin dai tempi di 1941, passando per Jurassic Park e La guerra dei mondi.

Quindi rievocando, ancora una volta come produttore –  e mentore  – in un’operazione di pura archeologia sentimentale, proprio la nostalgia di quelle storie e di quell’idea di cinema che l’hanno trasformato nel più immaginifico Peter Pan del cinema mondiale: Super 8 di J.J. Abrams non era forse il tentativo di replicare proustianamente l’emozione provata davanti a film come E.T., Incontri ravvicinati ed a quelli targati Amblin?

Realizzando ora questo gustoso adattamento dei fumetti di Hergè, Spielberg tenta di ritornare alla purezza delle avventure senza fine di Indiana Jones, di cui Tintin sembra essere una filiazione diretta.

Ed è comprensibile che già nel 1981 qualcuno avesse notato la somiglianza tra I predatori dell’arca perduta e lo spirito delle storie del fumettista belga, spingendo Spielberg a leggere ed innamorarsi di quegli albi, sino ad allora a lui sconosciuti.

E non sembra neppure un caso che Spielberg, proprio presentando questa nuova avventura abbia sconfessato, con una punta di amarezza, l’ultimo senile Indiana Jones, addossandone la colpa, in gran parte, alla storia sconclusionata di George Lucas, e riferendo di essere stato un semplice esecutore delle volontà altrui, in quella occasione.

In fondo, l’aggiornamento vero di quelle avventure spensierate degli anni ’80, passa proprio attraverso la messa in scena del viaggio meraviglioso di Tintin e del suo fido Milou.

E non è ancora finita, perchè per Natale si annuncia un nuovo film, War Horse, che ci riporta alle trincee della Prima Guerra Mondiale, in una storia incredibile di coraggio e fedeltà: il quadro sembra essere completo.

In sei mesi appena, l’immaginario spielberghiano si è completamente rimesso in gioco, pronto per affrontare una nuova sfida ancora più ambiziosa, quella che racconterà gli ultimi mesi di vita di Abramo Lincoln, il punto di arrivo di una ricerca inesausta di un cinema che ha fatto dell’assenza dei padri e della ricerca di una figura salvifica, esemplare, la sua più profonda scommessa. Ed allora era inevitabile che Spielberg si confrontasse prima o poi con il mito di Lincoln, capace di rifondare il patto costitutivo di un’intera nazione, creando le condizioni per una convivenza tra eguali.

Ritornando a questo ultimo Tintin, bisogna dire che, fortunatamente, non si scorgono tracce del cattivo gusto di Peter Jackson – qui in veste di produttore –  del suo gigantismo onanista, delle sue esagerazioni effettistiche.

Il segreto dell’Unicorno è puro Spielberg d’annata, con un inizio in media res, preceduto da titoli di testa meravigliosamente disegnati ed accompagnati dalle musiche del fidato John Williams.

Per chi non conoscesse il personaggio di Hergè, occorre riferire che Tintin è un giovane giornalista, animato da straordinaria curiosità e spirito avventuroso, noto per i suoi successi investigativi.

Affiancato dal cagnolino Milou e da due agenti dell’interpol, Dupond e Dupont, goffi ed ingenui quanto basta per farne il controcampo leggero alle sue avventure, il protagonista si trova catapultato nell’azione quando acquista per caso un modellino del veliero Unicorno, appartenuto a dei grandi navigatori, gli Haddock, ma affondato molti anni prima, con un misterioso tesoro.

Si scontrerà subito con il cattivo di turno, il mellifluo Sakharine, interessato a recuperare tutte le copie dell’Unicorno, che nascondono un segreto per trovare il tesoro inabissato.

Tintin finirà per allearsi con l’ultimo discendente degli Haddock, il capitano di una nave mercantile, sempre ubriaco e poco fiducioso dei suoi mezzi, dopo aver dimenticato, in una notte di colossali sbronze, i segreti di famiglia, rivelatigli dal nonno, in punto di morte.

L’improbabile duo si ritroverà a solcare l’oceano, ad attraversare tempeste e deserti, per raggiungere Sakharine ed impedirgli di rubare il segreto nascosto nei modellini dell’Unicorno.

Il film è girato interamente in 3D ed in performance capture, un po’ come Avatar, ed i personaggi, pur con sembianze umane, hanno i tipici tratti esagerati dei fumetti. Non solo, ma spesso nel film i personaggi vengono inquadrati deformati o ripecchiati attravero lenti e vetri che ne alterano i lineamenti, quasi che il regista volesse alludere alla più radicale metamorfosi, che la stessa tecnica ha imposto ai suoi protagonisti, Jamie Bell, Daniel Craig, Andy Serkis, Toby Jones…

Spielberg, per la prima volta alle prese con il digitale, non si fa prendere la mano ed usa con grande oculatezza non solo le possibilità infinite della computer grafica, ma anche gli effetti della stereoscopia, evitando di realizzare un’inutile copia di un videogioco, sul genere de La minaccia fantasma.

Intelligentemente introduce il nuovo Tintin umanizzato, proprio a partire dal tratto classico di Hergè, con un un pregevole omaggio al disegnatore.

Il film riunisce personaggi e storie di tre albi originali, grazie alla sceneggiatura, curata da Steven Moffat e Edgar Wright.

Come al solito Andy Serkis si conferma un maestro nell’animare i personaggi in performance capture, regalandoci quest’anno, dopo lo splendido Caesar de L’alba del pianeta delle scimmie, un altrettando indovinato capitano Haddock, su un registro completamente diverso.

Con Il segreto dell’Unicorno, Spielberg torna prepotentemente all’avventura, plasmando il film sul carattere del suo protagonista. Tintin è iperattivo, non si ferma mai, è curioso di tutto ed ottimista e trasmette la sua velocità all’altro personaggio, Haddock, che invece incontriamo immobilizzato in una cabina della sua nave, dopo l’ammutinamento e l’ennesima sbornia.

Ed è proprio nella contaminazione tra la volontà inesausta di andare avanti di Tintin e la stasi apparente di Haddock che il film trae la sua spinta emotiva e drammatica, affidata da Spielberg ad un montaggio in cui non c’è mai una pausa.

La tradizionale alternanza tra sequenze di pura azione e momenti riflessivi, viene qui rotta grazie ad una sceneggiatura che non si ferma mai e soprattutto ad un montaggio analogico che sfrutta, sino in fondo, le possibilità del digitale, superando ogni raccordo sul movimento.

La macchina da presa vola leggera moltiplicando le panoramiche aree e i dolly, tanto utilizzati in passato e liberati qui da ogni costrizione reale.

L’animazione può tutto ed allora Spielberg si diverte ad utilizzare ogni soluzione di montaggio, persino la più ardita, per rendere senza scosse la fluidità del racconto.

Memorabili il lungo piano seguenza di Dagghar e la battaglia navale tra Rackham il rosso e Haddock, che dimostrano tutta l’inadeguatezza dei Jackson, dei Verbinski, degli Emmerich, dei Michael Bay di turno.

Forse quello che non convince del tutto è ancora la performance capture estesa all’intero film, che trasmette un’atmosfera di freddezza, distante sia dal live action, sia dall’animazione vera e propria, che ostacola una piena identificazione con i personaggi.

E’ forse l’unico limite di questo Le avventure di Tintin, che ci restituisce uno Spielberg grande affabulatore e filmaker consapevole della forza del suo cinema e delle potenzialità del nuovo giocattolo che Peter Jackson gli ha consegnato, ma che sconta la (im)perfezione digitale, sinora sempre respinta – e con buone ragioni – dal regista di E.T..

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