City on a Hill: un poliziesco solido e ricco di spunti sociali

City on a Hill ***1/2

Siamo a Boston, all’inizio degli anni ’90, in un momento difficile per la comunità locale stretta in una morsa tra razzismo e violenza. La situazione sembra sul punto di esplodere, in particolare nei quartieri della città più poveri e degradati. De Courcy Ward (interpretato da uno statuario Aldis Hodge), un idealista ed ambizioso viceprocuratore di colore ed il detective federale Jackie Rohr (un sontuoso Kevin Bacon) si ritrovano per necessità a far fronte comune per risolvere il caso di una rapina ad un portavalori in cui sono state uccise tre guardie giurate.

A Ward l’indagine sembra l’occasione perfetta per incrinare il muro di omertà e la “regola del silenzio” che impronta i rapporti all’interno del quartiere di Charlestown, impedendo alla polizia di andare oltre ad arresti estemporanei. Certo la collaborazione tra i due è piuttosto complicata, non solo per le differenze caratteriali, sociali, razziali e religiose, ma anche perché la gestione delle indagini e degli informatori da parte di Rohr è tutt’altro che trasparente e sembra spesso rendere ancora più intricata la ragnatela di omertà e collusione.

Il rapporto tra Ward e Rohr non solo catalizza lo sviluppo narrativo, ma al contempo illumina un contesto sociale in cui i personaggi si ritrovano schiacciati da una necessità di sopravvivenza che li sprofonda sempre di più, costringendoli ad aggrapparsi alle contraddizioni ed alle ambivalenze di un sistema corrotto ed apparentemente senza vie d’uscita. Eppure proprio l’impegno di tutte le componenti della società sembra poter far nascere qualcosa di nuovo e, anche grazie ai risultati dell’indagine, sebbene non pienamente soddisfacenti, riesce dar vita ad un vero e proprio rinnovamento, ad una primavera civile. Del resto, come dice la Bibbia, una città sulla collina non può restare nascosta, deve per forza risplendere.

Composta da dieci episodi della durata di circa un’ora l’uno, City on a hill è una storia dal sapore classico, almeno per la serialità televisiva. Poliziotti corrotti, compromessi ed aspre negoziazioni tra paladini della verità ed abili mestieranti dell’intrallazzo, estenuanti battaglie processuali e tortuosi percorsi per superare pregiudizi razziali e sessuali, la tensione tra il miglioramento della propria posizione e un loop senza fine che riporta sempre al punto di inizio. La diffusione nella società del comportamento criminale sembra impantanare Ward ed i suoi collaboratori, così come del resto avviene per sua moglie, Siobhan (interpretata da Lauren E. Banks).

Brillante avvocato, Siobhan è impegnata a costruire un fronte civico comune per le prossime elezioni, ma deve gestire le accuse rivolte (con strano tempismo) da numerose donne al Reverendo Fields, uno dei capi della coalizione civica. Nessuno insomma è del tutto innocente. L’ineluttabilità sembra avvolgere tutti i personaggi, costretti dalla vita in ruoli non scelti, ma interpretati il più delle volte con coraggio, a testa alta. Eppure nel finale, proprio come la comunità di Boston sembra trovare la strada dell’unità e del rinnovamento, andando oltre a differenze razziali, religiose e culturali, allo stesso modo alcuni protagonisti trovano la forza di sovvertire il proprio ruolo. Lo fa la moglie di Jack, Jenny Rohr (Jill Hennessy) , lo fa per certi aspetti anche Ward, ma forse il caso più emblematico è il personaggio di Jimmy Ryan (Mark O’Brien) che si ribella al ruolo di anello debole della famiglia, preferendo il buio totale al timido riflesso della luce emanata dal fratello Frankie: egli diventa prima informatore e poi addirittura denuncia Frankie in cambio dell’immunità.

La trama vuole raccontare molto, forse troppo, della società americana, non solo a livello di relazioni di potere e rapporti di forza, ma anche di ossessioni morali e familiari. C’è spazio per affrontare diversi temi tra cui assume rilevanza l’identità del singolo nella comunità. Ward è afroamericano, di Brooklyn, di classe medio-alta, di cultura elevata e benestante. Cosa condivide, a parte il colore della pelle, con i neri della città e le loro problematiche? Paradossalmente è più vicino alla loro sensibilità il bianco Jackie Rohr, cresciuto in un quartiere povero fianco a fianco con i ragazzi di colore.

