Picnic a Hanging Rock: una serie materica, come una roccia carsica

Intervista ad Alessandro Vergari per parlare della serie australiana e di quello che abbiamo visto ( e pensato ) in questa prima parte del 2018.

Quando si è presentata l’occasione di intervistarlo non ce lo siamo fatti ripetere. In un posto così, poi: il castello di Miramare. A due passi da Trieste, ma in un altro tempo, il castello si affaccia sul Golfo dal promontorio di Grignano, uno sperone carsico dall’impervia bellezza a dirupo sul mare. Blu verde bianco, fuori: colori che sono richiamati nelle sale e negli arredi, in un gioco sottile di rimandi tra interno ed esterno esaltato dalle vetrate che si affacciano sul mare.

Il palazzo, circondato da un lussureggiante giardino, si presenta in stile eclettico: modelli tratti dal gotico medievale e dallo stile rinascimentale trovano una sintesi omogenea, senza perdere in originalità, in questa dimora così profondamente voluta e amata da Massimiliano I.

A questo palazzo si conforma il pensiero di Vergari, capace di dare coerenza e originalità all’applicazione di strumenti e di categorie tra di loro eterogenee, se non in aperto conflitto. La prosa sostiene questo pensiero eclettico, con alternanza di ritmi e tempi che si adattano in modo essenziale all’oggetto e al metodo di analisi. Il tutto con l’obiettivo di portare la mente un passo oltre lo sguardo.

Lo abbiamo trovato nel parco, affacciato a guardare verso la città che da qui si immagina più che si guarda. Non bastano gli occhi per vedere Trieste, nemmeno se sei in Piazza Grande (Piazza unità d’Italia). Ci vuole qualcosa di più, proprio come negli articoli di Vergari c’è sempre qualcosa di più dello sguardo.

Siamo nel posto giusto quindi per chiacchierare con Alessandro, ma siamo anche nel luogo giusto per parlare di una serie come Picnic a Hanging Rock: Trieste mette infatti in moto i concetti di tempo e di identità come poche altre città e li lega a doppio filo al suo territorio con un rapporto così intenso che nei pomeriggi d’estate si presenta per quello che è: qualcosa di metafisico, ancestrale.

D: Partirei dal concetto di assenza. Mi sembra di ravvisare in tutti i protagonisti una serie di assenze che sono alla base della loro storia. Assenze di affetti, di mezzi economici, di alternative, di consapevolezza della propria sessualità o delle proprie aspirazioni. La presenza che noi percepiamo, nel collegio, poggia sia per le ragazze che per le docenti e la direttrice su queste assenze ed è indotta e sostenuta dalla società più che scelta dal soggetto. Essa necessita quindi di una ridefinizione che non può fare a meno di passare per una scomparsa che porti ad una rinascita, cioè ad un superamento consapevole della pallida presenza attuale. L’assenza di una casa, di una famiglia, di stabilità, di regole porta tutti i protagonisti in questo paesaggio che più che ‘senza ordine’ appare senza essenza. La maschera sociale mitiga e nasconde queste assenze (o questa assenza di essenza), che però non possono evitare di trapelare, fino al drammatico gesto di rottura (la fuga o la scomparsa poco importa) che consenta di ridefinire la propria vita e di cercare questa essenza. La scomparsa, la fuga, il viaggio, la ricerca sono tutte espressioni di questa necessità di ridefinire in modo consapevole e per scelta la propria identità. Cosa ne pensi?

