Venezia 2019. Pelican Blood

Pelican Blood *

Orizzonti

Il nuovo film della tedesca Katrin Gebbe che apre la sezione Orizzonti della Mostra è un pasticciato dramma femminile che, dopo aver messo la sua protagonista di fronte ad una scelta impossibile, poi la forza a risolverla nel modo più ridicolo e implausibile.

Il primo film della Gebbe, Tore Tanzt del 2013, raccontava l’adozione del mite ultracattolico Tore nella famiglia del violento e sadico Benno.

Pelican Blood inverte le parti ma è un disastro annunciato sin dalla greve metafora che lo apre e su cui tutta la prima parte è costruita.

Wiebke è un’allevatrice e istruttrice di cavalli, ce lavora per la polizia e vive con la figlia adottiva di nove anni, Nikolina, in un idilliaco maneggio in mezzo al nulla. Il film si apre sul suo tentativo di addomesticare Top Gun, un puledro apparentemente irriducibile, a cui lei presta tutte le sue attenzioni.

Nel frattempo la sua famiglia sta per crescere: Wiebke ha la possibilità di adottare Raya, una bambina di  cinque anni dell’est europa, per dare a Niko la sorella che ha sempre desiderato. ù

Dopo i primi momenti di armonia, Raya mostra di tenere repressa una rabbia feroce, irriducibile, un’aggressività che si rivolge contro la madre e la sorella.

La violenza a cui ha dovuto assistere Raya nei suoi primi anni di vita, sembrano averla trasformata in un piccolo demonio, pericoloso per sè e per gli altri.

Wiebke tuttavia non vuole arrendersi, cercando di educare la piccola ad una convivenza che si fa ogni giorno più impossibile. Il desiderio di maternità e l’incapacità di accettare una sconfitta educativa, la spigono a ignorare i segnali più evidenti, gli aiuti professionali, rivolgendosi a chi promette di liberare la piccola dai suoi tormenti con la magia nera.

Il film della Gebbe parte da una premessa narrativa irrisolvibile: costruisce i suoi personaggi con un estremismo ideologico che non consente terre di mezzo. E Pelican Blood rimane così bloccato nell’impossibilità di una soluzione ragionevole.

Quando la storia nella seconda parte vira radicalmente verso l’esoterismo più ridicolo, la tensione dell’inizio si perde del tutto, i personaggi diventano burattini mossi da una regia implausibile.

Inutile dire che le implicazioni etiche di queste scelte appaiono francamente offensive, per coloro che effettivamente si trovano o si sono trovati ad affrontare una situazione familiare complessa e tragica, come quella in cui Wiebke è costretta a muoversi.

Il film è un insulto alla loro sofferenza e al loro coraggio, oltre che un attentato all’intelligenza degli spettatori.

Narrativamente fragile, drammaticamente inconsistente, il film butta via anche il talento di Nina Hoss, solitamente straordinaria interprete del cinema di Christian Petzold, qui costretta a dare voce e dubbi ad un personaggio lontanissimo dalla ricchezza sentimentale psicologica che di solito associamo al suo lavoro.

Disgustoso.

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