Un altro caso interessante è l’agente Rachel Benham, di famiglia iraniana: nonostante lavori per lo Stato Americano e rischi ogni giorno la vita sulle strade della città non si sente accolta dalla comunità locale. In queste tensioni tra quello che è e quello che i protagonisti vorrebbero che fosse, si rappresenta una fluidità di appartenenza che ancora oggi è propria della società americana. Forse la differenza rispetto agli ani ’90 è che questa fluidità ci riguarda molto più da vicino rispetto ad allora. Ci sono anche altri temi di grande attualità, tra cui l’attenzione alle molestie, vere o presunte, soprattutto dal punto di vista delle ricadute sull’opinione pubblica. La principale preoccupazione di fronte alle denunce delle donne nei confronti del Reverendo Fields è quella delle conseguenze per la Coalizione Genesi e non della sostanza del presunto comportamento scorretto. L’apparenza sembra essere l’unica cosa che conta. E questo non è solo un problema maschile.

La sceneggiatura di MacLean e Holmes è certo molto articolata, di quelle che vanno seguite per non chiedersi di chi e di cosa si sta parlando, ma si mantiene sempre fluida ed avvolgente grazie a dialoghi rapidi e sporchi che lasciano spazio qua e là per citazioni pensose ed aneddoti taglienti. MacLean è un bostoniano di Quincy e si sente tutta la sua padronanza della minuta realtà locale, unita al respiro della grande tragedia classica. Gli interpreti sono in stato di grazia, in particolare Mark O’Brien e Aldis Hodge, ma è un Bacon in grado di rendere tutta la complessità del personaggio di Rohr, circumnavigando il rischio di scivolare in uno stereotipo o di fornire un banale remake dei grandi inquisitori corrotti del passato cinematografico, a catturare l’attenzione dello spettatore.

La regia è affidata a navigati direttori d’orchestra come Michael Cuesta (notevole in particolare il piano sequenza nell’episodio finale), Ed Bianchi e Christoph Schrewe. Una citazione doverosa va al designer di produzione, Henry Dunn che è riuscito in modo mirabile a rendere gli interni delle abitazioni, conferendo una specificità emotiva a ciascuno di essi.

Non sarà una visione delle più facili, ma certamente una delle più stimolanti della stagione.

Titolo originale: City on a hill
Numero degli episodi: 10

Durata media ad episodio: 55 minuti
Distribuzione streaming: Sky e Now TV
Genere: Crime, drama, thriller

Consigliato: a quanti hanno amato The Wire, gli street look anni ’90, i business look oversize tornati di moda e che quando rivedono in Tv il faccione di Bill Clinton provano un po’ di nostalgia.

Sconsigliato: a quanti non amano le trame molto articolate, credono in una netta distinzione tra buoni e cattivi e che quando rivedono in TV il faccione di Bill Clinton pensano solo al Caso Lewinsky (con annessi e connessi).

Visioni parallele:

The wire, una delle serie Tv più apprezzate di sempre, specie dalla critica che l’ha inserita tra le milestones del genere poliziesco. Questa produzione HBO, andata in onda dal 2002 al 2008 per un totale di cinque stagioni e 60 episodi è ambientata a Baltimora e racconta, tramite le vicende della polizia locale, la società americana con i suoi compromessi e le sue ingiustizie. Ogni stagione si sofferma su di un aspetto differente della criminalità baltimorese: il traffico di droga (la prima), il porto (la seconda), l’amministrazione (la terza), il sistema scolastico (la quarta), i media (la quinta) sempre con uno stile duro e con un linguaggio realistico (di fatto lo slang locale). Se vi è piaciuta questa serie la visione è consigliatissima.

Mystic River di Clint Eastwood (2003). Il Mystic è il fiume che attraversa la città, separando quartieri e persone, portando con sé segreti e misteri. Nella Boston di oggi passa quasi in sordina fino ad unirsi al fiume Charles per formare il Boston Harbor, ma nella geografia storica della città ha rappresentato spesso un confine tra mondi lontani. Clint Eastwood lo utilizza come una trincea per uno dei suoi film più riusciti, la storia di tre ragazzi, interpretati da Penn, Robbins e Bacon, la cui vita si svolge in comunanza fino ad un episodio drammatico che ne segna la separazione. Negli anni ’90 sarà un altrettanto drammatico evento a riavvicinarli ed a mettere in discussione tutto quello che sono diventati.

Un’immagine: sono appena scampati ad un’autobomba: Rohr si rotola a terra dal ridere imprecando e sogghignando al pensiero che qualcuno possa essere così fesso da far cilecca con una bomba collegata al motore di un’auto; il collega invece se ne va, visibilmente sconvolto per il pericolo e stizzito per il comportamento di Rohr. Sono due facce della stessa medaglia, anche se diverse: uno che vive con spavalderia ed ostentazione i rapporti con la criminalità, mentre l’altro lo fa con sofferenza e malcelata sopportazione. Uno continua, mentre l’altro decide di andare in pensione anticipata. Ma entrambi alla fine sono stati al gioco e ne hanno, riluttanti o meno, tratto beneficio.

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