War Horse

War Horse *1/2

Cosa sta succedendo a Steven Spielberg? Negli ultimi vent’anni di carriera l’enfant prodige di Hollywood, il pifferaio magico capace di incantare parlando al peter pan che è in noi, il narratore maturo e democratico, che rilegge con la forza della sua immaginazione alcune pagine chiave della storia americana ed europea del novecento, sembra aver perso il suo tocco.

Dopo tre film maggiori – A.I., Minority Report e Prova a prendermi – nei primi anni del nuovo secolo, il suo cinema si è come ripiegato su se stesso, offrendo ancora momenti straordinari, ma perdendo sempre più urgenza e compattezza. Ed accentuando un difetto comune a molte sue opere: dopo un inizio rocambolesco e memorabile ed un secondo atto solido ed impeccabile, l’epilogo sembrava talvolta stucchevole, melenso, spesso migliorabile con un semplice taglio netto.

Già A.I. o Salvate il Soldato Ryan soffrivano di questa sindrome, che non ha risparmiato neppure i successivi Munich o La guerra dei mondi, afflitti da un terzo atto dimenticabile, che lasciava spesso l’amaro in bocca.

Nell’ultimo quinquennio Spielberg ha accettato di dirigere un ignobile Indiana Jones, quindi si è affidato a Peter Jackson ed alla sua mania del performance capture, per il pur gustoso Tintin, il cui unico limite è proprio nella tecnica glaciale scelta per girarlo.

Infine a completare la doppietta di questo inverno 2011 è arrivato War Horse, tratto da una piece teatrale di Michael Morpurgo, adattata da Richard Curtis.

E’ l’inizio di un accordo distributivo che legherà la Dreamworks alla Disney per 30 film. Ed in un certo senso unisce il peggio di questi due storici marchi.

Un film che avremmo preferito non vedere e non dover recensire.

Un’opera chiaramente di maniera, spielberghiana in senso deteriore: sdolcinata, prevedibile in ogni scena, afflitta, soprattutto all’inizio, dalle musiche mielose di John Williams.

Forse il gruppo storico dei suo collaboratori, a partire da Kathleen Kennedy, produttrice di quasi tutti i suoi film, necessiterebbe di un meritato riposo.

Vent’anni fa, l’ingresso di Janusz Kaminski come direttore della fotografia,  aveva contribuito alla maturazione del cinema di Spielberg, sporcando la perfezione fotorealista delle sue immagini con tagli di luce bianca, controluce innaturali, colori desaturati: in questo War Horse anche la fotografia torna iperclassica, sino all’esplosione di rosso nel tramonto finale, come in cinemascope anni ’50.

Forse oggi Spielberg avrebbe bisogno di confrontarsi con sceneggiature differenti, produzioni meno comode.

Il suo cinema forse potrebbe ancora raccontarci qualcosa di nuovo.

Certo, questo War Horse è uno dei suoi esiti meno ispirati.

Il film segue il lungo viaggio di un meraviglioso cavallo, Joey, nato nella contea del Davon, conteso a fatica dal testardo Ted Narracott, al proprietario terriero di cui coltiva la terra, Mr.Lyons.

Ad un’asta di paese, Narracott lo acquista pagandolo uno spoposito, mettendo così a rischio la sopravvivenza della sua famiglia. E’ il figlio Albert ad addestrarlo ad arare la terra ed a prendersi cura di lui.

Ma quando la tempesta distrugge il raccolto, Ted è costretto a venderlo ad un ufficiale dell’esercito inglese, in partenza per le trincee francesi della Prima Guerra Mondiale, spezzando il cuore del figlio.

E’ sempre Joey al centro del racconto: quando muore l’ufficiale inglese, il cavallo passa a due soldati tedeschi. Quando questi cercano di disertare e vengono fucilati, il cavallo passa ad Emilie, una giovanissima ragazzina, che vive col nonno in un mulino francese.

L’esercito tedesco razzierà anche loro, riprendendo Joey.  Il cavallo ritorna quindi alla guerra, ma grazie ad un ufficiale lungimirante riesce a fuggire, superando le trincee e rimanendo prigioniero solo del filo spinato.

Nella scena più inverosimile di tutto il film, due soldati, uno inglese, l’altro tedesco lo aiutano a liberarsi. Ovviamente tutti nel film parlano un inglese, solo diversamente accentato.

Nel frattemp0 Albert si è arruolato nell’esercito…

Purtroppo Spielberg spreca un cast di attori inglesi e francesi di primissimo livello, guidato da Niels Arestrup, Peter Mullan, Emily Watson, David Thewlis, Benedict Cumberbatch e Eddie Marsan, che affiancano il giovane Jeremy Irvine nel ruolo di Albert Narracott.

Tutti ridotti a brevi comparsate, a fianco del cavallo che però non riesc mai a diventare un vero protagonista. Il suo ruolo è sempre quello di spalla rispetto ad una centralità umana che rende il racconto frammentato e centrifugo.

Non c’è un momento di verità in questo film. Ogni svolta narrativa è annunciata con gli squilli di tromba. Il racconto è di un buonismo che sfiora il ridicolo. Da un regista che aveva rappresentato la guerra e le sue atrocità con un realismo senza pari, il ritorno alla favola di War Horse suona terribilmente stonato.

