La Zona. La Spagna ha il suo cuore di tenebra.

Nogales, nord della Spagna. Il 27 aprile del 2014 un gravissimo incidente, occorso alla locale centrale nucleare, provoca una fuoriuscita di materiale radioattivo. Vaste porzioni di territorio sono pesantemente contaminate e la popolazione è costretta ad allontanarsi dalle proprie case.

Centinaia di volontari accorrono per prestare i primi soccorsi, a proprio rischio e pericolo. Le radiazioni, mostri invisibili, corrodono le carni fino a rendere i corpi irriconoscibili. Tra le vittime c’è Federico Uría, giovane ecologista coinvolto nel movimento ecologista per far chiudere la centrale. Hector Uría, suo padre, è un ispettore di polizia ed è anche l’unico a essere sopravvissuto al disastro dopo essere entrato nella Zona. Un miracolo, per i medici. Nel 2017, tre anni dopo i fatti, lo stato di quiete apparente è rotto da un efferato atto di crudeltà, incipit narrativo di una trama che si sviluppa annodando più questioni, più tragedie, più volti.

La Zona è una serie tv spagnola, scritta e diretta dai fratelli Jorge e Alberto Sánchez-Cabezudo. È un racconto corale che, puntando sull’analisi sociologica, indirizza la storia fuori standard rispetto ai luoghi comuni del genere thriller e del filone post-apocalittico. La serie, come ammesso dai suoi creatori, indaga il fenomeno del capovolgimento delle regole e dei ruoli sociali dopo un evento altamente traumatico o addirittura irreversibile.

“L’evento è ciò che accade e che, accadendo, giunge a soprendermi, a sorprendere, e a sospendere la comprensione: l’evento è, in primo luogo, ciò che io non comprendo”, commenta Jacques Derrida a proposito dell‘evento che apre il Ventunesimo secolo, il crollo delle Torri Gemelle. Il vuoto ci colma di orrore e attenta alle nostre capacità di resistenza. Con ogni evidenza, La Zona è metafora dell’indicibile generato dalla tecnica e in generale dall’uomo. La serie evoca la resilienza quale unica risposta cognitiva ipotizzabile di fronte all’irruzione dell’assurdo, dell’inusitato, un habitus mentale, cui ci dovremo abituare, tra cambiamenti climatici, pressioni migratorie e invasioni high tech della nostra sfera privata.

Il confine oltre il quale si estende il territorio contaminato è un fronte magmatico, poroso, attraversato da contrabbandieri, criminali, persone in fuga, e da sfollati di ritorno nelle aree meno compromesse previo il nullaosta delle Autorità. Nel perimetro della Zona si profilano mutazioni della specie. Ne è testimonianza il comportamento deviante di un misterioso assassino che cannibalizza le sue vittime.

Tutti gli indizi, raccolti da Uría e dai suoi colleghi, convergono verso la disgraziata comunità dei ‘liquidatori’, costituita da sbandati, avanzi di galera e figli di nessuno costretti a fare, alla lettera, il lavoro sporco per guadagnarsi il pane e per evitare di tornare alla vita di prima. Lavoro ingrato, consistente nel ripulire gli strati radioattivi del terreno attorno alla centrale, e nel tappare le ulteriori perdite provenienti dal reattore già compromesso.

I lettori più attenti avranno già colto alcune assonanze. Innanzitutto, la data del disastro non è casuale. Il 26 aprile del 1986, esattamente 28 anni (e un giorno) prima dell’incidente immaginario di Nogales, in un’oscura cittadina dell’Unione Sovietica di nome Chernobyl avveniva l’incidente vero, l’incidente che segnava un’epoca e prefigurava il crollo del sistema comunista nell’Europa dell’Est. Nella serie numerosi sono i rimandi, estetici e iconografici, all’atmosfera da incubo della città fantasma di Prypiat, la zona di esclusione più famosa al mondo, immortalata, tra le molte testimonianze registrate negli anni, dalle celebri foto di Robert Polidori.

