Ted Bundy – Fascino criminale

Ted Bundy – Fascino criminale **

Joe Berlinger è stato nel corso degli ultimi venticinque anni uno dei maggiori documentaristi americani: a partire da Brother’s Keeper del 1992 e poi ancor più chiaramente con la trilogia Paraside Lost, dedicata al caso dei West Memphis Three, il suo lavoro si è concentrato sui casi di ingiustizia sociale, sugli errori e le storture del sistema giudiziario americano, ibridando il rigore, di solito associato all’inchiesta giornalistica, con elementi più chiaramente di fiction, come l’uso di una struttura drammatica di genere, della musica, della fotografia, del montaggio.

Dopo essersi dedicato anche a Whitey Bulger, il discusso criminale e informatore di Boston, che ha ispirato anche The Departed di Scorsese, ai disastri ambientali in Equador, al genocidio armeno e a due icone musicali lontanissime come Paul Simon e i Metallica, in Under African Skies e Some Kind of Monster, nell’ultimo anno si è dedicato a due progetti sul serial killer Ted Bundy, per Netflix.

Il primo è stato il documentario Conversations with a Killer: The Ted Bundy Tapes, in cui ha ricostruito cronologicamente la storia criminale di Bundy, attraverso le immagini delle sue interviste, e di quelle rilasciate dalle autorità, dalla polizia, da chi l’ha conosciuto. Quattro puntate andate in onda a fine gennaio.

Extremely Wicked Shockingly Evil and Vile, ispirato al libro The Phantom Prince: My Life with Ted Bundy di Elizabeth Kendall rappresenta invece il tentativo di raccontare dieci anni nella vita dell’omicida seriale, dal punto di vista della donna con cui ha convissuto dal 1969, fino al suo primo arresto in Utah nel 1975.

Il film di Berlinger sceglie così una prospettiva assolutamente inedita, che gli consente di lasciare fuori campo tutta la violenza brutale e belluina dei quasi trenta delitti attribuiti a Bundy, concentrandosi invece sulla banalità della sua vita ordinaria con Elizabeth e con la sua piccola figlia Molly.

Conosciuta per caso a Seattle alla fine degli anni ’60, Liz sembra voler vedere solo il volto affascinante e rispettabile di quel giovane studente di legge, nonostante il susseguirsi di identikit e delitti facciano sospettare proprio di un giovane uomo, che gli somiglia e che guida un maggiolone VW proprio come lui.

Quando poi Bundy viene arrestato in Utah per il tentato rapimento di una ragazza, neppure il processo e la condanna che velocemente ne seguono, riescono ad intaccare veramente l’immagine che Liz si è fatta di Ted, anche se il cerchio si stringe attorno all’uomo e un segreto, a lungo occultato, finisce per rendere la vita di Liz ancor più miserabile, di quanto non possa essere scoprire di aver convissuto per molti anni con uno dei più efferati criminali della storia degli Stati Uniti.

Nella seconda parte il film si sposta in Florida dove Bundy è sotto inchiesta, per l’omicidio di due studentesse: il suo processo, trasmesso in tv, diventa così l’occasione per montare, per la prima volta, un vero e proprio show, a beneficio del procuratore in cerca di rielezione a cui lui si presta pienamente, difendendosi da solo e sfidando la corte con il suo indiscutibile magnetismo.

Ad affiancarlo un’altra donna, Carole Ann Boone, che lo renderà padre e che gli resterà accanto a dispetto di ogni evidenza.

Il film di Berlinger il cui titolo italiano mette in luce gli aspetti seduttivi del carattere e della personalità del killer – al contrario di quello americano, che riprende le parole durissime che il giudice pronunciò per giustificare la condanna capitale di Bundy – cerca di evitare ogni spettacolarizzazione della violenza, mostrando invece che nella spettacolarizzazione della giustizia i confini tra verità e menzogna diventano così sfumati, da rendere tutto confuso e opinabile, tutto ugualmente plausibile.

Il valore che si crea nella procedimentalizzazione della giustizia, nelle regole codificate, nei limiti stabiliti ai poteri delle parti, finisce per contare poco, di fronte ad una frase ad effetto o ad un bel volto da presentare alle telecamere.

Eppure il film sembra voler essere soprattutto il ritratto di una donna, che deve fare i conti con un doppio tradimento, che non si dà pace, che cerca una verità, per dare requie ad un senso di colpa devastante.

Come si può convivere con l’orrore, impersonificato in un uomo tenero, affettuoso, presente, indubbiamente affascinanante?

E se quell’orrore fosse solo un clamoroso errore, che si è contribuito a creare? Bundy le regala una copia di Papillon, le telefona in continuazione, le scrive, le chiede di aspettarlo e di credergli.

Il film tuttavia perde un po’ per strada queste domande, concentrandosi, nella seconda parte, sul processo e su un’altra donna centrale nella vita di Bundy, che invece queste domande forse ha deciso di non porsele neppure.

Extremely Wicked Shockingly Evil and Vile si sdoppia così in un ritratto femminile a due facce, nel quale Bundy rimane figura centrale ed enigmatica.

Non è un caso che Berlinger abbia scelto Zac Efron, per interpretarlo, ovvero un attore lontanissimo dal ruolo del villain, che resta sempre credibile, perorando la sua innocenza. Efron vampirizza il film, ruba la scena a tutti, riuscendo ad essere esuberante e seducente, nonostante tutto.

Il film, in modo intelligente e ambiguo, ce lo mostra sempre nei panni del Dott. Jeckyill. Il suo Mr.Hyde rimane sempre nascosto e inavvicinabile, così come probabilmente è stato sia per Liz, sia per Ann.

Meno a fuoco risultano Lily Collins e Kaya Scodelario nei panni delle due donne.

Alla fine Extremely Wicked Shockingly Evil and Vile, distribuito da Netflix in tutto il mondo, in Italia esce invece in sala, grazie alla Notorius Pictures: troverà il suo pubblico?

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