Venezia 2019. The Laudromat

The Laudromat **1/2

Il nuovo film di Steven Soderbergh per Netflix, The Laudromat, è un viaggio nel mondo del denaro, in compagnia di Jürgen Mossack e Ramón Fonseca, i due soci dello studio legale panamense, finiti in carcere per pochi mesi, dopo la diffusione non autorizzata un’incredibile mole di dati, relativi alle operazioni dei loro facoltosi clienti, per eludere il pagamento delle tasse personali e quelle delle loro aziende.

I cosiddetti Panama Papers rivelavano le scatole cinesi, le compagnie vuote,  i prestanome nei paradisi fiscali e le manovre elusive poste in essere dallo studio, per aiutare primi ministri e milionari, campioni di football e stelle del cinema, tutti impegnati a non restituire nessuna delle proprie infinite ricchezze alla società.

Di fronte alla complessità tecnica degli strumenti legali e finanziari in gioco, ancora una volta la sceneggiatura sceglie la strada della commedia, del paradosso, del sarcasmo, per consentire a chiunque di comprendere la portata e le ramificazioni di uno scandalo, che non riguarda solo ricchi e famosi, ma che ha riflessi decisivi nella vita di tutti.

Scott Z.Burns ha scritto un copione brillante, comico, che contrappone persone qualunque, come la vedova Ellen Martin, o moglie e figlia di un finanziere africano, ai due avvocati, due burloni che scherzano su ogni cosa e si nascondono dietro privacy e segretezza, per tutelare le manovre ignobili dei propri clienti, lavandosi le mani da ogni responsabilità in nome di leggi sbagliate o semplicemente aggirate, grazie alla loro abilità e al potere dei soldi.

Il film è uno spasso, costruito in cinque grandi scene, che raccontano i cinque principali segreti dello studio Mossack Fonseca, introdotti spesso dall’ineffabile duo e intervallati dal racconto della loro storia e di quella dello studio che porta il loro nome.

Ma la vera protagonista del film è Ellen Martin, una pensionata newyorkese, che alla morte del marito, annegato in un incidente in barca, si vede rifiutare il risarcimento dalla compagnia assicurativa, la quale non è altro che una scatola vuota, che non contiene nulla e ha la sede presso l’ufficio postale di una sperduta isola caraibica.

E’ lei che diventa l’esempio di come le pratiche spregiudicate dello studio possano avere un riflesso decisivo, anche nella vita delle persone comuni.

Infatti un paio di russi, spalleggiati dalle società di comodo dello studio Mossack Fonseca, le soffieranno anche l’appartamento dei sogni, che voleva prendere a Las Vegas, dopo la morte del marito, spingendola così ad informarsi, a denunciare, a muovere le acque dello stagno, sia pure per poco e sia pure in una singola occasione.

E a lei che Soderbergh si affida nel finale, quando il gioco che del cinema svela i suoi artifici e Ellen Martin ritorna semplicemente Meryl Streep, in un appello a darsi una mossa, a legiferare, a cambiare il modo con cui consentiamo alle maggiori 60 società di capitali americane di non pagare praticamente nulla in tasse, consentendogli così un profitto ingiustificato, che non lascia niente al bene comune.

Pamphlet sull’avidità e il denaro, The laudromat è cinema politico aggiornato al XXI secolo: la costruzione drammatica lascia il posto all’episodio, la progressione incalzante alla risata, la complessità cede il posto alla metafora.

A Hollywood, evidentemente, non si fidano più del pubblico americano e cercano di attirarne l’attenzione, con gli strumenti di grana grossa della commedia. Ma se all’inizio con La grande scommessa o The Wolf of Wall Street, la cosa poteva anche avere una sua gustosa originalità, ormai è diventata l’unica modalità narrativa, per avvicinarsi alle questione economico-finanziarie, tanto centrali nel nuovo secolo.

Continuiamo così a ridere amaro, anche quando non ce ne sarebbe alcun motivo, ma le risate passano e si dimenticano in fretta e non resta poi molto, oltre ad una vaga indignazione. Mentre un altro studio Mossack Fonseca si occupa degli affari dei propri clienti, dagli uffici assolati di un paradiso fiscale.

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