Piazze desolate, case abbandonate, luna park spettrali, aule scolastiche sfasciate, bambole affioranti dal fogliame, palestre sepolte dai detriti, pareti scrostate, calendari bucherellati, automobili arruginite… I tentativi di ‘governare’ la centrale e di imbrogliare le carte da parte dei tecnici e dell’amministrazione locale ricordano da vicino le macchinazioni, mai del tutto chiarite, relative all’altro evento traumatico inerente l’uso dell’energia atomica in campo civile, il secondo incidente più grave della storia, quello di Fukushima del 2011.

La Zona strizza l’occhio anche alla figura mitopoietica, se non addirittura archetipica, dello stalker, personaggio cardine del film capolavoro di Andrej Tarkovskij, un totem della cinematografia di ogni tempo e luogo. Cosa fanno i trafficanti, se non assecondare il desiderio del proibito? Lo stalker, da una quarantina d’anni, potenza del cinema!, è un tipo letterario sedimentato nella nostra cultura.

Picnic sul ciglio della strada, il romanzo cui Tarkovskij si accostò per abbeverare il suo genio, scritto da Arkadi e Boris Strugatzki, insuperati pionieri della fantascienza in salsa sovietica, introduceva il concetto filosofico di zona per segnalare uno spazio interdetto alla regolarità fisica e naturale, nonché sottratto alle comuni leggi morali. Uno ‘stato di natura’ battezzato da un’incursione aliena… Sarebbe una digressione eccessiva addentrarsi, qui, in una compiuta disamina del libro o del film, tuttavia non si può non chiamare in causa il leggendario Dikoòbraz, lo stalker capostipite, che nella sua esperienza esemplifica una tematica chiave. Lasciamo la parola al grande cineasta russo: “Dikoòbraz era riuscito ad arrivare nel luogo da loro cercato con l’intenzione di chiedere che venisse ridata la vita a suo fratello, perito per causa sua.

Ma quando era tornato a casa dopo essere stato in quella famosa stanza, Dikoòbraz aveva scoperto di essere divenuto enormemente ricco: la Zona aveva realizzato quello che era veramente il suo sogno più caro, e non quello che voleva e si sforzava di imporsi. Perciò Dikoòbraz si era impiccato” (da Andrej Tarkovskij, Scolpire il tempo, Ubulibri, 2002). Sia chiaro: la serie spagnola non ha l’ambizione di rivaleggiare con una maestria cinematografica oramai, purtroppo, scomparsa. Eppure, come in Picnic dei fratelli Strugatzki, come nella pellicola di Tarkovskij, La Zona si carica di significati cifrati e di proiezioni oniriche. Hector Uría valica una soglia maledetta, dove le sue speranze si ridestano anche contro la sua volontà.

Intorno all’ispettore ruota una costellazione di personaggi, equivalenti per peso e importanza. La Zona, e questo forse è il suo limite, sembra cercare un equilibrio compositivo quasi geometrico, penalizzando in molti passaggi l’azione e la tensione drammatica. C’è la giovane ribelle Zoe, interpretata da Alba Galocha, supermodella nota finora più per i venticinque microtatuaggi e per aver dichiarato il suo voto a Podemos nel 2015, che per le sue indubbie qualità attoriali. Lo zio di Zoe è la prima vittima del ‘cannibale’.

C’è Martin Garrido, viceispettore con una fidanzata gravemente malata e un segreto da difendere, ruolo affidato al talento emergente Álvaro Cervantes. C’è la dottoressa Julia Martos alias Alexandra Jiménez, già protagonista nella serie cult (ben otto stagioni) Los Serrano, amante di Hector Uría e impegnata in un’indagine parallela che presto svela i suoi risvolti inquietanti. C’è Alfredo Asunción, un bravissimo Manolo Solo, abile ispettore della Omicidi inviato da Madrid nella provincia avvelenata, che si ritrova invischiato in un groviglio di colpe e di destini incrociati.

C’è anche Emma Suárez, attrice di enorme spessore, ammirata nell’ultima fatica di Pedro Almodovar, Julieta, che ne La Zona impersona Marta Carcedo, l’ex moglie di Hector Uría, scossa nelle sue certezze a seguito dell’incontro con una militante di un gruppo di ‘controinformazione’, convinta di poter provare una sconvolgente verità alternativa in relazione alla sorte delle vittime dell’incidente.

