Crazy & Rich

Crazy & Rich *1/2

C’era una volta la romantic comedy, genere tra i più longevi e immutabili, capace di attraversare indenne quasi novant’anni anni di cinema americano da Katherine Hepburn a Emma Stone, passando senza troppe scosse per Claudette Colbert e Audrey Hepburn, Julia Roberts e Sandra Bullock, Cher e Barbara Streisand, Meg Ryan, Renée Zellweger.

Il filosofo Stanley Cavell in un famosissimo saggio l’aveva meglio classificata come la commedia del ri-matrimonio: in questi film infatti ovvero uomini e donne sono perennemente impegnati in estenuanti schermaglie amorose, piene di dialoghi brillanti, equivoci e gag, che mirano al raggiungimento di un nuovo equilibrio nella coppia, che nasce evidentemente da un reciproco riconoscimento.

Secondo Cavell, che in particolare aveva preso in considerazione sette film americani degli anni ’30 e ’40, in questi lavori, il tema dell’identità personale e quello della validità del matrimonio, si pongono nei termini di una disponibilità a ricominciare da capo, ad immaginare un nuovo inizio e quindi un ri-matrimonio: “Solo coloro che sono già sposati si possono autenticamente sposare. È come se sapessimo che si è sposati quando si giunge a capire che non si riesce a divorziare, cioè quando si trova che le proprie vite semplicemente non si districano. Se l’amore è fortunato, questa conoscenza verrà salutata dalle risate”1.

Nel nuovo secolo il cinema americano si è fatto sempre più avaro di commedie romantiche, i divi che le interpretavano si sono fatti sempre meno disponibili, lasciando spesso il campo al cinema indie. Forse il solo Judd Apatow è riuscito a lavorare e riflettere sulle trasformazioni del genere, come regista e produttore.

Se non è più tempo di favole romantiche, almeno per registi e attori americani, allora ecco che il testimone passa ai cinesi, sempre meno ‘stranieri’ a Hollywood: Crazy & Rich è il primo film interamente ‘asiatico’, che debutta in oltre 3.000 sale negli Stati Uniti negli ultimi 25 anni. L’ultimo era stato Il circolo della fortuna e della felicità di Wayne Wang nel 1993.

Anche questa volta c’è un romanzo alle spalle, quello di Kevin Kwan, scritto nel 2013, prendendo spunto dalla propria famiglia e diventato un caso di successo anche negli States.

Descritto come un romanzo satirico, nella trasposizione cinematografica diretta da Jon M.Chu (Step Up 2, G.I. Joe: Retaliation, Now You See Me 2) devono aver dimenticato completamente la cattiveria e l’ironia.

Perchè raccontando la storia di Rachel, bella professoressa americana di umili origini cinesi, innamoratasi ricambiata di Nick, rampollo della famiglia più importante di Singapore, suo collega alla NYU, siamo nel campo della favola più stucchevole e risaputa.

Ovviamente in occasione del matrimonio del migliore amico di Nick, i due fidanzati sono costretti a tornare nella grande isola del pacifico. Qui Rachel si scontrerà con la diffidenza della madre di Nick, con la diversa cultura familiare asiatica e con l’invidia delle pretendenti: per dirla con De Andrè, l’ira funesta delle cagnette a cui aveva sottratto l’osso.

Troverà alleati e detrattori nella grande famiglia di Nick, sullo sfondo di un matrimonio di pacchianeria esagerata e gusto follemente kitch, tra cover di Elvis e dei Coldplay, da lacrima facile.

Siccome in sè, la storia di Rachel e Nick è esilissima e, da Cenerentola in avanti, piuttosto nota al mondo, Chu e i suoi sceneggiatori hanno deciso di aggiungere una side story in cui è protagonista la ricchissima fashion icon Astrid, cugina di Nick e sposata a Michael, che si è fatto da sè con le startup: la profonda crisi tra i due sembra mostrare come l’illusione dell’amore, che supera ogni confine di censo, di origine, di cultura è in fondo un’illusione, che dura lo spazio dell’innamoramento. Le distanze rimangono e spesso continuano a lavorare all’interno della coppia e contro quest’ultima.

E’ forse l’unica parte interessante di questo Crazy Rich Asians, che in italiano ha perso curiosamente il sostantivo finale.

A proposito di appropriazione culturale, il cast è composto quasi interamente da attori americani e inglesi d’origine asiatica, ma il film è parlato quasi tutto in inglese: si sa è la lingua dei ricchi in ogni parte del mondo. Ed è quella del cinema, ormai.

Crazy & Rich è stato un successo notevole al box office americano, debuttando in vetta.

In tutto il mese di agosto si sono alternati in testa al botteghino tre film che hanno una fortissima quota di coproduzione cinese, ma che hanno affrontato in modo molto diverso il relativo tema industriale.

Mission: Impossible Fallout, coprodotto da Alibaba, è in tutto e per tutto un film americano, girato quasi interamente in Europa, senza neppure un asiatico nel cast o nella crew principale: puro investimento di capitale.

Shark – Il primo squalo, coprodotto dalla Gravity Pictures ha invece una protagonista cinese, Li Bingbing ed è ambientato in gran parte in Cina, a Sanya City: quindi investimento di capitale, ma anche location e casting, da vera partnership old-style.

Crazy & Rich è invece un prodotto solo apparentemente Made in China, ma in realtà l’unica vera cinese è Michelle Yeoh: la crew è americana ed è stato prodotto da Nina Jacobson (Hunger Games) con gli asiatici di Ivanhoe Pictures ed acquistato dalla Warner, dopo una guerra con Netflix.

Tre approcci molto differenti, tre risultati molto distanti: il denominatore comune però è la presenza dei capitali cinesi sempre più decisivi nella Hollywood di inizio secolo.

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1. (Stanley Cavell, Alla ricerca della felicità, 1999, Einaudi).

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