7 sconosciuti a El Royale

7 sconosciuti a El Royale **1/2

Secondo film come regista dello sceneggiatore Drew Goddard, 7 sconosciuti a El Royale è film estremamente ambizioso, ambientato alla fine degli anni ’60, in un curioso hotel, posto esattamente a cavallo del confine tra California e Nevada.

Il prologo, ambientato 10 anni prima, ci mostra un bandito seppellire una borsa misteriosa, sotto il pavimento di una delle camere, prima di venire freddato.

La storia si sposta in avanti e sul piazzale dell’hotel troviamo una giovane cantante di colore, diretta a Reno, un anziano prete cattolico e un venditore logorroico e arrogante.

Una volta covo di divi e divine, appassionati del gioco d’azzardo sul Lago Tahoe, l’El Royale, dopo aver perso la licenza, è diventato un simulacro decadente e kitsch di un tempo irrimediabilmente passato.

Ad accogliere gli ospiti di passaggio c’è solo un giovanissimo concierge che si occupa di tutto e di nulla, in verità.

Prima che i tre ospiti siano alloggiati nelle stanze del lato californiano o in quelle del lato opposto, arriva una giovane donna, che pare avere una gran fretta. Scopriremo poi che nel baule dell’auto nasconde una ragazza legata e imbavagliata.

Come era facilmente ipotizzabile, molto non sono davvero chi vogliono far credere di essere, altri nascondono un passato difficile, altri cercano di scappare da un presente da incubo.

Ma è l’hotel stesso ad ospitare segreti inconfessabili, come abbiamo visto molte volte nei romanzi dedicati a quegli anni tumultuosi.

Il settimo personaggio, una sorta di santone alla Charles Manson, con la sua setta di fedelissimi, entrerà in scena sono alla fine, prima dell’ultimo atto.

Dopo una lunga gavetta televisiva, contrassegnata dalle collaborazioni prestigiose con Joss Whedon (Angel e Buffy) e J.J.Abrams (Alias e Lost), Drew Goddard passa al cinema scrivendo il formidabile copione di Cloverfield e poi debuttando alla regia con l’altrettanto diabolico Quella casa nel bosco, rimasto in un limbo per due anni, a causa del fallimento della Mgm-UA.

Il salvataggio in extremis di World War Z, di cui ha riscritto interamente l’ultimo atto assieme a Damon Lindelof, gli vale la consacrazioen a script doctor tra i più ricercati da Hollywood.

Con The Martian arriva la nomination agli Oscar, viene poi assunto dalla Fox per sistemare Deadpool 2, prima che il suo secondo film arrivi in sala a fine estate.

Come accade sovente agli sceneggiatori passati dietro la macchina da presa, 7 sconosciuti a El Royale si compiace fin troppo della sua scrittura e gli rimane fedele, anche quando non dovrebbe.

Drew Goddard utilizza il grande spazio chiuso dell’Hotel El Royale, come catalizzatore di tutte le ossessioni dell’america degli anni ’60: la sorveglianza e la paranoia, il sesso e i segreti di stato, le sette che appagano la fragilità di un paese uscito svuotato dalla Seconda Guerra Mondiale, i diritti civili e l’emancipazione femminile, lo spettro del Vietnam, che cova ancora sotto traccia, ma è pronto ad esplodere lacerando la coscienza del paese, il crimine come deriva del sogno americano, le bugie di Nixon, le manie di Hoover, l’eredità dei Kennedy.

Non manca davvero nulla, in un film che usa i meccanismi della letteratura di genere, di quegli anni, del pulp, dell’hard-boiled e delle sue moderne rivisitazioni, da Tarantino a Ellroy, per chiamare a raccolta sogni e incubi di una generazione.

Persino la memoria fallace del prete, diventa il simbolo di un paese che è incapace di ricordare, che fatica a ricostruire la propria storia, malato sino al punto di non sapere più chi è.

Naturalmente il tempo narrativo è spezzato continuamente dalla scelta di Goddard di raccontare gli eventi da punto di vista delle singole stanze e degli ospiti che le occupano. La musica gioca un ruolo decisivo, non solo attraverso la voce di una dei protagonisti, ma anche attraverso un bellissimo juke-box wurlitzer, che campeggia proprio nella grande hall dell’albergo, rimandando la grande musical soul di quegli anni.

Come già in Quella casa nel bosco, Goddard gioca a carte scoperte con le regole di genere e se questa volta non usa il meta-cinema è solo perchè non vuole mostrare l’inganno dietro lo schermo, ma quello molto più grande della storia patria.

Ed è qui che il film si perde: troppo vasto l’orizzonte, per volerlo contenere tutto in un film solo.

Anche questa volta ci sono specchi che non riflettono, ma svelano, doppi fondi, doppie identità e doppie intenzioni, un caleidoscopio di situazioni voyeuristiche, con cui Goddard gioca sino in fondo.

Non tutto funziona a dovere in un racconto che si prolunga per 141 minuti ed a cui mancano spesso l’urgenza narrativa e il senso del ritmo, che dovrebbero accompagnare le molte parole, con cui Goddard tratteggia l’evoluzione dei caratteri.

Nel cast, guidato con la consueta sorniona maestria da Jeff Bridges, si nota soprattutto Cynthia Erivo, debuttante assoluta sul grande schermo, che regala al suo personaggio una verità che agli altri manca.

La sua cantante, lontana dalle strade del successo, è un personaggio che non si dimentica. Incapace di portare una maschera come gli altri, fosse anche solo una parrucca di capelli lisci, sembra rappresentare l’alter ego dello stesso Goddard all’interno del film. La rivedremo presto anche in Windows di Steve McQueen.

Più aderenti allo stereotipo del proprio ruolo, il venditore John Hamm, che continua a lottare con il fantasma di Don Draper, Chris Hemsworth bello e dannato, sempre a petto nudo e Dakota Johnson, femme fatale in fuga dall’occhio languido e il cuore diviso.

Travolto dal carico della sua ambizione il film talvolta vacilla, si piega, sembra sul punto di cadere, soprattutto nella sua parte centrale, ma alla fine trova una chiusura di puro genere, che consente di uscire dal limbo metafisico e morale dell’El Royale.

Per usare le parole del pezzo di Sam & Dave, che chiude il film:

Don’t you ever be sad
Lean on me when times are bad
When the day comes and you are down
In a river of trouble and about to drown
Just hold on, I’m comin’

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