Una nota a parte merita Eduard Fernández, l’attore che interpreta il tormentato ispettore, vincitore di due Goya Awards, l’equivalente spagnolo dei nostri David di Donatello. Torvo, trasandato, incapace di sorridere, ossessionato da flashback lancinanti che lo riportano all’epoca di idillio familiare precedente la tragedia, Hector Uría è un antieroe allergico alle regole del buon poliziotto, coscienza infelice opposta a una minacciosa cupola di potere.

Don Fausto (il veterano Juan Echanove, attore di formazione teatrale), pseudo filantropo, in realtà mefitico soggetto dalle fattezze dostoevskiane, capeggia il cartello, formato da notabili del luogo, viscidi faccendieri e magistrati sicuri di non essere smascherati.

Sotto le eminenze grigie stanno gli spacciatori di comfort, droga e sesso, stimoli necessari per convincere i ‘liquidatori’ ad imbarcarsi nei lavori peggiori, e infine, al livello più infimo della catena, gli esecutori, i terminator, bande di tagliatori di gole assoldati nella teppaglia o tra le fila di paramilitari senza scrupoli. In questa palude popolata da squali, spicca Lucio, un perfetto Luis Zahera, magro, espressivo, barba affilata, una sagoma degna dei Cohen più crudi e spietati. Le sequenze girate nel bosco, tra le migliori della serie, premono sulle barriere dell’inconscio e regalano a La Zona una pennellata favolistica, un tocco di cupo incanto.

Nel cuore di tenebra radioattivo si aggira uno zombie? Cosa è accaduto alle ‘Terme’, centro degli affari criminali nell’area evacuata? È attendibile l’ipotesi di un incidente pilotato? Quale verità attende Marta Carcedo, a Madrid, nell’episodio finale? La Zona regala momenti suggestivi soprattutto quando scava e indugia nell’orrore. Molto potenti, ad esempio, sono le scene dell’abbattimento degli animali dello zoo, perché mortalmente contaminati, un chiaro riferimento simbolico all’oltraggio perpetrato dall’esperienza ai danni dello stadio di innocenza, e toccante è la sequenza claustrofobica del sacrificio dei tecnici della centrale, inviati nelle viscere impazzite della balena radioattiva per riparare la falla, filmati in un’aura di luce dolorosamente poetica. Altrove, la serie mostra lati deboli, in particolare nei dialoghi, spesso piatti e didascalici, e nel montaggio, scolastico e dai ritmi troppo cadenzati. Colori freddi, algidi, immagini desaturate caratterizzano l’impronta cromatica della serie. La Zona, sostenuta da un parterre di attori di comprovata bravura, affiatati e precisi, si è accaparrata importanti premi in patria. La seconda stagione è stata già annunciata. Nuove sciagure e nuove ondate di corruzione ci aspettano. ¡Vamos!

CONSIGLIATA A CHI: rivendica con orgoglio il refererendum contro il nucleare, pensa con nostalgia alla Jane Fonda di Sindrome cinese, crede che una maschera antigas faccia sempre comodo in casa

SCONSIGLIATA A CHI: ha paura dei lupi, maledice la pioggia tossica pianificata dai complottisti, non vede mai la luce in fondo ai tunnel

PERCORSI DI LETTURE E VISIONI PARALLELE:

  • Il miglior reportage su una ‘Zona di Esclusione’, firmato da una scrittrice premio Nobel: Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl’, Edizioni E/O, 2002

  • Un approfondimento filosofico sulla debolezza dell’uomo contemporaneo rispetto alle sfide globali imposte dalla tecnica: Timothy Morton, Iperoggetti, Produzioni Nero – Not, 2018

  • Il docufilm italiano del 2015 Fukushima. A nuclear story di Matteo Gagliardi. Una ricostruzione appassionata e rigorosa del disastro giapponese.

TITOLO ORIGINALE: La Zona
NUMERO DI EPISODI:
8
DURATA DEGLI EPISODI:
da 47 a 56 minuti
CASA DI PRODUZIONE: Movistar +
DISTRIBUZIONE:
Amazon Video
DATA DI USCITA IN ITALIA:
21 Settembre 2018

UNA FRASE: Ogni male genera un altro male necessario per combatterlo. In questa circostanza il ruolo è toccato a me. Io sono quel male necessario” (Don Fausto a Hector Uría, nel sesto episodio)

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