R: Concordo. Hester Appleyard, la direttrice del collegio, è una donna in fuga dal proprio passato, una donna che tenta di rinascere in Australia, il continente vergine. Trovo strepitosa la scelta di aprire il primo episodio con una lunga ripresa della Appleyard di spalle e poi nascosta nell’ombra. Ecco l’assenza, rappresentata come l’unica essenza tollerabile. Il suo nuovo cognome è mutuato da una scatola di sapone, un altro evidente richiamo simbolico a questa condizione di instabilità, di subdolo scivolamento da una situazione esistenziale all’altra. Picnic a Hanging Rock è una storia di orfanità. Si può essere orfani a vario titolo: Irma Leopold, la ricca ereditiera, non sembra meno orfana di Sara Wayburne, la “gattina randagia”, come la chiama la sua amica Miranda Reid. La grande roccia, temuta dagli aborigeni, al contrario, nella sua magnetica solidità custodisce verità essenziali, antecedenti la comparsa dell’uomo sulla terra. Da vicino e ancor di più al suo interno, si rivela sede di misteri. L’esoterico è un accento posto su un processo di liberazione radicale. È lassù che le tre ragazze e la loro insegnante, non a caso di geografia, si perdono fino a svanire in un orizzonte di libertà, che corrisponde a una metamorfosi. L’Io segreto, frutto di un giuramento, diventa realtà. Parleremo poi del destino di Irma, l’unica a essere ritrovata. Hester intuisce che la roccia “selvaggia” possa essere un luogo catartico e rivelatore, tanto da rifiutare di andarci durante il picnic. Più le ragazze si allontanano dal collegio, più si spogliano dei paramenti imposti dalle convenzioni: guanti, cappelli, calze, corpetti… Mademoiselle Diane, l’insegnante di francese, nell’episodio finale critica apertamente l’impalcatura, la macchina di falsità: “questa casa è un’illusione, perché ci abbiamo creduto tutti quanti”.

D: Io ho la sensazione che questa ridefinizione delle identità sia una delle grandi questioni inevase di questo momento storico, soprattutto per l’Europa, ma non solo. La diffusione di un nazionalismo sciovinistico, la corsa ad avere più armi, a costruire muri, scelte commerciali di tutela del mercato interno… insomma, la paura di rimettere in gioco la propria identità impedisce di andare oltre all’esistente proprio quando l’esistente si dimostra fragile e bisognoso di essere superato. Del resto il tema dell’identità ritorna in molte serie che abbiamo visto e recensito quest’anno (Requiem, Il racconto dell’ancella, Altered Carbon, etc.) … può essere uno dei temi urgenti di questo periodo?

R: Dovremmo considerare l’identità alla stregua di un’Idea della ragione, presupponendo che l’identità, se esiste, sfugge a qualunque tentativo di categorizzazione ultima e definitiva. “Io sono italiano” è una dichiarazione che non stabilisce un confine invalicabile, ma, semmai, una regola rispetto all’esterno, a ciò che italiano non è. Trovo positivo che le serie non si tirino indietro di fronte a un tema così centrale nell’attuale dibattito politico. Un’altra serie significativa, oltre a quelle che citi tu, è Alias Grace, dove la questione dell’identità è intrecciata al nodo teoretico della consistenza ontologica della verità. Lo accennavi tu prima: è l’identità sessuale a costituire in Picnic a Hanging Rock, spesso, materia di scandalo. Il sergente Bumpher, durante le indagini, mette in guardia Esther Appleyard sulle possibili referenze “taroccate” delle istitutrici del collegio. Il sospetto, alimentato dal disadattato e represso Reg Lumley, è che Miss McCraw sia “saffica”. Emblematico che la coppia McGraw-Marion Quade possa esistere, almeno in potenza, solo in una fase di sospensione dalle attività di insegnamento, le vacanze di Natale, come se si trattasse di una tregua durante un conflitto armato, o uno stato di eccezione dove tutto può accadere. Adeguamento e mascheramento sono i passaporti per far parte della società “sana” e la normalità significa, per le ragazze, adesione ai principi vittoriani: decoro, buone maniere, matrimonio combinato, parto, figliolanza. La famiglia altoborghese è un muro impossibile da scalare, un covo di ipocrisie inconfessabili, si pensi anche a Irma Leopold, insidiata dal suo patrigno. Il giovane Mike Fitzhubert è costretto a silenziare i suoi desideri, salvo poi rifugiarsi a Melbourne, in attesa che il fido stalliere Albert Crundall (più di un amico?) lo raggiunga. Essere un Fitzhubert, per lui, non è più un titolo sufficiente per chiamare se stesso “uomo”. La fragilità è sfidata da un gesto di ribellione. Quando le ragazze oltrepassano il torrente abbattono, simbolicamente, la frontiera.

D: Picnic a Hanging Rock serie e film… si possono pensare l’uno senza l’altra? La scelta della produzione di prendere una strada molto diversa da quella del film di Weir era l’unica praticabile per non finire fagocitati dalla visibilità icastica di un capolavoro degli anni settanta. Non ti sembra che il confronto possa aiutarci ad esplorare al meglio le differenze narrative tra medium? O forse il loro rapporto è piuttosto significativo come espressione artistica post-moderna di rielaborazione e rivisitazione, in cui la forma (in questo caso la storia tratta dal romanzo di Joan Lindsay) viene riempita di contenuti differenti?

