Mereghetti su Tintin

Paolo Mereghetti ha su Tintin un punto di vista simile al nostro. Nonostante al bravura di Spielberg ed il lavoro dei suoi sceneggiatori, quello che impedisce al suo nuovo film di rinverdire i fasti di Indiana Jones è la tecnica usata per realizzarlo, quella performance capture che se applicata agli umani finisce per rendere freddo e distante ogni personaggio, impedendo qualsiasi identificazione, respinta dall’aspetto digitale e videoludico di questi personaggi.

Se la computer grafica applicata in altri contesti, rende un ottimo servizio ai suoi utilizzatori, il modo scelto da Spileberg – e prima di lui da Zemeckis, con i medesimi effetti –  è quanto di più piatto e fasullo ci possa essere.

Va bene quindi per i Na’vi di Avatar, per Gollum e lo straordinario Caesar de L’alba del pianeta delle scimmie, ma in Tintin è assai poco efficace.

No, Tintin non è il «nuovo» Indiana Jones, nonostante le citazioni e gli sforzi che Spielberg (regista) e Jackson (produttore) hanno profuso. Non ha la stessa capacità di coinvolgere, di «trascinare» lo spettatore dentro la storia, senza aggiungere che in quanto a simpatia l’eroe di Hergé è (per chi scrive) lontanissimo da quello creato nel 1981 da Kauffman e Lucas. Per una ragione, soprattutto: perché è una specie di contraddizione in termini cercare di identificarsi (e appassionarsi) a un «cartone animato», per quanto tecnologico, tridimensionale e motion capture. Ci sarà sempre tra lo spettatore e lo schermo una specie di insormontabile frattura, fatta di freddezza e diffidenza, che impedisce (che a me ha impedito) di «sospendere l’irrealtà» e trasportarmi davvero dentro il film. Con Indiana Jones succedeva e ci si appassionava, schierandosi con lui contro i cattivi di turno, con Tintin non succede e ci si ferma all’ammirazione per i progressi tecnologici che sta facendo l’animazione digitale.

[…] Delle avventure a fumetti, avevo apprezzato (in altri anni) soprattutto la pulizia e l’eleganza del disegno (la «ligne claire» che lo aveva reso celebre),meno il carattere fin troppo saccente del giovane protagonista, che finiva per aiutarlo a superare tutti gli ostacoli. Spielberg ha smussato questa caratteristica, sottolineando invece la dipendenza dall’alcol di Haddock, che finisce per diventare il vero protagonista del film, più simpatico e accattivante perché meno perfettino di Tintin. Ma continuo a pensare che la tecnica del motion capture non basti da sola a rendere credibili e «realistici» i personaggi e che il sorriso ironico di Harrison Ford sia ancora irraggiungibile per qualsiasi algoritmo digitale.

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