Outlaw King

Outlaw King **

Il nuovo film dell’eclettico David Mackenzie (Young Adam, Perfect Sense, Hell or High Water) è certamente il suo progetto più ambizioso e ricco, finanziato da Netflix e approdato al Festival di Toronto lo scorso mese di settembre, forse troppo prematuramente.

Accolto piuttosto male dal pubblico specializzato e dai festivalieri, è stato oggetto di un sostanzioso intervento di make up, nelle due settimane successive: Mackenzie ha tagliato oltre venti minuti del suo film, cercando di emendare i difetti più evidenti del suo Outlaw King.

Quello che approda ora su Netflix è un film che cerca la maestosità epica e al contempo brutale delle grandi saghe medievali.

Outlaw King racconta infatti la storia di Robert Bruce, principe scozzese, capace di raccogliere il testimone della battaglia contro la corona inglese, dall’uomo del popolo, William Wallace, il protagonista di Braveheart.

Dopo aver accettato a malincuore di sottomettersi a Re Edoardo I, nel 1304, sposando l’inglese Elizabeth de Burgh, alla morte del padre, si mette a capo della rivolta contro gli inglesi e si fa incoronare Re di Scozia a Scone, dal Vescovo William de Lamberton, dopo aver ucciso l’altro pretendente al trono John Comyn.

Assieme ad un piccolo manipolo di fedelissimi, guidati da John Douglas, a cui il Re d’Inghilterra aveva tolto tutto, compreso il nome, riconquista il suo paese castello dopo castello.

Mackenzie apre il suo film con un meraviglioso piano sequenza, che rivela i giuramenti di fedeltà dei principi scozzesi al Re d’Inghilterra e si conclude con la grande battaglia di Loundoun Hill, del 1307, non quella davvero decisiva, ma certamente quella più interessante dal punto di vista cinematografico.

L’incipit e la coda sono due pezzi di bravura che richiamano la lezione di Welles e del suo Falstaff. Alla straordinaria fluidità avvolgente della streadycam, fa da contraltare il montaggio frenetico e viscerale della battaglia.

Tutto il resto è fondamentalmente buon mestiere, da parte di Mackenzie, che mostra l’ascesa di Robert Bruce e la brutalità di un paese che si rispecchia nei colori di un paesaggio sempre ostile.

Messa la sordina alla retorica indipendentista e autarchica, il film però non riesce a sostituirla con una riflessione più articolata di quel periodo e delle sue motivazioni. L’evento che cambia il destino di Bruce sembra del tutto casuale, le sue decisioni sempre un po’ subite piuttosto che realmente volute.

E’ un eroe suo malgrado quello che ci racconta Mackenzie. E se il tono realista è apprezzabile, tuttavia il film non sa bene che strada seguire se non quella del mestiere e di una scrittura troppo convenzionale, sia nel racconto del personaggio pubblico, sia nella sfera privata.

Chris Pine è il protagonista, affiancato da Florence Pugh nei panni della moglie Elizabeth e da Aaron Taylor Johnson in quelli di John Douglas. Un terzetto di ottimi attori un po’ sotto utilizzati.

Tutti quelli che hanno visto le due versioni del film, sembrano preferire questa seconda, ma certamente anche ora il film manca di ritmo, non trova mai il tono giusto e, come detto, si trascina un po’ stancamente, tra quei due pezzi di bravura, che lo incorniciano.

Catastrofe evitata, per uno dei progetti più costosi di Netflix: ma davvero ci si può accontentare?

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