R: Partiamo da un dato relativo alla manipolazione del testo. Il libro di Joan Lindsay è amputato in fase di pubblicazione. Il sequel, The secret of Hanging Rock, uscito postumo, è costituito in pratica dal capitolo mancante, in cui gli aspetti soprannaturali della storia sono più marcati. Poi arriva Peter Weir e trae dal romanzo, a mio parere, il suo film migliore. Tu parli di icastiticità, io aggiungo che, probabilmente, alcuni libri/film cult si prestano, vuoi per il potenziale inespresso, vuoi per la forza quasi archetipica del soggetto narrato, a diventare mito contemporaneo, base per successive narrazioni. Ho in mente un altro esempio, Westworld, tratto da Il mondo dei robot di Michael Crichton. Due film anomali degli anni Settanta, ripresi dopo una quarantina d’anni nella veste della serialità. È curioso. La fantascienza avveniristica di Crichton è diventata la distopia di una civiltà, la nostra, alle soglie della rivoluzione indotta dall’intelligenza artificiale. Picnic a Hanging Rock ha avuto trasposizioni teatrali ed è diventata una graphic novel. Il romanzo incantò talmente i lettori da scatenare una ridda di supposizioni. Era un fatto reale oppure un’invenzione di sana pianta? Era vera la seconda ipotesi, ma la verosimiglianza con eventi reali rendeva credibile la trama. Il rapporto tra fruitore e opera, nei casi migliori, solletica la dialettica tra vita e finzione, facilita la sedimentazione di una storia nell’immaginario collettivo. Da questo pozzo di paure e di meraviglie attinge la serialità, con il suo linguaggio specifico. Come sappiamo, le serie hanno la caratteristica di costringere lo spettatore ad un’attesa, cliffhanger, tra un episodio e l’altro. In questo caso, la vicenda, ben nota e incisa nell’empireo della cinematografia, non permetteva svolte narrative estreme. Da qui, l’insistenza esibita sull’elemento tempo, un perno centrale, un inciso concettuale, sul quale potremmo anche ritornare, che si riflette sull’andamento a spirale della narrazione, un incedere rapsodico, antilineare, a sbalzi, perfino barocco.

C’è un bel venticello che sale dal mare mentre il sole taglia a metà il giardino, dividendo in modo netto lo spazio tra luce e ombra. Alle nostre spalle un bambino scappa sulla ghiaia e la madre gli intima di stare attento e di non rovinarsi le scarpe.

D: Donne … affascinanti, con personalità forti e determinate … in questa serie sono travolgenti e, ancora una volta, finiscono per ridurre l’altra metà del cielo a pura comparsa. Una tendenza diffusa in gran parte delle serie che ho visto e recensito quest’anno … tu che ne pensi? Quali personaggi femminili ti hanno più colpito e perché secondo te sono così fortemente protagoniste nelle serie di questo periodo?

R: Sì, come in The Deuce e in Godless, due tra le migliori serie che ho visto in questa stagione. Donne che salgono in cattedra e si rendono protagoniste di vicende di emancipazione politica, sociale o sessuale. È l’ennesima prova di come le serie, forse anche con maggiore accuratezza rispetto al cinema di questi tempi, riescano a intercettare movimenti e trasformazioni. Tra l’altro, parliamo di opere seriali caratterizzate da una netta coralità degli interventi. Più che eroine solitarie, ho notato esempi di solidarietà, di compartecipazione consapevole, di crescita condivisa. Il 2018 è stato un anno importante per le donne. Non mi riferisco tanto al movimento #meToo, che ritengo una bolla radical-chic di scarso impatto sulla condizione reale delle studentesse o delle lavoratrici, quanto alle battaglie combattute o vinte in nome della dignità e dell’autonomia di scelta, dal referendum sull’aborto in Irlanda alle proteste di piazza in Cile contro le molestie sui luoghi di lavoro. In Picnic a Hanging Rock, come hai riscontrato, i rapporti di forza si definiscono all’interno dell’universo femminile, mentre gli uomini sono di supporto. Miranda esemplifica la connessione tra la donna e l’elemento terra, l’accoglimento delle energie primordiali. Dora Lumley, la rinsecchita insegnante di studi biblici, è l’antitesi, anche estetica, del dionisiaco che ribolle nelle vene delle ragazze scomparse, è la violenza castrante della morale ridotta a bigottismo. Polarità contrapposte di un campo di tensioni, dove l’uomo, quando c’è, interviene da una sfera esterna.

