Venezia 2019. Citizen K

Citizen K ***

Fuori Concorso – Non Fiction

Il nuovo straordinario documentario del premio Oscar Alex Gibney, è dedicato a Mikhail Khodorkovsky, uno dei famosi oligarchi russi che nel Far West successivo alla caduta del comunismo, divenne priam il presidente della banca Menatep, quindi acquistò all’asta per un prezzo ridicolo il gigante petrolifero siberiano della Yukos, nell’ambito di un’operazione di prestito per azioni, che consentì a Boris Eltsin di essere rieletto alla presidenza della Federazione Russa nel 1995.

Khodorkovsky, uno dei giovani rampanti di quella Russia senza regole e senza morale, divenne il bersaglio numero uno di Vladimir Putin, quando l’oscuro funzionario del KGB, divenne il delfino di Eltsin e poi il presidente pro tempore nel dicembre 1999.

Dopo aver sfruttato il potere e i soldi degli oligarchi, Putin li vide come un ostacolo alla sua ascesa verso un potere assoluto e, uno dopo l’altro, li costrinse all’esilio o li imprigionò, come accadde a Mikhail Khodorkovsky nel 2003, scoprendo improvvisamente la corruzione di quello stesso sistema che lo aveva supportato e sostenuto.

Dopo i processi farsa e dieci anni di carcere Khodorkovsky si è trasformato dallo squalo avido degli anni ’90 in uno dissidenti più apertamente ostili al regime.

Il film di Gibney ricostruisce la sua storia attraverso le immagini dell’epoca e le sue parole, affiancate da quelle del suo ex socio, Leonid Nevzlin, degli altri oligarchi, tra i quali a Igor Malashenko, cofondatore e presidente di NTV, trovato morto lo scorso febbraio, nonchè di quelle dei corrispondenti occidentali in Russia di quegli anni.

Con il solito ritmo incalzante derivato dal thriller e dal cinema di genere, Gibney mostra la progressione impressionante dell’ascesa di Putin, vero protagonista di questa storia oscura, rivoltante, in cui non ci sono buoni e cattivi, ma solo un lungo campionario di villain.

D’altronde nello straordinario Limonov, Emmanuel Carrère raccontava quegli anni di passaggio come un tempo di gangsters e approfittatori:

“Questi furbetti, che nel giro di qualche mese sono diventati re […] si chiamavano Boris Berezovsky, Vladimir Gusinsky, Mikhail Khodorkovsky […] Erano giovani, intelligenti, pieni di energia, non disonesti per vocazione – soltanto, erano cresciuti in un mondo in cui era vietato fare affari, attività per la quale avevano un vero talento, e da un giorno all’altro si erano sentiti dire: ‘Fatevi sotto’. Senza regole del gioco, senza leggi, senza sistema bancario e fiscale.”

E come per tutti i gangster tanto più l’ascesa è travolgente, tanto più la caduta è rovinosa.

Ora Khodorkovsky vive a Londra, dove molti degli oligarchi hanno trovato rifugio, e dall’Inghilterra combatte la sua battaglia. Troppo poco e troppo tardi, verrebbe da dire.

E infatti il film di Gibney non è l’apologia del Citizen K, ma una radiografia della macchina del potere russo, delle sue dinamiche originali, dei suoi limiti.

Il film è una chiave decisiva per comprende la Russia di oggi, un lavoro di urgenza assoluta e di ricerca imponente, che ricostruisce gli ultimi venticinque anni della storia pubblica di uno dei Paesi più centrali e misteriosi nello scacchiere geopolitico internazionale.

Alla fine non resta che Dostoevsky: “Più scura la notte, più luminose le stelle”.

Sarà davvero così?

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