Se guardiamo ai tre film spielberghiani usciti nel 2011, cominciando da Super 8, per passare a Tintin, fino a questo War Horse, è come se il regista avesse voluto ripercorrere nostalgicamente il suo cinema a cavallo degli anni ’80. Super 8 guardava a Incontri ravvicinati, E.T. e tutta la produzione Amblin, Tintin è chiaramente un nuovo Indiana Jones in performance capture e questo War Horse assomiglia alle sue storie più liriche ed umaniste.

Ma in questo gioco allo specchio quella che si perde è l’emozione vera, mediata da questo continuo richiamo archeologico ad un cinema che non c’è più.

Dal punto di vista della pura regia, Spielberg ricicla tutti i topoi che l’hanno reso famoso, dai dolly che salgono verso l’alto, alle entrare in campo di corsa verso il primo piano, ai carrelli a precedere: la classicità dell’approccio, la sua prevedibilità non giovano di certo ad un’opera che avrebbe forse meritato un trattamento astratto, non convenzionale, così come nella celebre versione teatrale, al fine di scongiurare la deriva sdolcinata e regalare un punto di vista inedito.

Se non siete possessori di un cavallo e non amate il facile sentimentalismo, astenetevi.

Spielberg è al lavoro sulla biografia di Lincoln: un’opera a lungo pensata nel corso dell’ultimo decennio. La presenza di Daniel Day Lewis nei panni del padre della patria, e di Tony Kushner come sceneggiatore, in qualche modo, ci rassicura. Dimenticheremo in fretta questo War Horse.

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9 pensieri riguardo “War Horse”

      1. Non mi trovo per niente d’accordo… War Horse non è eccelso, non è un capolavoro, ma è Cinema! Riguardo a War Horse si sente parlare di un trama banale, già sentita ecc… E Spielberg dal canto suo non voleva narrare nulla di originale, nè tanto meno un film ricco di colpi di scena. Spielberg ha voluto girare una malinconica fiaba, un film incredibilmente evocativo. Steven è uno dei pochi registi che ha colto l’eredità dei grandi maestri del passato… Il cinema è narrazione, ma ancora prima è arte visiva e Spielberg racconta, dà senso, corpo, calore al film proprio attraverso la regia, la quale diventa il principale strumento narrativo… War Horse è uno di quei film dove conta di più il “non detto” rispetto al detto. Il regista statunitense confeziona un film emotivo e personale (Ad esempio il difficille rapporto col padre è un tema che ricorre spesso nel cinema di Spielberg, il quale ha infatti avuto un padre un po’ troppo assente). Il terzo atto è puramente spielbergianoe non comprendo i motivi di queste delusioni.
        Se questo film non piace forse è perchè è fuori moda… E’ completamente diverso dal cinema d’oggi che punta su una narrazione di tipo diverso,a volte più “casinista” e macchinosa, a parte qualche eccezione e tanti danno la colpa proprio al regita di non riuscire più a rinnovarsi… Perché dovrebbe? Spielberg è ancora uno dei pochi registi che fa i film che vuole e come vuole; lui è questo ed è questo che fa. Non cerca di assecondare lo spettatore, ma cra lui stesso lo spettatore che sceglie di vedere un suo film, l’unico compromesso è quello di abbandonarsi nelle sue mani e farsi guidare una volta spente le luci della sala.
        War Horse è un film incredibilmente poetico e per quanto mi riguarda c’è molta più poesia in due inquadrature di questo film per famiglie, piuttosto che nel tanto blasonato ed ermetico “The tree of life”.
        Non merita di essere chiamato Capolavoro, ma meriterebbe decisamente più considerazione.

        Apro una piccola parentesi su un argomento che mi sta a cuore: la colonna sonora di Williams che non ho trovato nemmeno per un momento “mielosa”, ma piuttosto evocativa, bucolica… Purtroppo le recensioni tendono sempre a liquidare nel bene o nel male in due parole l’enorme lavoro di Williams, che meriterebbe invece sempre delle considerazioni a se stanti. Il compositore attinge dal repertorio della musica sinfonica inglese dell’inizio del XX secolo (Walton o Vaughn Williams per citarne alcuni) legando il tutto con il suo inconfondibile stile, il suo mestiere, la sua immensa sensibilità e la colonna sonora che ne risulta è la giusta reazione a quello che Spielberg racconta con le immagini. Può piacere o no, ma si lega
        perfettamente alle immagini e al “motivo” del film… Non stiamo mica parlando di un Zimmer qualsiasi, ma di uno dei compositori sinfonici più importanti del XX-XXI secolo , che come al solito può piacere o meno, ma è innegabile la sua bravura e la sua importanza. Forse è il caso di analizzare meglio e con più attenzione le sue partiture, anche se mi rendo conto che la recensione di un film non è la sede adatta per farlo.

      2. Sul film, a distanza di mesi continuo ad avere molte perplessità.
        John Williams non si discute. Le sue partiture hanno segnato più di una generazione. Ed il suo lavoro per Spielberg è sempre stato eccellente. Su Segnocinema di questo mese c’è un bellissimo articolo di Roberto Pugliese che ne analizza la carriera in maniera esemplare.
        Questa volta però mi sembra che si sia lasciato coinvolgere nel sentimentalismo più stucchevole del film, contribuendo ad accentuarlo per la sua parte.
        Un film già troppo sbilanciato, avrebbe avuto bisogno di una colonna sonora del tutto diversa…
        Ovviamente questo è solo il mio parere.

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