D: In effetti hai citato un altro aspetto rilevante nella serialità di questo periodo (e non solo): il tempo. La prospettiva temporale viene spesso utilizzata per approfondire qualche carattere o per spiegare meglio determinati eventi, come nell’episodio finale dì Sense8 o in una serie tutta giocata sul tempo come Requiem, oppure viene chiamato a svolgere una funzione narrativa come in Dark, dove riempie la narrazione. Ecco, in una serie come Dark il tempo crea la narrazione, la plasma; collega, unisce. Non è così in Picnic dove invece il tempo è qualcosa di più concentrato, circoscritto, fisico. Mi è venuto in mente Bruce Chatwin e in generale il concetto di tempo del sogno. Nella cultura aborigena il tempo è molto simile ad una dimensione, accessibile attraverso il Sogno. Non ti sembra che questa interpretazione del tempo ben si adatti alla vicenda di cui stiamo parlando? Non vale per tutti i protagonisti della sparizione, di certo non vale per Mrs Appleyard il cui corpo viene ritrovato: per lei il tempo non aveva assunto l’aspetto di una dimensione, come per Irma che, non a caso, viene paragonata da Miranda proprio alla direttrice. Che cosa hanno di diverso Miranda e Marion e l’insegnante di geografia, Miss McCraw? Perché loro scompaiono? La purezza dello sguardo, così naturale nelle due ragazze e recuperato da quella corsa disperata ma necessaria dell’insegnante che sembra così volersi lasciare alle spalle ogni desiderio di “restare nel mezzo”. È proprio questa purezza a permettere loro di entrare in contatto con gli spiriti ancestrali che permettono di passare dalla realtà quotidiana a quella del sogno. Perché nella cultura di questi popoli il tempo non è una linea retta, come facevi notare anche tu prima, e quindi l’epoca dei sogni è ancora viva e gli spiriti sono qui, tra di noi. Basta saperli ascoltare. Ma per farlo dobbiamo abbandonare le cose superflue (guanti, corsetti, etc.) e cioè liberare la mente dalle gabbie che altri ci impongono. 

R: Gli orologi, sia da muro sia da taschino, connotano molte inquadrature. Nell’ora fatidica della scomparsa le lancette impazziscono, per un disturbo magnetico imprecisato. La rediviva Irma confida a Mademoiselle Diane che Miranda non sopportava il ticchettio del suo orologio di diamanti “vicino al cuore”. La stessa Diane ha una relazione con l’orologiaio del paese, un uomo concreto, fiducioso della perfezione dei meccanismi e dell’impossibilità di un’alterazione miracolosa dei dispositivi. Il tirapiedi di Arthur si è convertito a nuova professione ed è diventato un artigiano specializzato in lapidi mortuarie, colui che, prosaicamente, fissa le date una volta per tutte. Da lui veniamo a sapere che l’ex marito di Esther è deceduto. Affrancata dal pericolo di una ritorsione, Esther, sublime paradosso, si lancia nel vuoto. Poco prima anche Sara si era suicidata. Sono morti fisiche, disperate, vincolate a una ragione di dolore. Potremmo considerare Esther e Sara due “esistenze mancate”, perché non dispiegate nel tempo e per il tempo, rispolverando categorie dello psicologo esistenzialista Ludwig Binswanger. Ricordiamoci che Picnic a Hanging Rock è ambientato nel giorno di San Valentino. Ogni festa è, per definizione, un momento di sospensione del normale corso degli eventi. Nei bigliettini di auguri le ragazze riversano fantasie e ammiccamenti, prefigurazione del salto successivo, verso un universo parallelo, atemporale. Interpreto il sonno, in cui cadono durante il picnic, come il varco per il sentiero del sogno, un cammino concesso alle uniche all’altezza della “missione”. Gli appassionati di ufologia sanno che il fenomeno del missing time, del tempo mancante, è un ‘sintomo’ dei rapimenti alieni. Inoltre, è inevitabile collegare l’aura iconografica di libro, film e serie a Le déjeuner sur l’herbe, il celeberrimo dipinto di Édouard Manet del 1863. Se l’esibizione di nudità è l’artificio per polemizzare con le ipocrisie di un’epoca, allora anche Irma, come intuisci tu, ha una macchia, un deficit di purezza: in lei i canti dell’esperienza hanno inquinato il candore dell’innocenza. Per le compagne Irma è colpevole di essere ritornata: è un mostro, un essere con una doppia anima, condannato a vivere in una sorta di limbo perenne. Mi servo di queste suggestioni per inserire Picnic in una cornice di riferimenti immaginativi più vasta, perturbante e sovversiva.

