Le verità

Le verità **1/2

Il film d’apertura della 76° Mostra del cinema di Venezia è il primo che il giapponese Kore-Eda ha girato fuori dal suo Paese e in francese, con un cast internazionale.

Subito dopo aver trionfato a Cannes con Un affare di famiglia – punto d’arrivo nelle sue riflessioni sulle sue dinamiche relazionali, tra verità e menzogne, sugli affetti veri e quelli imposti dai legami di sangue – questo nuovo capitolo sembra allontanarsi solo apparentemente dal minimalismo essenziale e sottile delle sue storie, ma in realtà è una nuova esplorazione delle sue ossessioni, dei rapporti sentimentali e affettivi all’interno di quel piccolo grande microcosmo che chiamiamo famiglia.

Spesso succede che i registi chiamati a lavorare fuori dal proprio contesto sociale e culturale, finiscano per diluire l’urgenza narrativa dal proprio lavoro, all’interno di una confezione più lussuosa, ma anonima, figlia di uno sguardo spesso miope, superficiale.

Kore-Eda si tiene lontano da questo rischio, rinchiudendo i suoi personaggi in una villa appartata dalla quale non si vede alcun paesaggio parigino e nei gloriosi e un po’ desueti studi cinematografici d’Épinay, nella periferia di Saint-Denis.

Qui vive e lavora la sua protagonista Fabienne, una grande attrice francese, sul viale del tramonto.

Impegnata in un’intervista con uno sprovveduto giornalista cinematografico, Kore-Eda ce la mostra subito per quello che è: perfida, cinica, disincantata, persino feroce dietro il suo migliore sorriso e le sigarette slim, fumate una dopo l’altra.

Da New York è in arrivo sua figlia Lumir, una sceneggiatrice, che ha sposato un attore di terz’ordine che lavora per la tv ed ha una figlia ancora piccola, Charlotte.

Fabienne, nel frattempo, ha scritto un’autobiografia e condivide il set di un film di fantascienza – diretto da un giovane regista che non ama – con una giovane attrice, Manon, che a tutti sembra ricordare la leggendaria Sarah, scomparsa tragicamente molti anni prima, proprio mentre era in compagnia della protagonista.

La riunione familiare – a cui partecipano anche il fidatissimo segretario di Fabienne, il suo primo marito Pierre e il suo nuovo compagno, impegnato a sfornare lasagne, tiramisù e cassate – finirà per far emergere risentimenti, incomprensioni, errori e speranze, sepolte in un passato nel quale il cinema ha quasi sempre avuto un ruolo primario, dentro e fuori dal set.

In un sofisticato gioco di realtà e racconto, Kore-Eda riesce a far emergere ancora una volta, sia pure in un contesto inedito, i temi forti della sua riflessione personale.

In questa famiglia allargata e sui generis, guidata dalla matriarca Fabienne con piglio napoleonico, l’arte supera la vita, la sublima, la trascende, se ne appropria e la travolge.

La protagonista si è costruita un set anche nella vita, incapace di smettere di recitare il ruolo che ha scelto per sè, fuori dalla scena. Qualche volta ha bisogno di sceneggiatori anche nella sua vita privata, ma questo non vuol dire che non sia stata in grado di esprimere sentimenti ed affetti veri.

La figlia Lumir ha costruito un ritratto ingeneroso nei suoi confronti, non si ritrova nelle cose scritte nella sua biografia, ma anche i suoi ricordi sono fallaci, di parte, a cominciare dall’immagine idilliaca di Sarah, l’altra attrice, amica della madre, che aveva conosciuto quando era bambina.

Kore-Eda lascia che siano le donne del suo film a costruirne il senso, a definirne lo sguardo e le traiettorie emotive: se il rapporto tra Fabienne e Lumir è l’asse essenziale, la piccola Charlotte, la giovane promessa Manon e il fantasma di Sarah, disegnano altre possibilità e percorsi, che incrociano quello primario.

Gli uomini sono davvero comprimari, come l’attore interpretato da Ethan Hawke, figure di sfondo che nulla spostano.

Il film stesso si muove in un curioso gioco fuori e dentro lo schermo, che strappa più di qualche sorriso. Nella parte centrale il film non è compatto come dovrebbe, si sfilaccia un po’, in attesa di trovare la sua chiusa migliore.

Ma Kore-Eda regala alla Deneuve l’ultimo grande ruolo della sua leggendaria carriera, un personaggio grande, nel quale rispecchiarsi, ritrovarsi, mettere qualcosa di sè, per rifarlo meglio di quanto potrebbe fare chiunque altra.  

Assolutamente perfetti i duetti con la Binoche, che nel ruolo di Lumir sembra avere tutte le risposte e tutte le parole, come ogni sceneggiatore immagina, prima di scoprire che le certezze cementate dal tempo, erano anch’esse singolari, parziali, imperfette.

Un gioco di cinema, col cinema e sul cinema, che ha l’ambizione di raccontare una ronde sentimentale con quella verità e quel calore, che solo la menzogna di un film può permettersi.

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