D: Questo recupero della tradizione culturale aborigena (magari non del tutto conscio) mi sembra un modo profondo di fare serie con una forte connotazione geo-culturale. Quest’anno abbiamo assistito a diverse uscite che quasi sembravano ostentare la loro territorialità (Germania, Regno Unito, Italia, Danimarca, etc.) ma spesso questo si è ridotto ad un sapere di, ad una location, ad un non so che. Invece con Picnic stiamo davvero toccando con mano corde profonde e radicali di diversità che hanno a che fare con una cultura millenaria. Tu come la vedi? Questo puntare sulla territorialità, specie in Europa, rispecchia quanto abbiamo detto prima? È ancora una volta la manifestazione di una tendenza alla chiusura e al particolare, peraltro senza spessore culturale proprio come le rivendicazioni politiche, non presentano una visione alternativa del futuro, ma solo l’ansia di conservare il presente? 

R: Mi ricollego alla domanda precedente. The Crossing, una serie recente del canale ABC, cancellata dopo una sola stagione, ha commesso la leggerezza di trattare l’elemento tempo in maniera grossolana, macchiettistica. Si può viaggiare nel tempo, o oltre il tempo, anche restando fermi. Un avvertimento analogo, secondo me, vale per lo spazio. La fredda Danimarca postapocalittica illustrata nella netflixiana The Rain non riesce a generare, da sé, plusvalore estetico, o etico, nell’economia della narrazione. Resta “sfondo”, anodino, intercambiabile. Da questo punto di vista, Narcos, oppure O Mecanismo, sono convincenti. Il principio-territorialità funziona se il luogo assurge alla dignità di soggetto attivo. I contesti naturali o urbani di Colombia, Brasile, Australia ci restano negli occhi e nel cuore, quando sfondano la quarta parete e ci inglobano in un respiro culturale antitetico alla logica da cartolina preformattata. Io credo che le debolezze da te evidenziate dipendano dall’incertezza, in taluni progetti, nel coniugare lo spunto particolare alla necessaria tensione universale. In Picnic i valori spirituali di una popolazione autoctona, situata in un lembo geografico quasi inaccessibile, rispondono all’ansia di libertà e a profonde inquietudini umane, in qualunque punto del globo esse si palesino. In altre serie ciò non accade. Mi sovviene un romanzo, Noi marziani. Philip K. Dick modella i bleekman, gli ultimi, incartapecoriti alieni rimasti sul pianeta rosso, proprio sugli aborigeni. Alterità radicale, ma pur sempre alterità. Come dicevamo prima, forse con eccesso di sintesi: per esserci un altro devo esserci io e viceversa. È opportuno vigilare, con onestà e piglio critico, sulle future produzioni dei grandi canali e sulle scelte dei colossi della distribuzione, per diagnosticare l’insorgere di eventuali tendenze “provincialistiche”. C’è il rischio che gli autori vadano a rimorchio del mood politico del momento? Sarebbe un errore di prospettiva. Ne risulterebbe depauperata la carica di creatività che, finora, le serie hanno saputo, nel bene e nel male, preservare e alimentare.

Si è fatto tardi e decidiamo di andare a bere un caffè, per poter così continuare a parlare delle nostre storie, senza fretta, giocando ancora per un po’ il tempo. Giugno, metà dell’anno, ce lo consente con la sua luce che sembra non volersi accomiatare mai, proprio come ciascuno di noi dall’episodio finale di una serie, dalle ultime canzoni del concerto o, semplicemente, dal racconto di un amico.

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